Ma cosa vogliamo festeggiare realmente il 25 Aprile?


Da giorni mi ronza in testa questa provocatoria domanda. Una domanda che non è nata quest’anno ma che mi accompagna pensi da anni, che torna a compulsarmi la mente ogni volta che si avvicina il 25 aprile e riesplodono sempre uguali le stesse polemiche. Una domanda su cui voglio provare a scrivere qualche riflessione proprio oggi, vigilia di un nuovo 25 aprile. Cosa vogliamo festeggiare realmente in questa data? A chiedere in giro le risposte possono sembrare tutte uguali: chi dice la liberazione, chi la resistenza, chi la lotta partigiana. Tre risposte vere, tutte e tre. Vere perché il 25 aprile festeggiamo la liberazione, vere perché nella lotta per liberarci dal nazifascismo contribuì anche la resistenza partigiana. Citando la celebre e controversa locuzione del linguista De Saussure, tout se tient.

Ma poi: perché mi ronza in testa questa domanda? Perché ogni anno che passa mi rafforza la sensazione che del 25 aprile ognuno tenda a voler ricordare e festeggiare solo una parte. Chi principalmente l’intervento alleati, chi principalmente la lotta partigiana. Chi festeggia celebrando il ricordo, chi festeggia attualizzando il concetto di resistenza e applicandolo a situazioni odierne. Sembra via via svanire quel ricordo condiviso che teneva tutti uniti, così come tenne tutti uniti la battaglia contro il nazifascismo: comunisti e socialisti, cattolici e popolari (poi democristiani), anarchici e monarchici, liberali e azionisti. Scrive bene Federico Gnech in questo pezzo del 2015 apparso su Gli Stati Generali:

“…Negli ultimi anni, storici, intellettuali e ceto politico si stanno interrogando proprio sulle modalità di creazione di una memoria ufficiale e sui rischi dell’ufficializzazione, vista come possibile “sterilizzazione” della memoria stessa. (Sulle pagine degli Stati, altri ne hanno scritto meglio di quanto possa fare io, a partire da David Bidussa). Ad una “memoria sterile”, o “fossile”, e quindi inerte, alcuni contrappongono una memoria viva, operativa, per così dire, ma il nodo centrale dell’intera questione sta a mio avviso nell’identificazione tra memoria «ufficiale» e potere costituito. Non esiste memoria senza ritualità, e l’unico modo per far diventare la memoria un rito condiviso anziché comunitario o individuale è che esso abbia carattere di religione civile, e cioè venga officiato sotto l’egida del potere costituito. Non c’è memoria condivisa senza Potere. […] Tra ufficialità e spontaneità, tra ordine repubblicano e antagonismi di vario tipo si è creata una sorta di contesa attorno all’eredità storica della lotta di Liberazione, che vede da una parte il pensiero debolissimo della sinistra riformista attuale (leggi: PD), dall’altra tutto il resto…”


Insomma, cosa deve essere il 25 aprile? Il Decreto Legislativo Luogotenenziale n.185 del 22 aprile 1946 stabiliva che “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il
25 aprile 1946 e’ dichiarato festa nazionale
, fissando la festa in modo definitivo con la Legge n.260 del 27 maggio 1949. Anniversario della Liberazione. Non dovremmo forse tornare principalmente a festeggiare questo? A festeggiare la conquista della libertà? A festeggiare insieme a chiunque abbia contribuito a quella lotta? Non dovremmo forse celebrare quel bene prezioso che è la libertà, anche attualizzandola, ma senza considerare qualcosa o qualcuno, che con queste battaglie ha avuto o ha a che fare, meno degno di questa cerimonia?

La Liberazione fu una straordinaria coesione di persone e idee spesso diversissime, accomunate dal desiderio di rompere il giogo di regimi violenti, repressivi e illiberali. Il Post lo scorso anno descrisse brevemente i fatti di quei giorni, testimoniando questa unità d’intenti: l’offensiva degli eserciti alleati a est di Bologna iniziata il 9 aprile, il PCI che il 10 aprile invitò le proprie organizzazioni locali del nord Italia a “scatenare l’attacco definitivo”, il CLNAI che il 16 aprile emanò istruzioni per l’insurrezione generale. Il 24 aprile gli alleati superarono il Po, e dal giorno seguente i soldati tedeschi e della Repubblica di Salò iniziarono a ritirarsi. Ogni anno che passa però questa coesione appare sempre più fragile, sempre più sbiadita, sempre più relegata in un angolo. Non vorrei svegliarmi una mattina e constatarne una totale e sciagurata scomparsa.

Edit:

Makkox in uno dei suoi video su Gazebo dice questo:

Giusto. Makkox ha ragione. Oggi si festeggia il ricordo della Liberazione, il sacrificio di tutti coloro che allora diedero la vita per essa. Poi però leggo la lettera scritta da Moni Ovadia e indirizzata a Sala, sindaco di Milano, in merito alle solite polemiche sulle manifestazioni del 25 aprile:

«Il 25 aprile ricorda e celebra sì la memoria della lotta contro la barbarie nazifascista, ma irradia anche un insegnamento e un monito che cammina di generazione in generazione: il dovere di opporsi a ogni oppressione per liberare ogni popolo oppresso da chiunque ne sia l’oppressore.


Per questa ragione, lo slogan più ripetuto nella manifestazione dell’antifascismo è “Ora e sempre Resistenza!”; pertanto chiunque inalberi simboli che richiamano alla libertà e all’indipendenza dei popoli è legittimo erede dei partigiani.»

Siamo nel grande dibattito sull’attualizzazione di questa festa: per non farne un mero ricordo statico e fossile, per renderla più “viva” e vitale, come diceva Federico Gnech più sopra. E allora inizio a capire a fatica: vogliamo celebrare un preciso momento nel tempo (con tutti i limiti del caso) oppure vogliamo rinnovare questa festa attualizzandola (con tutte le contraddizioni del caso)? Alla fine mi resta sempre la domanda iniziale: ma, esattamente, il 25 aprile, cosa vogliamo festeggiare? Un ricordo o un concetto?

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Categorie:Riflessioni

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