Ridare un senso alla sinistra (e al Pd)

 

Ultimamente mi è capitato spesso di leggere la frase “Questo Pd non è più il mio Pd”. L’ho letto da semplici iscritti, da dirigenti locali, da eletti in Parlamento. Il 2017 sarà l’ennesimo anno decisivo per il Partito Democratico, un anno in cui ci dovrebbero essere sia il congresso che probabilmente le elezioni politiche: un anno importante, probabilmente una nuova occasione di svolta per un partito che forse non ha mai saputo superare quelle diversità dovute all’unione di due mondi separati, uniti per anni soltanto in cartelli elettorali di varia natura. Ma cos’era il Pd prima che qualcuno iniziasse a dire che non è più il suo Pd?

È come se in questi anni il Pd fosse rimasto un eterno adolescente che si rifiuta di crescere, di evolversi, di diventare adulto. Uno di quelli che preferisce restare nel calduccio della propria camera a darsi ragione da solo. In questo non vedo (ahimè) grosse differenze fra il Pd dei passati segretari e quello odierno, si è sempre allo stesso medesimo punto, nelle stesse identiche condizioni: un partito spaccato in aree che non mostrano fiducia reciproca e che continuano a farsi la guerra come se fossero ancora un’alleanza di più partiti, e non un unico partito, e che rimane ancorato a un’immagine di se stesso che perde sempre più colore e credibilità. Il 2017 presenta l’ennesima occasione per provare a crescere. Citando l’editoriale di Eugenio Scalfari del 31 dicembre, “La sinistra, non soltanto quella italiana, dovrebbe porsi due fondamentali obiettivi: modernizzare il proprio modo d’essere aggiornandolo secondo i nuovi bisogni della società e conquistare un ruolo di governo sia in Italia sia in Europa. La guerra nel pollaio è miserevole, dividersi in correnti è altrettanto miserevole, ma purtroppo continuano tutti, dal segretario Renzi fino all’ultimo militante del partito”. Modernizzare la sinistra, aggiornare il su linguaggio ai nuovi bisogni. Un tema che ha radici profonde, quasi come il dibattito sulla necessità di riformare la Carta Costituzionale, ma che poi nel concreto non è mai approdato a nulla.

Si è come bloccati nel continuare a dire che serve una nuova sinistra, senza mai mettersi in marcia per raggiungerla. La settimana scorsa, discutendo su un passaggio di questa intervista a Romano Prodi apparsa sul Corriere Della Sera, il direttore de Gli Stati Generali Jacopo Tondelli mi ha linkato un breve articolo del 1995 per spiegarmi una battuta che non avevo capito. L’articolo presentava una nuova collana di brevi saggi della rivista Il Mulino, e rimasi colpito dalle parole usate per descrivere quello di Michele Salvati, “Sinistra o cara”: “Una critica alle vecchie formule della sinistra che deve ridare un senso a se stessa. Già dal primo capitolo, intitolato “Se la sinistra vuol sognare ancora”, si individua qual è la ricetta di Salvati: per salvare il patrimonio ideologico bisogna misurarsi con l’Italia di oggi, ma senza perdere la propria caratteristica essenziale che è la passionalità”. Ridare un senso alla sinistra: prendendo come punto di partenza quel saggio, sono solo 21 anni che se ne discute.

Prima però di provare a dare delle risposte servirebbe almeno chiarire esattamente quali domande occorre farsi. Ad esempio io ho diverse domande a cui fatico a darmi una risposta precisa: cosa dovrà rappresentare il Pd? Chi dovrà rappresentare il Pd? Quale filosofia politica dovrà adottare? Su quali nuove idee poggerà la nuova filosofia politica che dovrà essere sviluppata? Quale tipo di pensiero economico dovrà elaborare? Che tipo di rapporto dovrà avere con le dottrine socialiste e liberiste del passato, oggi drammaticamente in crisi? Che immagine vorrà dare di se questo nuovo Pd? Quali lunghe visioni per il futuro si vorranno sviluppare per immaginare l’Italia dei prossimi decenni? Quali filosofi, economisti, politici, sociologi, saranno presi a riferimento per sviluppare tutte queste cose? Insomma, su quali basi si dovrà dar vita a questa trasformazione? Prendendo spunto da alcune riflessioni di Enrico Sola, nel giugno scorso mi chiedevo se davvero fosse necessario il sacrificio del Partito Democratico per spingersi verso l’elaborazione di una nuova sinistra. Forse che il 2017 sia l’anno giusto per annunciare una nuova costituente per andare oltre il Pd?

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Categorie:Politica

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