In difesa del compromesso


Nel 2012 mi misi in prima persona a fare politica. L’avevo già fatta da dietro le quinte, come uno dei tanti anonimi “portatori d’acqua” utili affinché tutto funzioni al meglio, ma quella volta volli mettermi davanti. Non avevo ambizioni particolari, non ero io cerca di un ruolo pubblico, tanto che impostai il mio lavoro più sul coagulare consenso verso la lista civica in cui ero entrato piuttosto che puntate esclusivamente sulle preferenze personali. Col senno di poi posso dire che fu un errore, ma allora mi sembrava la cosa più giusta. Ci ripenso oggi perché mi sono ritornate fra le mani le parole che scrissi per chi mi chiedeva i motivi della mia scelta di mettermi in prima linea:

Qualcuno si chiede perché, e quel che posso rispondere parte da questa considerazione:

“La prima definizione di (dal greco πολιτικος, politikós) risale ad Aristotele; secondo il filosofo, significava l’amministrazione della per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano.”

Ogni cittadino ha il diritto alla partecipazione nelle scelte, alla conoscenza, al proporre idee; mentre il compito di chi vuole fare politica sarebbe il porsi come tramite fra queste istanze e il processo per trovare il giusto compromesso per la loro realizzazione.

Ecco, molto semplicemente, mi verrebbe da dire che ho ritenuto fosse opportuno agire non più soltanto come cittadino, ma in maniera più diretta: da strumento. Strumento per tutte le richieste rimaste inespresse da anni per la mancanza di dialogo, per tutte le proteste restate inascoltate, per tutte le porte in faccia che le precedenti amministrazioni hanno sbattuto sulla popolazione, per quel disperato bisogno di ascolto che in tanti hanno cercato, ma che nessuno ha mai saputo esaudire fino in fondo.

C’è una parola che usai in questa spiegazione che ritengo molto importante: compromesso. Certo, oggi questa parola gode di una reputazione che vola rasoterra, viene considerata come un male, come una sconfitta, come la cosa peggiore possibile. Già da molti anni compromesso è sinonimo di sconfitta, di fallimento, di tradimento. Si, anche di tradimento verso gli elettori per le promesse elettorali non mantenute. Al termine compromesso si è come opposto quello di purezza, teso a rimarcare e sottolineare la necessità di non doversi più “sporcare le mani” per cercare accordi con gli altri. A quel punto ciò che conta è soltanto l’attuazione totale di tutte le proprie idee, senza alcuna eccezione e senza alcuno sconto. È come una strisciante forma di fanatismo che porta le persone a considerarsi migliori delle altre, di chi vota per altri partiti: noi i buoni e loro i cattivi, noi gli onesti e loro i disonesti, noi quelli che lavorano per il bene comune e loro quelli che lavorano per i propri interessi privati. In merito alla parola compromesso e a come viene considerata non posso che citare Amos Oz: “Il compromesso è considerato come una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà. Il compromesso puzza, è disonesto.”

Oggi si parla di “largo consenso” per indicare la necessità che alcune scelte siano il più possibile condivise. Lo si diceva in rapporto alla riforma costituzionale, lo si dice ora in relazione alla necessità di varare una nuova legge elettorale. Con anche qui diverse sfumature: quando il Pd aprì a Forza Italia per determinare insieme la riforma costituzionale Renzi, che era il segretario del Pd, fu accusato dalla minoranza del suo partito di connivenza con gli avversari, di sporcare il percorso di riforme alleandosi con il nemico. Tutto questo, ovviamente, ancor prima di conoscere realmente e completamente i contenuti del relativo compromesso. Anche fosse stato il migliore possibile non sarebbe andato bene perché dall’altra parte c’era Berlusconi, l’arcinemico Berlusconi, quello per cui si è passato più tempo a demonizzarlo che a combatterlo politicamente. Costringerlo a un compromesso? Giammai! Si preferisce perde l’occasione di costruire qualcosa piuttosto che intaccare la propria supposta aura di superiore integrità morale. Un po’ come il Movimento 5 Stelle, da sempre contrario a qualsiasi tipo di compromesso: per loro l’unico compromesso possibile è che gli altri decidano di fare completamente quello che vuole il Movimento, altrimenti niente. Già nel 2013 un sondaggio di SWG raccontava come la quota di persone stanche dei compromessi e più orientate verso politiche radicali era cresciuta dal 39 al 48%: il compromesso visto come il male, come dannoso, come la scelta peggiore.

Che sia venuto il momento di recuperare il senso della parola “compromesso”? Che sia venuto quel momento anche come punto di svolta in una politica sempre più chiusa in se stessa, che vede degradarsi sempre più il dibattito pubblico e che contribuisce ad alimentare quel fanatismo da ultras che impedisce un reale confronto fra schieramenti opposti? Sulla Treccani alla parola compromesso leggiamo: “…Transazione, accomodamento […] forma di accordo fra le opposte esigenze di due parti in contrasto, per cui ciascuna delle due cede qualche cosa per risolvere la controversia […] recedere parzialmente dai propri principi […] il termine ha riunito in sé i precedenti significati per indicare un accordo fra persone o gruppi che, pur comportando reciproche rinunce, non presuppone l’esistenza di una controversia né di un vero e proprio contrasto, bensì la volontà congiunta di raggiungere un fine comune superando eventuali divergenze ideologiche…” Il compromesso non è quindi una cosa negativa, perché non è negativo cedere su una parte dei propri principi se lo si fa per perseguire insieme un miglioramento per l’intera società. Si può discutere su dove piazzare il punto di caduta, se più in alto o più in basso, ma quello puoi condizionare se scegli di fare un compromesso. Se scegli di impegnarti insieme agli altri, se scegli di comprometterti. Che non sarà mai una scelta assolutamente felice, non realizzerà subito tutti i nostri sogni, ma ci porterà comunque più vicino ad essi. Non è mai esaltante fate dei compromessi, ma spesso è l’unico modo per non cedere al fanatismo delle idee.

“Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte. Sono sposato con la stessa donna da quarantadue anni: rivendico un briciolo di competenza in fatto di compromessi. Permettetemi allora di aggiungere che quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l’altra guancia ad un avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l’altro, più o meno a metà strada. Comunque non esistono compromessi felici: un compromesso felice è una contraddizione. Un ossimoro.”

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Categorie:Riflessioni

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