Quando i referendum possono distruggere una carriera politica


I risultati del referendum costituzionale del 4 dicembre li stiamo attualmente vedendo. Per il governo è stata una Caporetto, a dispetto della riconferma quasi totale dei ministri. A pagare più di tutti è stato Matteo Renzi, dimessosi da Primo Ministro, ma sbaglia chi vede in questo suo passo indietro l’inizio della sua fine politica: ha ancora modo e tempo per rifarsi. Qualcuno ha già provato a intonare per lui il De Profundis ma, ad oggi, il Partito Democratico non può prescindere da lui. Nessuno al momento pare attrezzato per raccoglierne il testimone, e quelli che potrebbero farlo sono già impegnati in altre cariche pubbliche e non si sognano nemmeno di buttarsi in uno stagno infestato di coccodrilli come è la gestione del partito. Vero è, però, che questa sconfitta è un duro colpo per Renzi e per la sua narrazione politica. Non è ancora un colpo mortale, ma lo potrebbe diventare. Come? Con un altro referendum.

Già, perché passata l’attenzione sul referendum costituzionale ora inizierà la battaglia su un altro referendum, quello sul Jobs Act. Sono tre i quesiti presentati dalla CGIL, che chiede la cancellazione dei voucher lavoro, il ripristino dell’articolo 18 e il ritorno alle garanzie per i contributi dei lavoratori delle ditte che subappaltano lavori. Si dice che Renzi definisca questo nuovo referendum come una rogna, e ne ha ben ragione: un’eventuale bocciatura del Jobs Act sarebbe una seconda bocciatura per lui, e a quel punto un ritorno in sella sarebbe davvero complicato. Le ipotesi sono diverse, la prima è sciogliere anticipatamente le Camere e votare a giugno. La seconda è sconfessare totalmente la riforma, ma anche questa sarebbe una bocciatura per Renzi. La terza è provare a puntare sull’astensione dato che questo referendum avrà il quorum, ma visto come è andata qualche settimana fa appare come un azzardo folle. E va bene che Renzi è sempre pronto a rilanciare, ma questa sarebbe una puntata contro l’abisso, un rilanciare senza avere in mano nulla.

Nel Pd le acque restano agitate. Speranza dice che non si potrà spaccare nuovamente il partito anche su questo referendum, Cesare Damiano propone delle modifiche ai voucher in modo da farli tornare strumenti per pagare soltanto collaborazioni occasionali, mentre si è scettici sul riportare in vita l’articolo 18 così com’era prima. Qualcuno inizia a dire che il Jobs Act sembra ormai un morto che cammina, e questo viene indirettamente confermato dall’alleanza che si sta nuovamente delineando per questo nuovo referendum. Renzi si troverà contro non soltanto la CGIL della Camusso e la FIOM di Landini, ma anche Forza Italia: Renato Brunetta ha confermato che “Noi voteremo contro il Jobs act. Assieme alla Cgil? Certo, perché Renzi è un politico eversivo e noi stiamo con la democrazia. Stavolta però non vinceremo 60 a 40. Finirà 70 a 30 per noi”. Sembra quindi ci sia la possibilità che anche in questo referendum si ricostituisca quella santa alleanza contro Renzi, determinata a sferrargli il colpo finale. E un secondo colpo del genere farebbe ben più danni delle dimissioni di un primo ministro e del varo di un nuovo governo.

Credo che Matteo Renzi sappia benissimo che non potrà lasciare nulla al caso se vorrà riconquistare ciò che ha perso. Ecco perché l’opzione che potrebbe convenirgli maggiormente è quella di varare subito una nuova legge elettorale, far affrontare al governo Gentiloni il G7 di Taormina del 27-29 maggio e poi andare al voto in giugno, presumibilmente in una data attorno al 25 giugno. Mattarella sarà concorde? Accetterà di sciogliere le Camere oppure cercherà di imporsi per portare a termine la legislatura? Questo farebbe slittare al 2018 il referendum: e lì, ammesso e non concesso che Renzi sia tornato al governo, la battaglia sarebbe affrontata da una posizione di forza, anche se questo non garantirebbe comunque la vittoria. Anzi, si rischierebbe un déjà-vu col referendum costituzionale: aspra battaglia, sconfitta, delegittimazione del governo, potenziali nuove dimissioni nel caso Renzi commetta ancora l’errore di personalizzare il referendum. E sappiamo come lui sia incline al trasformare questi appuntamenti in occasioni di riconferma personale.

Ultimo appunto: solitamente di prassi in estate non si vota, ma ci sono comunque dei precedenti. Nel 1953 si votò il 7 giugno: vinse la DC ma con un risultato inferiore rispetto al passato e mancando di poco il 50% dei voti che avrebbe dato loro un premio di maggioranza. Fu incaricato De Gasperi per formare il governo che durò soltanto un mese. Nel 1976 si votò il 20-21 giugno: furono le elezioni che videro trionfare ancora la DC guidata da Zaccagnini, ma il cui primato fu insidiato da vicino dal PCI guidato da Enrico Berlinguer. 38.72% della DC contro il 34,37% del PCI. Il presidente della DC Aldo Moro aprì al compromesso storico, con un governo guidato da Giulio Andreotti e la “non sfiducia” del PCI. Nel 1979 si votò il 3 giugno: altra vittoria DC che tornò alla formula del centrosinistra con un governo guidato da Francesco Cossiga. Nel 1983 si votò il 26 giugno: vinse ancora la DC che faceva parte della coalizione del Pentapartito con PSI, PSDI, PRI e PLI. Presidente del Consiglio divenne Bettino Craxi, primo presidente di sinistra della storia repubblicana. Nel 1987 si votò il 13 giugno: altra vittoria del Pentapartito, aumento dei consensi per DC e PSI, il Presidente del Consiglio incaricato fu il democristiano Giovanni Goria. Qualcuno è già pronto a vedere delle analogie fra queste elezioni e le potenziali prossime elezioni estive?

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Categorie:Politica

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