Noi e i migranti


Parto dalla notizia: la condanna dei due scafisti che nel 2015 provocarono il più grosso naufragio della storia dell’immigrazione. Fu quello dell’aprile del 2015 che provocò oltre 700 morti, 700 persone morte annegate nella pancia di un barcone rovesciato a causa delle errate manovre del capitano. Lui è stato condannato a 18 anni di reclusione, il mozzo a 5 anni. Di quel naufragio c’è da ricordare la gigantesca operazione di recupero che, dopo un anno dal naufragio, ha permesso di tirare fuori dal mare il barcone e ricomporre le salme delle persone che vi erano morte dentro. Un recupero che generò tra l’altro molte polemiche politiche in Parlamento, con le opposizioni che contestarono al governo di spendere soldi per una cosa inutile. Perché mi ha colpito, di nuovo, questa notizia? Per chiarirlo occorre fare un piccolo passo indietro.

Qualche giorno fa ascoltavo la radio: ero sintonizzato su RadioDeejay, c’era DeeGiallo, il programma di Carlo Lucarelli. Per chi non lo sapesse, è una specie di radiodramma dove lo scrittore racconta storie tragiche di personaggi famosi della politica, dello sport, della musica. Quella sera stava raccontando la storia di un’atleta somala, Saamiya Yusuf Omar. Lei nasce il 25 marzo del 1991 a Modagiscio, è la maggiore di sei figli. Da piccola resta folgorata da Mo Farah, un mezzofondista somalo che è espatriato e ora gareggia per la Gran Bretagna: lei appende il suo poster in camera, vuole diventare anche lei un’atleta ma non vuole espatriare, vuole correre per il suo Paese, la Somalia. È piccola e molto magra, pesa solo 44 chilogrammi ed è alta 1 metro e 62, e nelle prime gare da dilettante si mette in mostra: è veloce, è brava, è molto giovane. Arrivano quindi le attenzioni del Comitato Olimpico della Somalia che inizia ad allenarla e a farle correre delle gare nei campionati professionisti. Non fa mezzofondo, come Mo Farah, ma corre sui 100 e sui 200 metri piani. Nel maggio del 2008 gareggia nei 100 metri piani nei Campionati Africani di atletica leggera: conclude la sua batteria in ultima posizione, ma ha solo 17 anni e tutto il tempo per crescere e migliorare.

Sembra una storia come tante, quella di Saamiya. Quello stesso anno le viene offerta la possibilità di correre alle Olimpiadi di Pechino. Si cimenta nei 200 metri piani, ottiene un tempo di 32″ 16, ultimo tempo di tutte le batterie di qualificazione, ma viene comunque applaudita e incoraggiata da tutto il pubblico presente allo stadio. Alle interviste nel fine gara dirà: “Avrei preferito essere intervistata per essere arrivata prima, invece che venire intervistata per essere arrivata ultima”. È delusa per il risultato ottenuto, ma contenta per quella grandissima opportunità. Proprio sulla sua partecipazione alle Olimpiadi e sulla condizione delle atlete africane adirà che “Noi sappiamo che siamo diverse dalle altre atlete. Ma non vogliamo dimostrarlo. Facciamo del nostro meglio per sembrare come loro. Sappiamo di essere ben lontane da quelle che gareggiano qui, lo capiamo benissimo. Ma più di ogni altra cosa vorremmo dimostrare la nostra dignità e quella del nostro Paese”. Uno splendido esempio di dignità e di determinazione, in una ragazza di soli 17 anni.

Ma così come Mo Farah le indicò idealmente la strada da percorrere, le fece emergere la sua vocazione atletica, un altro campione sportivo ci mise la parola fine. Lui è Abdi Bile, altro atleta mezzofondista, oro ai Mondiali di Roma del 1987 nei 1.500 metri piani. Sarà infatti Abdi, citato dalla scrittrice Igiaba Scego, a comunicare che Saamiya è morta nell’aprile del 2012 in un naufragio su un barcone di migranti al largo di Malta. Aprile 2012, aprile 2015. La giornalista Teresa Krug, di Al Jazeera, ricostruisce l’ultima parte di vita di Saamiya: avrebbe viaggiato attraverso Etiopia, Sudan e Libia, con l’intento di approdare in Europa. Voleva venire qui da noi per un motivo che potrebbe sembrarci banale: voleva cercare un bravo allenatore che la allenasse per le Olimpiadi di Londra del 2012. In pratica Saamiya stava continuando a inseguire il suo sogno di correre.

Leggere allora la notizia della condanna di questo scafista mi ha allora colpito nel profondo. Mi ha messo di nuovo di fronte le facce di tanti disperati che mettono in gioco la loro vita per inseguire dei sogni che qui ci possono apparire semplici: una vita migliore, un bravo allenatore, un lavoro, una casa, un briciolo di felicità. La vita di Saamiya ne è un esempio, raccontato poi nel libro “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella, edito da Feltrinelli nel 2014. Sono persone come Saamiya a provare la traversata, sono ragazzine come lei che vediamo stipate nei barconi, sono ragazze come lei che alcuni vorrebbero rispedire per direttissima in Africa, ricacciarle nella loro povertà, nel loro abbandono, nella loro condizione di persone senza speranza per il futuro. È verso persone come lei che convogliamo il nostro odio verso il diverso, verso l’immigrato, verso “chi viene a rubarci i soldi e il lavoro”. È su persone come lei che diamo sfogo ai nostri più bassi istinti. Il collegare inconsciamente queste notizie me lo ha prepotentemente ricordato. Dovremmo tutti non scordarlo mai.

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Categorie:Riflessioni

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