Il degrado del dialogo politico odierno


Diciamocelo: un vaffanculo è liberatorio. Quando non ce la facciamo più, quando arriviamo al limite della sopportazione, quando non riusciamo più a tollerare qualcuno o qualcosa, quando crediamo che dire semplicemente basta non sia abbastanza, quando pensiamo che le buone maniere non siano più sufficienti, quando siamo in una di queste situazioni spesso pensiamo che un’espressione offensiva, gergale, triviale, sia più netta e di maggiore effetto rispetto a una dialettica più equilibrata. L’insulto diventa strumento per aumentare il peso specifico delle proprie parole, per determinare l’urgenza di una critica, per sottolineare la gravità del pensiero o dell’azione del destinatario della nostra invettiva. Siamo al punto in cui una persona che ne insulta un’altra viene vista come una persona che parla chiaro, che dice le cose come stanno, che ha il coraggio di dire le cose in faccia.

Lo sa bene Beppe Grillo, che del vaffanculo ne ha fatto un manifesto politico. Era il settembre del 2007, il Movimento 5 Stelle ancora non esisteva e il V-Day era una specie di chiamata alla mobilitazione per le persone oneste, stanche della dilagante corruzione. Il vaffanculo era tutto per la mala politica, un’eruzione che voleva liberare tutta quella rabbia repressa verso una classe politica ritenuta sempre più corrotta e sempre più distante. Da allora la dialettica politica ha come imboccato una continua discesa ininterrotta. Lo scrive bene Salvatore Merlo su Il Foglio: “C’è evidentemente una grammatica fuori controllo che ha liberalizzato il turpiloquio, il ricorso a parole violente, eccessive, per forzare nella direzione dello sdegno emotivo e del rifiuto morale situazioni, luoghi, comportamenti e persone, che non è più lo sberleffo spiritoso di Totò: “A proposito di politica, non è che ci sarebbe qualcosina da mangiare?”, ma è forcone, invettiva personale, compiacimento nell’eccesso, tumulto da curva sud”.

Ascoltando l’intervento di Giachetti all’Assemblea del Pd ho avuto una sensazione simile a quella descritta da Merlo. Ho avuto l’impressione che anche nelle sedi deputate al confronto e allo sviluppo di una sana dialettica politica si sia sfondato l’argine dell’invettiva di pancia, degli istinti più bassi. E va bene che Giachetti proviene dalla scuola radicale, quella in cui Pannella non si faceva scrupolo di scioccare con azioni o parole che rompevano i rigidi schemi della liturgia politica, ma questa non può essere una scusa valida a vita. Non lo può essere specialmente in un periodo in cui insulti ed eccessi non sono più un’eccezione tesa a scuotere chi ascolta, ma sono diventati ormai la triste e squallida quotidianità del confronto politico. È come un progressivo imbarbarimento dei rapporti in cui, per ritornare a riavvicinarsi al popolo, se ne assumono tutti gli aspetti più deteriori in nome di una supposta semplificazione tesa a “parlare chiaro”. È una specie di marea che ha ormai iniziato a sommergere tutto, e tutti. Una marea di invettive e turpiloquio che poi rischia tristemente di trasformarsi anche in azione, come nel caso dell’aggressione a Osvaldo Napoli.

Ma l’insulto non è parlare chiaro, non trasmette un’idea, è solo uno sfogo di rabbia, un coprire un vuoto con parole pesanti e ingombranti. Una volta una persona mi disse che un insulto è sicuramente liberatorio ma è anche ingombrante, perché se in una nostra critica ci lasciamo andare all’insulto nessuno poi si ricorderà della critica, anche se giusta e circostanziata e puntuale: tutti si ricorderanno solo della protervia dell’insulto verso l’avversario, o peggio verso un compagno di partito. Questo tipo di linguaggio è ormai sdoganato ovunque: dalle piazze è passato al giornalismo, alla stampa, alla televisione, a internet, alla dialettica politica tra partiti opposti e a quella interna nei partiti e nei movimenti. E chi spera si possa ritornare ad un dialogo politico adulto, serio, pacato, onesto, calibrato, viene visto come qualcuno che non vuole far capire alle persone cosa succede, uno che vuole tornare al parlare mellifluo da Prima Repubblica. Si preferisce la semplicità, la superficialità e l’immediatezza di un insulto, piuttosto che la complessità di un linguaggio che predilige l’approfondimento e rifugge il turpiloquio. Ed è curioso che questo avvenga oggi, in un periodo in cui le persone hanno a disposizioni quantità di informazioni e possibilità di espandere la propria conoscenza e la propria cultura in percentuali maggiori rispetto al passato, quando queste possibilità erano enormemente inferiori ma il dibattito politico era molto più raffinato. Segni di un presente non solo conflittuale ma anche contraddittorio.

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Categorie:Politica, Riflessioni

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