Sul doppiopesismo nei confronti di Fiat


Ricordate lo spot della Panda del 2012? Una pubblicità che puntava sul patriottismo, sulla necessità di ripartire del Paese Italia, sull’abbandonare l’immagine stereotipata che tutti ci affibbiano per tornare a essere noi stessi, quelli capaci di grandi cose. immancabili furono le polemiche, che puntavano il dito contro una Fiat rea di svalutare una certa Italia del sud, di mettere in secondo piano l’arte, di dividere il Paese in buoni e cattivi. Ma lo stereotipo che la pubblicità invita a scrollarci di dosso, quello di essere incapaci, indolenti, pigri, confusionari, non è esso stesso un tratto caratterizzante di quei “cattivi” che contribuiscono a dare una pessima immagine? Altri polemizzarono sul fatto che non veniva abbastanza citata la città dove vengono prodotte le Panda, o che puntare così tanto su una citycar e non su un’auto lussuosa avrebbe potuto indurre a pensare che lusso e ricchezza andavano messi da parte.

In rete qualcuno polemizzò anche sul fatto che Fiat non potesse parlare di patriottismo, producendo auto all’estero. “Mica come altre Case che producono in patria”, si aggiungeva. Ma altre chi?, chiedevo. “Le tedesche!”, mi rispondevano spesso sicuri. Leggevo queste polemiche e restavo perplesso. Polemiche mai sopite, tra l’altro, che si possono incrociare anche oggi. E pensavo: accipicchia, gli altri tutti bravi a produrre in casa propria, solo la Fiat è la sciagurata che va altrove. Pensavo a Volkswagen, a Mercedes, Case che sul Made in Germany puntano tutto, sulla qualità teutonica di progettazione, produzione, assemblaggio. Certo, poi ci ha pensato il Dieselgate a incrinare questa sicurezza sulla superiore qualità tedesca, ma è un altro discorso. Insomma, il succo di questa polemica era che Fiat era cattiva perché produce(va) all’estero, gli altri invece no. A nulla valeva che riportassi dati sugli impianti produttivi europei. Oggi, un po’ in sordina, anche Quattroruote ci punta il dito. Già, perché pure gli altri producono fuori dai propri confini nazionali, e non solo citycar di massa.

“Auto col doppio passaporto”, vengono chiamate. Su Fiat lo sappiamo: per dire, la 500 e la Lancia Ypsilon sono fatte in Polonia, la 500L in Serbia, il Fiat Freemont (ex Dodge Journey) viene fatto in Messico nello stabilimento Chrysler. Qualche esempio invece sulle altre Case? La vostra Audi Q3 viene prodotta in Spagna. La vostra Audi Q7, il suv più grande e di lusso della casa di Inglostad, viene fatto in Slovacchia. La vostra Citroën C4 Cactus viene fatta in Spagna. La vostra Ford Ka+ la fanno in India. La Kia Cee’d in Slovacchia. Il Nissan Qashqai in Gran Bretagna. La Hyundai i20 in Turchia. La Mazda2 in Messico. Il Mercedes ML, altro grande suv tedesco simbolo della qualità teutonica, viene fatto in Alabama. L’Opel Mokka X viene fatto in Corea del Sud. Le Renault Megane e Capture sono fatte in Spagna. La Seat Ateca invece viene fatta in Repubblica Ceca. Le Toyota Augo, Citroën C1 e Peugeot 108 sono fatte in Repubblica Ceca. La Volkswagen Polo viene fatta in Spagna. Il Volkswagen Maggiolino invece in Messico. Lascia un po’ frastornati scoprire che molte aziende producono in Spagna mentre Seat, marchio spagnolo, produce all’estero. Sono le sinergie industriali, bellezza.

Perché dico queste cose? Semplice: per provare a sgomberare il campo da inutili polemiche che ciclicamente mi tocca ascoltare. Ciò vuol dire che sono felice che un’azienda italiana va a produrre qualcosa all’estero? No, ovvio, ma non ne faccio una tragedia o un tradimento se accade. E non cerco neanche di sollevare la polvere indicando ciò che fanno gli altri, pongo solo l’accento su strategie industriali comuni a tutti: del resto oggi molte auto nascono da pianali comuni, diventa quindi logico concentrare in un unico sito la produzione di modelli simili, anche se di Marchi differenti. Per Fiat insomma è una specie di tradimento, per le altre no: un doppiopesismo curioso. Forse concentrarsi su polemiche come quella dell’italianità dei prodotti non è esattamente il miglior modo per criticare un’azienda nostrana divenuta ormai una multinazionale.

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