Siamo sempre più insofferenti


Secondo la Treccani, l’insofferenza è l’incapacità a sopportare, a tollerare qualche cosa. Indica un’indole impaziente, un carattere irritabile, bisbetico. L’insofferente è qualcuno incapace di sopportare, di adattarsi a qualche cosa, facile a irritarsi per tutto ciò che in qualche modo lo contraria o gli risulta sgradito. Pensateci, incontriamo persone insofferenti ogni giorno: quelli che sbuffano in fila alla cassa al supermercato, quelli che al ristorante dopo 5 minuti si lamentano che la propria ordinazione non è ancora arrivata, quelli che non sopportano di dover fare la coda per entrare a un concerto, quelli che pur avendo il Telepass si lamentano delle code che vedono formarsi ai caselli, quelli che appena il treno ha 5 minuti di ritardo iniziano a sbraitare, quelli che non parlategli di politica perché tanto sono tutti ladri. Qualsiasi cosa intacchi la loro routine o le loro aspettative, diventa motivo di insofferenza.

La considero alla stregua di una malattia perché, proprio come un virus, mi pare si stia espandendo e stia contagiando sempre più persone. Anch’io spesso cedo all’insofferenza, specie quando guido: a volte mi basta incrociare una persona che guida male per irritarmi e iniziare a lamentarmi del fatto che ormai la gente guida sempre più di merda. Insomma, ne parlo a ragion veduta, ammetto che come comportamento non è il massimo e mi preoccupa che sia così in espansione. Non sopportiamo più nulla, neanche i ragazzini che escono di sera durante l’estate. E non mi riferiscono a quelli che sporcano in giro o spaccano bottiglie o panchine, quelli sono incivili (che è una questione diversa), mi riferisco a quelli che magari restano semplicemente a chiacchierare e ridere. Ecco: spesso non sopportiamo neanche quelli, il loro chiacchiericcio ci dà fastidio, vorremmo se ne andassero altrove o a fare altro. Pretendiamo che ci rispettino, perché dobbiamo dormire che l’indomani si deve lavorare, ma poi ci diamo di gomito affermando che se magari si scendesse a dare qualche sberlone e qualche calcio in culo vedresti come la smetterebbero. Un comportamento rispettosissimo. E come vera soluzione magari invochiamo non una maggiore educazione e uno spirito di adattamento da parte di tutti, no, come soluzione prospettiamo la chiusura di quegli esercizi pubblici aperti la sera davanti a cui i ragazzi si ritrovano. Ovviamente, quelli che chiedono queste misure ci tengono a sottolineare che loro, da giovani, mica facevano questo casino la sera. Già, non lo faceva nessuno: loro, da giovani, erano tutti angeli immacolati.

Rifletto su queste cose e mi viene naturale pensare che forse, citando l’amico ed esperto in comunicazione Francesco Nicodemo, avremmo bisogno di più empatia. Avremmo bisogno di sviluppare maggiormente la capacità di porci nella situazione di un’altra persona, avremmo bisogno di provare a “camminare per un tratto con le scarpe degli altri” per capirli (e capirci) meglio, aumentando il livello di reciproca sopportazione. Forse questa crescente insofferenza è anche dovuta alla sempre maggiore chiusura che abbiamo verso gli altri, sia che siano stranieri o più semplicemente vicini di casa. Una volta, ad esempio, quando un vicino faceva una grigliata si sfruttava l’occasione per scambiare qualche battuta, costruire qualche rapporto. Oggi spesso la grigliata diventa motivo di litigio per via del fumo, dell’odore della carne, degli schiamazzi. Stiamo progressivamente perdendo il senso di comunità. Ci preoccupiamo di noi stessi, forse giusto di chi è più vicino a noi. Gli altri che si arrangino, del resto non li sopportiamo, che cosa dovremmo farci?

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Categorie:Riflessioni

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