I 12 scenari che potrebbero uscire dalla #DirezionePD di oggi


12 – Renzi non si dimette ma rilancia: congresso lampo, blitzkrieg al governo Gentiloni per andare a elezioni a giugno, governo di larghissima intesa stile ammucchiata con Pisapia, Alfano, Berlusconi, Darth Vader, il Mostro di Düsseldorf e i Teletubbies. Trasformazione del Partito Democratico (PD) nel Partito della Democrazia Cristiana (PDC), con Casini che balla nudo e ubriaco sulla tomba di Gramsci.

11 – Renzi non si dimette ma concorda con la minoranza un congresso straordinario in previsione di potenziali elezioni anticipate: tutto concentrato in due settimane, niente lunghi programmi, si devono esporre solo tre idee, due originali e una cover di un’idea ripescata da un programma elettorale antecedente al 1985. Il voto verrà deciso in questo modo: 30% dal voto degli iscritti, 30% dal voto dei semplici elettori non iscritti al partito, 40% da una giuria di qualità nominata da Sposetti, vero detentore delle chiavi del partito.

10 – Renzi non si dimette e accetta il congresso a scadenza naturale. Tramonta il sogno di elezioni anticipate, e apre il valzer d’amore delle alleanze interne del Pd: Renzi riprende a corteggiare Franceschini, Franceschini strizza l’occhio a Emiliano, Emiliano tuba con D’Alema, D’Alema di sottecchi guarda Bersani, Bersani spara un proverbio incomprensibile sorridendo a Speranza, Speranza cerca di circuire nuovamente Cuperlo, Cuperlo guarda interessato a Orlando, Orlando aspetta uno sguardo da Martina, Martina spera di farsi notare da Renzi. E via, dall’inizio.

9 – Renzi non si dimette ma viene costretto a non ricandidarsi segretario. Con un raggiro lo convincono che il ruolo da segretario non fa per lui, ma gli assicurano che verrà candidato come premier nelle primarie di coalizione per le elezioni del 2018. In realtà il progetto prevede il riportare Renzi alla casella iniziale, quella dove veniva additato di ogni guaio da chi riuscì nell’impresa di “non vincere” le elezioni del 2013. Garanzia di successo.

8 – Renzi si dimette ma cerca il colpo gobbo. Con un colpo di mano degno di un giocatore di Texas Hold’em cerca di spiazzare tutti organizzando in contemporanea il congresso, le primarie di coalizione e le elezioni politiche, ma non pago ci aggiunge pure l’elezione dell’amministratore del suo condominio e quella del rappresentante di classe del figlio maggiore. Tutto nello stesso giorno, tutto con un’unica scheda elettorale.

7 – Renzi si dimette ma per lanciare subito il congresso. Molotov Renzi stringe un patto di non belligeranza con Ribbentrop Franceschini in funzione anti Emiliano, ma sul più bello il patto d’acciaio verrà meno in favore di Truman Orlando, in possesso della bomba nucleare Napolitano.

6 – Renzi si dimette sperando che il congresso anticipato chiarisca a tutti che il PD ha estremamente bisogno di lui. E infatti il PD, per una volta fedele all’attualità, gli preferisce un più moderno caos totale interno (giusto per non farci annoiare).

5 – Renzi si dimette ma non si ricandida segretario. Valuta che ricandidarsi non gli gioverebbe, anche perché lui sarebbe più interessato a tornare a Palazzo Chigi piuttosto che al Nazareno. Sceglie allora di appoggiare la candidatura di una persona degna e capace di governare le frequenti acque agitate del partito, e che gli sia politicamente vicino: se stesso travestito con la maschera di Paolo Gentiloni. Il Gentiloni vero sarà poi usato nel ruolo di segretario come controfigura, quando Renzi avrà finalmente rivinto le elezioni politiche.

4 – Renzi si dimette per ricostruire meglio la sua candidatura al congresso di dicembre. Serra le file con Franceschini, rinsalda il patto con Martina, firma la non belligeranza con Cuperlo e riesce finalmente a fare una cosa di sinistra: perde le primarie.

3 – Renzi si dimette e sceglie di non ricandidarsi personalmente per costruire una candidatura unica forte da opporre a Emiliano. Dopo un serratissimo giro di consultazioni con i suoi alleati interni questa potrà essere la prima rosa di candidati: spiccano i nomi della scimmia di Francesco Gabbani, del Commissario Montalbano, di Francesco Totti, di Zoro e di Ciro Priello dei The Jackal.

2 – Renzi si dimette e non si ricandida segretario. Spiazza tutti quelli della minoranza annunciando che sarà lui a fare la scissione, fondando un nuovo soggetto politico in collaborazione con Giachetti chiamato “Ma ‘Ndo Vai?”, sulla falsariga di ciò che ha fatto Macron in Francia. Già pronto l’inno che sarà “Ma ‘ndo Hawaii” di Alberto Sordi (dal film “Polvere di stelle”) e il simbolo, un viandante che cammina in bosco pieno di uccellini blu di Twitter.

1 – Renzi si dimette da segretario, straccia la tessera del PD, vende la casa a Rignano, ripudia la cittadinanza italiana e va a vivere alle Antille. Da lì seguirà in streaming il congresso e le elezioni del 2018, quelle che sanciranno la nascita del primo Stato a 5 Stelle, segnalato fra i luoghi consigliati nella categoria “Rovine Storiche” dalla futura Guida Michelin.

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