Credete al potere taumaturgico della musica

{Questo è una specie di “flusso di coscienza”. Mi è necessario per provare a spiegare l’importanza del concerto dei Radiohead tenutosi a Monza il 16 giugno. Niente spiegazioni tecniche o musicali quindi, solo pensieri, anche personali, in libertà}

1997-2017, vent’anni. È un tempo lunghissimo per una persona, un tempo entro cui può accadere tutto e il contrario di tutto. Nel 1997 avevo 16 anni, ero timidissimo e in buona sostanza lo sono ancora, guidavo il motorino di nascosto dai miei genitori, facevo diverse cose di nascosto dai miei genitori, avevo un sacco di sogni, in quegli anni in estate giravo l’Europa con dei viaggi organizzati dalla mia parrocchia, iniziavo la terza superiore colmo di speranze verso il futuro e c’era una ragazza che mi piaceva. Perché ne scrivo ora, perché parlo ora di tutte queste cose? Perché quest’anno è come se uno dei proverbiali nodi fosse arrivato al pettine, come se fosse arrivato al tavolo il conto da pagare, con l’oste impaziente di riscuotere quanto dovuto. La consapevolezza di dover affrontare certi angoli in concomitanza e a causa di un altro ventennale che ha creato in questo lasso di tempo nuove situazioni, nuove strade, nuove scelte, nuove opportunità, nuovi rischi, nuovi errori. Era l’ottobre del 1997, e a Milano suonavano i Radiohead.

Al concerto mi ci portò lei, la ragazza che mi piaceva, anche se io non sapevo ancora di piacerle. Mi ci portò in moto, con la Bonneville che le aveva comprato il padre per i diciotto anni compiuti il mese prima. Figuratevi come poteva essere gasato un sedicenne che riceveva un invito da una diciottenne per andare a un concerto. Fu lì che mi fece capire che le piacevo. Eravamo in piedi, relativamente vicini al palco, e alle prime note di No Surprises si girò verso di me e fece una di quelle cose che secondo gli stereotipi comuni sarebbero le ragazze a impazzire per vederlo fare da parte del proprio ragazzo: mi prese la testa fra le mani e iniziò a baciarmi. Mi baciò per tutta la canzone, mi baciò con una passione tale che fui sconvolto dalla violenza di quel sentimento. Lei mi baciava, io piangevo e la tenevo stretta. Già prima di quel bacio tutto mi sembrava incredibilmente magico, figuratevi dopo. Sembrava l’inizio di una di quelle storie giovanili, una di quelle storie da ragazzini che si prendono e poi si lasciano con la stessa frequenza con cui cambiavano i dischi dal lettore cd, invece fu una storia che fra alti e bassi durò diversi anni. Durò fino a che tre anni più tardi le fu diagnosticata la leucemia. Morì l’anno seguente, all’inizio dell’autunno.

Ero giovane, si dice che da giovani certi traumi si superino più facilmente, ma col senno di poi posso dire che in realtà quel trauma non lo affrontai mai. Lo riposi in un angolo fingendo indifferenza, sperando col tempo di dimenticarlo. E mi illusi di averlo fatto. Coi Radiohead poi avevo chiuso, era come se tutta la mia collera l’avessi convogliata contro di loro. Sparirono dalla mia discografia, sparirono dalle mie playlist, per me era come se non fossero mai esistiti. Dal 2001, per me divennero invisibili. Finii le scuole, non andai all’università ma iniziai a lavorare, ebbi diverse storie. Una che durò pochissimo, una con una tizia che poi si rivelò essere sposata, una brava ragazza che lasciai per la storia successiva, che fu una storia lunga e un po’ tormentata su cui mi ero incaponito e che mi valse il soprannome di Gloria Swanson per le mie scenate madri. E poi altre piccole avventure, una storia con una ragazza più grande che viveva all’estero, una storia con una ragazza più piccola di otto anni, un’altra storia con un’altra ragazza più piccola di otto anni ma più alta di me, una con una ragazza più grande, una storia potenziale mai sbocciata perché entrambi sempre impegnati a rincorrersi coi tempi sbagliati e una storia che mi ha portato a una convivenza. Nella maggior parte, tutte storie a distanza. Iniziai un lavoro, lo lasciai per fare il servizio civile, poi feci per un po’ il disoccupato, poi grazie a un’agenzia interinale trovai lavoro. E a tempo indeterminato. E nel frattempo a tutto questo conobbi molte persone, strinsi nuove amicizie, persi per strada altre amicizie, persi delle persone, vinsi e persi del denaro, frequentai persone poco raccomandabili, frequentai persone povere e persone molto ricche, commisi degli errori, cercai di tener fede a delle promesse.

