“Non è una questione di poltrone”, ovvero la tragicommedia infinita del Pd


Cambiano gli scenari politici, cambiano i segretari, cambia la classe politica, ma una cosa non cambia mai, la frase “Non è una questione di poltrone”. Fateci caso: nel Partito Democratico non è mai una questione di poltrone, nessuna battaglia annunciata da chicchessia pare avere come fine la conquista di una o più poltrone, tutte, nessuna esclusa, sono battaglie altissime, importantissime, vitali, che nulla hanno a che vedere con la rozza questione di un posto di potere. E che non si osi a farlo notare: di passa subito subito per quelli che non ne capiscono niente.

Prendiamo ad esempio Massimo D’Alema e il suo nuovo movimento, “Consenso”. Un movimento che vuole raccogliere chi ha votato al referendum ma alle politiche non vota, che vuole raccogliere gli elettori delusi del Pd e del centrosinistra tutto, che vuole promuovere un dibattito ampio che porti a un cambio di passo e di politiche nel Pd. “Non si cambia politica senza cambio di rotta e senza cambio di leadership, per questo dico che va fatto il congresso. Questo è quello che si dovrebbe fare” dice D’Alema, aggiungendo che loro sono lì per rilanciare il centrosinistra e il Pd. Un movimento che non farà un tesseramento ma raccoglierà fondi per esser pronto a ogni evenienza perché, cito, “Se Matteo Renzi cercherà di correre al voto per normalizzare il partito e avere gruppi parlamentari più fedeli scatterà il liberi tutti. Una scelta di questo tipo renderebbe ciascuno libero”. Ma come: prima dice che serve rilanciare, fare un congresso nel Pd, innovare, cambiare rotta, cambiare idee, cambiare leadership, ma se poi Renzi decide di precipitare al voto per segare i parlamentari a lui ostili (ma vicini a D’Alema?) allora liberi tutti, si può anche abbandonare il partito e puntare alla scissione? Un po’ come dire: se c’è lo spazio per prendersi una rivincita e riconquistare il potere bene, altrimenti ce ne andiamo.

Tra l’altro, a margine, vorrei aggiungere un’altra cosa su D’Alema e su Consenso. A Settembre del 2016 al lancio dei Comitati per il No D’Alema disse che “C’è un partito senza popolo e un popolo senza partito, al quale non vogliamo dare un partito ma un’occasione d’impegno civile”. Anche qui l’intenzione non era spaccare il partito ma riempirlo di idee, contenuti, riportare dentro le persone. Oggi, Gennaio 2017, D’Alema riunisce i Comitati per il No e fonda un partito, ops scusate, un movimento chiamato ConSenso. E allora torna alla mente quella battuta di Baffino, “Renzi trasformista, è in grado di dire qualsiasi cosa”, e l’unica cosa che mi viene in mente è che alla fine per fare polemica D’Alema proietta sugli altri i propri difetti.

E che dire di Michele Emiliano, che vuole addirittura arrivare alle carte bollate per imporre un congresso subito? Lo ricordiamo bersaniano all’epoca delle primarie di coalizione del 2012, ma subito un anno dopo diventa turborenziano, tanto da convincere Renzi ad aprire la campagna congressuale proprio da Bari. Nell’articolo si fa riferimento a un volersi riprendere il partito in Puglia dove, effettivamente, era stato messo un po’ da parte dopo la sua indisponibilità a candidarsi alle primarie del centrosinistra per le elezioni regionali del 2010. Stranamente poi divenne segretario regionale del Pd in Puglia nel 2014, e candidato del centrosinistra alle regionali del 2015. In mezzo l’inizio della rottura con Renzi perché, si dice, non ottenne la posizione di capolista alle Europee del 2014: da quel momento il rapporto andò via via guastandosi, fino agli scontri odierni. In cui, ça va sans dire, auspica una candidatura unica contro Renzi al congresso aggiungendo che “se io capisco che questa candidatura può essere utile e incarnata da me, non ho nessun problema”. Anche qui siamo al solito “le idee, certo, ma comando io”: ah, le poltrone e il potere.

Tranquilli, ne ho anche per Matteo Renzi. Renzi che ho sostenuto e che continuo a sostenere obtorto collo a causa dell’infima qualità dei suoi odierni contendenti nel centrosinistra. Ho ascoltato il suo discorso a Rimini, e diverse cose non mi sono piaciute, come l’insistenza sulle capacità del Pd di poter prendere il 40% alle elezioni o la necessità di cambiare e non fare più “governi di servizio” come negli ultimi anni. Dichiarazioni che portano dritto a elezioni anticipate, che a mio modo di vedere sono la scelta peggiore, ma che consentirebbero a Renzi di costruirsi uno schieramento parlamentare a lui più fedele anche in prospettiva di finire all’opposizione. Ma questo giochino è, al pari di quello di D’Alema, un giochino fatto per il potere e le poltrone dei propri fedeli. Aggiungo anche che è stato pessimo il passaggio sull’Unione Europea: “L’Europa che anziché ragionare e riflettere dei massimi sistemi e domandarsi dei massimi sistemi, fa lo 0,2 che è un prefisso. Di fronte a una situazione innovativa, in Europa accade che l’Europa si mette a mandare letterine dicendo che noi abbiamo questo grande problema”. Va bene che sembra ci si voglia proiettare in campagna elettorale, ma una sacrosanta e necessaria riforma dell’Unione non può passare per frasi che la sminuiscono e la ridicolizzano nel suo ruolo. È uno di quei comportamenti che Renzi rimprovera agli avversari: cede al becero populismo per provare a lanciarsi nella riconquista del potere.

Sia chiaro: non vi è nulla di male nel voler provare a vincere delle elezioni politiche, delle elezioni regionali, comunali o un congresso. Non vi è nulla di male se questa voglia di vincere è supportata da una visione forte, da un buon numero di idee, da una visione ampia sul futuro e non limitata alle successive elezioni. Qui invece nel centrosinistra ci troviamo con un partito sempre più dedito a sbranarsi da solo e a parlarsi dietro: una prassi iniziata appena nato, quando fu Veltroni a essere costretto alle dimissioni da segretario. Una sindrome autodistruttiva che sta portando il Pd a diventare sempre più isterico e sempre meno rilevante, in cui ognuno mira a essere il re del proprio orticello per diventare poi l’imperatore di tutto. Idee e contenuti, al momento, non pervenuti. Alla fine l’idea più interessante in queste ricerche spasmodiche di potere la dice Nicola Zingaretti, Presidente della regione Lazio: “Dico che il partito avrebbe necessità di una grande conferenza delle idee democratiche per l’Italia. Il tema del partito non è solo organizzativo. È la sua funzione, il suo ruolo unitario dove l’identità dei singoli non può prevalere sul collettivo”. Vero, verissimo. Ma facciamo diventare realtà questa conferenza, diamole concretezza, non lasciamo che queste siano, come sempre, altre parole sprecate al vento.

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Categorie:Politica

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