Quella banalità del male che continua a fare paura

Ieri non è stata affatto una giornata semplice. Prima c’è stato l’assassinio dell’ambasciatore russo Andrei Karlov in Turchia, avvenuto ad Ankara mentre teneva un discorso all’inaugurazione di una mostra fotografica. Poi c’è stato un camion che è piombato sulla folla in Germania, durante un mercatino natalizio a Berlino. Nel primo caso l’assassino ha poi urlato frasi sulla Siria e su Aleppo, come se volesse vendicarsi per ciò che sta accadendo in quei posti. Nel secondo caso invece ancora non si sa nulla di preciso, la polizia sta mantenendo il riserbo sulle indagini senza specificare se sia un attentato o una drammatica fatalità. Al momento la polizia parla di probabile attentato, senza specificare altro.

Provare ora ad analizzare quanto è successo mi pare prematuro, come mi sembra prematuro prefigurare già delle conseguenze. Andare già a scomodare analogie fra l’assassinio dell’ambasciatore russo e quello dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo nel 1914 mi pare un po’ esagerato. Personalmente mi hanno colpito maggiormente due cose: la tempistica di questi due eventi, che può essere una cosa assolutamente casuale anche se drammaticamente preoccupante, e soprattutto una fotografia. Questa fotografia:

Andrei Karlov prima dell’attentato, alle sue spalle si può vedere l’attentatore (AP Photo/Burhan Ozbilici)

 
È stata presumibilmente scattata appena prima che l’assassino sparasse all’ambasciatore: lo si vede sullo sfondo della foto, sfocato, mentre l’ambasciatore sta tenendo il suo discorso alle persone presenti alla mostra. Guardo quella foto e mi immagino quanto si sia sentito sorpreso Karlov nel sentire qualcuno sparare e nel sentirsi colpito dai proiettili. Mi immagino lo sgomento che per una frazione di secondo avrà provato, il dolore, la disperazione, forse. Ma cerco anche di scrutare quell’immagine sfocata in secondo piano: cosa stava pensando in quegli istanti, cosa l’ha spinto a essere lì per fare ciò che ha fatto, quanta preparazione gli è stata necessaria, come ha scelto il momento di agire, quale tumulto di sentimenti aveva dentro di se, quali reazioni pensava di provocare, quale e quanto odio si portava dentro l’assassino? Sembra una persona normale, tranquilla, che probabilmente è li per questioni di lavoro. Sembra una persona qualunque, banale. Sembra una personificazione di quella “banalità del male” descritta da Hannah Arendt, e forse in fondo è proprio questo a farmi davvero paura.

«Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale.»

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Categorie:Attualità, Riflessioni

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