Il mondo proseguiva e io dei Radiohead m’ero dimenticato. E me n’ero dimenticato a tal punto che quando cinque o sei anni fa mi fecero riascoltare Idioteque la trovai “nuova”: era come se il mio processo di rimozione mi impedisse di riconoscerla, accettarla. Successivamente per un periodo la usai come sveglia mattutina, giusto per provare a farmela andare a noia. E in parte ci riuscii pure. Non sentivo più il bisogno di ascoltare i Radiohead, anche se avevano provato a farmeli riascoltare. Avevo seppellito tutto. Mi credevo tranquillo. Conducevo più o meno serenamente la mia esistenza, fra alti e bassi, conquiste e sconfitte. Ma gli equilibri precari costruiti sulle rimozioni o sulla presunta volontà di cancellare di punto in bianco una parte del proprio passato non sono costruzioni destinate a durare nel tempo: prima o poi accade qualcosa che le scuote fino al crollo. Puoi non fare i conti col tuo passato per anni, per tanti anni, ma in realtà non puoi rimandare la questione per sempre. Arriverà sempre prima o poi quella scossa, quel momento in cui ti ci ritroverai facciate faccia e non potrai più seppellire niente. Tutto è cominciato quando scoprii che i Radiohead sarebbero venuti in concerto in Italia. Come detto, nel ventennale di Ok Computer. Ci tenevo ad andare a vederli, una parte di me voleva provare la cura drastica: un impatto frontale. Ma tentennavo parecchio nel comprare i biglietti. Ci tenevo a comprarli ma mi fermavo guardando la schermata di Ticketone del loro evento. Finché qualcun altro ci ha pensato per me, e quel fatidico biglietto mi è stato regalato. Non lo avevo chiesto, non sapevo quando questa persona fosse conscia dell’importanza di quel concerto, forse non ne aveva idea, forse ne aveva solo in parte, fatto sta che quel regalo inatteso lo interpretai come un segnale. Da allora iniziai a pensare a come sarebbe stato essere di nuovo a un loro concerto, a quello specifico concerto.

Avevo un solo biglietto. Il prendere quel toro per le corne implicava non “distrarsi” con altre persone. Anche se poi mi sono beccato dentro il parco con un paio di conoscenze con cui ho seguito il concerto, o meglio, a cui sono rimasto vicino durante il concerto. Mentre guardavo. Mentre ascoltavo. Mentre gustavo. Mentre mi sentivo nuovamente evadere corpo e anima da quelle stesse parole, da quelle stesse note, da quelle stesse vibrazioni che mi fecero tremare vent’anni prima. Non c’erano più labbra a baciarmi, ma era riemersa fuori quella stessa violenta potenza che mi scaricava addosso dei brividi freddi in una calda serata di giugno. Guardavo. Ascoltavo. Gustavo. Sentivo. E, dopo poco, rivivevo. Rivivevo tutto ciò che avevo sepolto per vent’anni, tutto ciò che avevo voluto dimenticare, tutto ciò che avevo preferito seppellire. Tutto il dolore, e l’amore, e l’odio, e il rancore, e la solitudine, e la sofferenza, e il non capire il perché di certe situazioni che avevo vissuto, tutto era tornato in superficie con la potenza di un geyser. Credete, credeteci quando vi raccontano della potenza della musica, del suo potere di cura, di evocazione, di sublimazione. E non sto parlando solo di questioni chimiche o biologiche, non parlo soltanto di quella specie di orgasmo della pelle che proviamo quando ascoltiamo qualcosa che ci emoziona profondamente. Certo, ci sono studi che dimostrano come l’ascoltare la musica che ci piace stimola il nostro cervello, ricostruisce dei ricordi, consolidi le emozioni, aiuti le persone in alcuni processi riabilitativi. Ma il potere di cui parlo io è qualcosa di più ancestrale, una forza in grado di strapparti da dentro quei muri che hai pazientemente costruito. Avevo sperimentato tutto questo in poco più di due ore. Ho fatto dei video, per ricordare quella sera. Mi è scappata qualche lacrima. Va bene, più di qualche lacrima. Ero tornato a vedere e ascoltare i Radiohead dal vivo dopo vent’anni, dopo che per tutto quel tempo li avevo rimossi perché in dissidio con loro e con ciò che mi suscitavano, e quella sera ho capito che mi ci stavo riconciliano. Ho capito che quell’onda inarrestabile che mi stava uscendo da dentro avrei dovuto provare a solcarla, e non provare a rinchiuderla ancora. Quella sera è stato come se Thom Yorke e Jonny Greenwood mi avessero abbracciato e m’avessero detto “E ora vai, e non romperti più l’anima”. È stato come se mi avessero assolto dai miei peccati, a partire da quello di averli volutamente dimenticati.

