L’età della Pernacchia Globale

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Che cos’è il patto sociale? Ci dice la Treccani che il patto sociale è “il patto ipotetico attraverso cui individui appartenenti a una stessa società decretano le regole che sottendono al suo fondamento”. Regole che devono essere da tutti condivise, rispettate, che devono derivare da organismi che siano da tutti rispettati, a cui venga riconosciuta l’autorità necessaria a ricoprire il ruolo di chi emana quelle leggi che tutti sono tenuti a rispettare. Lungo tutta la storia la filosofia politica si è occupata a più riprese di sviluppare le teorie sul contratto sociale, a partire dall’età classica fino all’età moderna. Il problema oggi dov’è? Il problema è che, secondo Steen Jakobsen, capo analista di Saxo Bank, gli elettori si stanno allontanando dal contratto sociale.

Siamo in un’epoca in cui c’è un vero rigetto delle strutture politiche tradizionali. L’autore dell’articolo riportato sopra e apparso su Il Sole 24 Ore scrive che “l’elettore medio non voterà sulla base dei fatti, ma per corroborare il suo diritto di protestare contro l’élite”, ed è una cosa tremendamente vera. Abbiamo assistito a campagne politiche o referendarie farcite di menzogne a cui le persone hanno tranquillamente creduto senza battere ciglio. Ricordate il referendum sulla Brexit? Ricordate le menzogne raccontate e candidamente ammesse dal fronte del Leave il giorno dopo la votazione, di fronte a giornalisti allibiti e increduli di tanta sfacciataggine? Ecco. Oppure ricordate la campagna elettorale condotta negli Stati Uniti da Donald Trump, vittorioso alle elezioni presidenziali di novembre? Lavorando sul sistema elettorale americano gli è bastato convincere una parte delle persone della cosiddetta middle class americana che vive nelle campagne o nei piccoli centri abitati, quella middle class che rappresenta un po’ la pancia dell’America e che ha sviluppato un certo odio per l’establishment, per le élite. Prova è che Hillary Clinton ha preso circa 65,8 milioni di voti popolari mentre Trump ne ha presi 62,9, ma con il conteggio dei grandi elettori è stato il repubblicano a vincere, con distacchi minimi in alcuni Stati chiave in cui il risultato era in bilico. E come è risultato convincente? Col suo messaggio di rottura contro l’establishment, col suo messaggio di protesta contro le attuali élite. Anche se lui stesso era ed è parte di questo establishment e di queste élite. I messaggi contro l’establishment sono vincenti: a volte hanno carattere radicale e democratico, come per Podemos in Spagna, altre volte questa radicalità vira verso un sensibile peggioramento della democrazia, come è avvenuto con Trump negli Stati Uniti o come potrebbe accadere con la Le Pen in Francia o con la Lega Nord in Italia.

Questo rigetto, questo odio, non sono però una cosa nuova e inaspettata. David Bidussa, su Linkiesta, lo scriveva già nel 2012: è iniziata l’età del rancore. Cito: “Un sentimento che produce una visione della realtà che è foriera di un malessere profondo di cui la visione complottista della storia sempre più diffusa costituisce allo stresso tempo un sintomo e una causa”. Odio contro l’establishment, visioni distorte della realtà, voglia di rivalsa. Chi sta dall’altra parte pensa di contrastare questo fenomeno con dosi maggiori di conoscenza, di razionalità, di numeri, dati e fatti, ma chi è immerso in questa onda (o chi la cavalca) non è interessato da tutto questo, non viene minimamente scalfito da questa controffensiva. Per motivazioni che non riguardano strettamente la politica, ne ha scritto recentemente anche Pierluigi Battista: “Una rabbia animalesca e barbara che non si limita alle aggressioni verbali sul web, ma si estende alla politica, al sesso, alla medicina”. La mediazione ha perso ogni credibilità, dice Battista, e l’ha persa perché agli occhi di molti hanno perso credibilità quelle stesse istituzioni che dovrebbero essere preposte a stabilire le regole della convivenza comune e a farle rispettare. Insomma, sta progressivamente venendo meno il contratto sociale, e ognuno si sente libero di urlare la propria frustrazione, il proprio malessere, il proprio disagio.

È l’età della Grande Pernacchia Globale, quella in cui alle persone interessa soltanto abbattere l’ordine precostituito. Un periodo in cui l’essere o soltanto l’apparire come contrario all’establishment può garantire un certo seguito. L’esempio di Trump è perfetto: un miliardario immobiliarista ben addentro nelle élite economiche e politiche che, presentandosi e proponendosi come antiestablishment raccoglie il consenso necessario a vincere e ad abbattere (ma solo di facciata) quelle élite che si ritrovano sempre più nella bufera. Anziché i soliti politici o i nuovi politici che però arrivano dai soliti partiti, le persone sembrano pronte a votare chiunque gli si presenti contro, fosse anche una persona con alle spalle molti fallimenti manageriali, una persona immorale, sessista, razzista, profana delle regole di convivenza civile. Insomma, davanti a un candidato proveniente da un partito identificato come establishment, oggi potrebbe rischiare di vincere anche il Mostro di Düsseldorf. È un vaffanculo globale che ha già iniziato a investirci tutti, e su cui siamo ancora drammaticamente impreparati a rispondere. Negli Stati Uniti si dice “bad speech, more speech”, cioè a un discorso cattivo occorre opporre più discorso, più dialogo, più confronto. Il problema è che i contenuti usati per riempire questo “more speech” sono risultati quasi ininfluenti. Le masse che si sentono sempre più in diritto di esternare il proprio odio in modo plateale, ma anche le masse sempre più sfiduciate che semplicemente si allontanano dalla politica, non vengono recuperate dal “more speech” che si è attuato. Forse, riprendendo le parole di Steen Jakobsen, siamo davvero al punto in cui l’attuale contratto sociale dovrà essere sostituito da un nuovo contratto sociale, siamo davvero alla fine di quelle “economie pianificate che abbiamo adottato dalla caduta del muro di Berlino”. Probabilmente è venuto il momento di iniziare a pensare a cosa dovrà esserci dopo.

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Categorie:Politica

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