Paolo Conte diceva che “la vera musica, che sa far ridere, e all’improvviso ti aiuta a piangere”. Torquato Tasso invece affermava che “quella della musica è una delle tre vie per le quali l’anima ritorna al Cielo”. Esattamente ciò che ho vissuto. Quella sera ho riso, ho pianto, ho trovato la strada per elevarmi dal buio in cui avevo rinchiuso una parte di me. Ho vissuto sulla mia pelle la magica forza della musica, quella di cui spesso leggiamo negli aforismi di persone celebri o in articoli particolarmente inspirati. Ho capito quanto fosse stupida la rimozione del dolore. Ho capito quanto fosse imbecille proiettare il dolore di una perdita sulla musica. Su una specifica musica, quella da cui nacque tutto. Ho capito come molte delle mie situazioni andate male fossero state in qualche modo sabotate dalla mia fuga da quel dolore. Ho capito che quella rimozione rimosse non solo dei ricordi e dei sentimenti ma mise in naftalina anche una parte del mio essere. Ho capito che avevo vissuto come una vita parallela, mascherata: in un vecchio film in cui recitava Johnny Dorelli, “Il cappotto di astrakan”, la battuta finale chiedeva “Se nessuno sa che esiste l’originale, la copia diventa essa stessa l’originale?”. Ecco, per oltre quindici anni, dal quel 2001, io mi ero come costruito un altro me stesso. Con quei pochi che mi conoscevano realmente bene o persi i contatti o mantenni delle distanze, pur magari frequentandoli. Chi venne dopo non sapeva esattamente cosa c’era prima, non si sarebbero mai stupiti della differenza. Un esempio su tutti: dimenticai come esprimere i miei sentimenti. Da persona estremamente emotiva, calorosa ed espansiva, diventai più freddo, distaccato, come incapace di dimostrare ciò che provavo. Isolai una parte di me. Un isolamento rotto quella sera di poco più di un mese fa. Ovvio, le persone non cambiano radicalmente con uno schiocco di dita. Io che col tempo ho disimparato a mostrare la parte più empatica di me stesso non ho di certo recuperato tutta quella capacità in un istante. Ma ho sentito, ho capito di non poterla più tenere repressa, nascosta. Messi in fila i fatti che mi hanno portato a questo concerto è come se osservassi qualcosa di magico: la scoperta del concerto, la paura di andarci, il biglietto regalato da una di quelle rare e preziose persone che ti conoscono molto meglio degli altri, la paura vera nel vedere quella data avvicinarsi sempre più, quella sensazione di straniamento mentre vai verso Monza, la tensione che si poteva fisicamente tagliare con un coltello e poi la rottura di ogni argine costruito. Addirittura loro che durante The National Anthem mixano la canzone con brevissimi spezzoni della telecronaca in diretta della finale scudetto di basket fra Venezia e Trento. Lo sport che ho giocato e che tanto amo. Si, cazzo, credeteci al potere taumaturgico della musica. L’ho vissuto. L’ho sentito. Credeteci al potere salvifico della musica. Se non lo ha già fatto, prima o poi arriverà un giorno in cui saprà salvare anche voi, da qualsiasi peccato, da qualsiasi paura, da qualsiasi dolore. Credeteci, alla musica ma anche alle coincidenze. Come ad esempio che questo flusso di coscienza contiene esattamente 1997 parole.

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Categorie:Musica, Riflessioni

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