Sulla necessità di uno spazio politico nuovo e sul futuro politico del centrosinistra italiano


Circa vent’anni fa si parlava di Terza Via. Era la ricerca di un’alternativa o di un compromesso tra le politiche economiche liberali che erano prettamente patrimonio della destra e le politiche sociali ispirate al socialismo che erano patrimonio della sinistra. Si pensava fosse il modo per creare quello spazio politico necessario e sufficiente per accogliere quegli elettori che si trovavano all’inizio del tramonto delle grandi ideologie politiche del novecento. Lo si è pensato anche all’interno dei Democratici di Sinistra prima e del Partito Democratico poi. Oggi si guarda a quell’esperimento con lo sguardo disincantato di chi ha visto nascere e morire quella speranza nell’arco di due decenni, lasciando comunque sul tavolo la pressante necessità di uno spazio politico nuovo, da riempire con nuove idee e con una nuova ideologia. Alessandro Gilioli lo dice bene in questo suo status su Facebook, in cui richiama la necessità di costruire un terzo spazio che si ponga fra le forze schierate con l’establishment economico e quelle (uso parole sue) fasciopopuliste.

Naufragata la Terza Via, questo terzo spazio sarebbe un po’ come un salvagente lanciato a chi sta annaspando nel mare magnum del dibattito politico attuale. Un dibattito diviso e polarizzato fra chi difende a spada tratta le istituzioni e il modello economico e sociale vigente, e chi invece vorrebbe ribaltarlo completamente, distruggerlo, spazzarlo via e sostituirlo con qualcosa di opposto e radicalmente diverso. Ribaltare le politiche di apertura e integrazione (sociale, economica, lavorativa) sostituendole con politiche nazionaliste, fortemente identitarie, protezionistiche. Come facevo notare con un commento però, non basta limitarsi a costruire questo nuovo spazio e, si spera, riempirlo di idee nuove, di una visione diversa, di una ideologia nuova, ma occorre poi anche rendere appetibile e interessante questa nuova opzione. Il che non significa soltanto “riprendere a parlare con le persone” come sto leggendo in questi giorni, quella è una cosa che dovrebbe essere alla base di ogni partito che vuole essere un minimo decente. Ascoltare è il punto di partenza imprescindibile, il problema poi è sapersi fare interpreti di ciò che si ascolta al fine di non far credere che questo ascolto sia fine a se stesso, come invece è spesso accaduto negli ultimi anni.

Viviamo oggi in un contesto post ideologico in cui si cerca sempre più di diluire i concetti di destra e sinistra, di mischiarli fra di loro affermando che ormai sono sorpassati. Il punto è che non sono affatto sorpassati, mostrano però delle vistose crepe create dal tempo. Per molto tempo abbiamo visto destra e sinistra sciogliersi all’interno del sistema economico attuale, descritto come capitalista e neoliberista, perdendo progressivamente alcuni tratti caratteristici propri che le hanno rese spesso indistinguibili. A luglio Fabio Chiusi si domandava cosa potesse esserci nel postcapitalismo, e credo che anche questo rientri a pieno titolo nel dibattito su questo nuovo spazio politico da costruire. A mio modo di vedere serve ritornare a differenziare concretamente destra e sinistra, serve riempire nuovamente queste due parole con qualcosa di nuovo. Serve a ridare alle persone delle coordinate in cui muoversi, degli spazi in cui potersi riconoscere e in cui sapere che il proprio impegno politico fa la differenza per il raggiungimento di un determinato scoop. In soldoni, serve a ridare speranza alle persone.

Uso ancora le parole di Chiusi: “serve un’iniziativa davvero condivisa e partecipata per formulare una nuova e buona ideologia di sinistra”. Il famoso terzo spazio di Gilioli. Matteo Renzi nel 2012 si voleva fare interprete anche di questa pulsione, voleva essere quello che avrebbe riformato la sinistra odierna per traghettarla nel ventunesimo secolo. Una sinistra che, nel suo libro di intenti, doveva unire sogno e pragmatismo, doveva unire l’ideale e il perseguibile. Questo però passava necessariamente dalla costruzione di una nuova ideologia, cosa che è mancata, e dalla costituzione di una nuova classe dirigente, obiettivo perseguito solo superficialmente. Il risultato è stato un cambiamento di facciata che ha funzionato all’inizio, quando Renzi ha conquistato la segreteria del Pd nel 2013, ma che poi si è disciolto durante il suo periodo di governo. Renzi, da alternativa per una nuova sinistra, è finito per rappresentare una forza fedele all’establishment attuale, in perfetta continuità con ciò che c’è stato prima di lui. È quella, per me che sono stato e sono tutt’ora un suo sostenitore, la sconfitta più grande: non aver saputo dare vita e forma a questo nuovo spazio politico.

Ora ci troviamo di fronte alla prospettiva di elezioni anticipate o del fine legislatura nel 2018: e come ci arriverà il Pd? Votare nel giro di pochi mesi significa presentarsi sostanzialmente immutati a come si è stati negli ultimi anni. Certo, ci sarà un nuovo congresso ma il rischio è fare tutto troppo di corsa e non avere quindi il tempo di elaborare nuovi contenuti e nuove filosofie. Rimandare l’appuntamento elettorale non garantisce ovviamente che questo lavoro verrà fatto, ma almeno da un minimo di tempo per provare a iniziare questo lavoro di costruzione. È solo tramite l’elaborazione di una nuova ideologia che si riuscirà a dare risposte sensate a chi sta ascoltando, è solo in questo modo che si restituiranno quei punti cardinali necessari affinché chi si è perso possa “ritrovare la strada per ritornare a casa”. Ci troviamo oggi con persone che non credono più alle ideologie del passato, alla differenziazione storica tra destra e sinistra. Come possiamo parlare a loro, come possiamo elaborare una nuova filosofia che sia attrattiva? L’esperimento del Movimento 5 Stelle è in questo esemplare: ripetono come un mantra di essere oltre i concetti di destra e sinistra, una cosa che in un’epoca di post ideologismo fa un sacco di presa. Ma, come visto, questa diluizione rischia soltanto di aumentare la confusione e incrementare il malcontento verso una politica che sceglie di arroccarsi sulle sue posizioni storiche e non contempla nessuna possibile evoluzione, nessuna possibile elaborazione di un pensiero nuovo.

La necessità di questo terzo spazio è come una chiamata alle armi per chiunque abbia a cuore la politica e la sinistra. È un’urgenza che di fronte alla marea montante dell’antipolitica sta diventando sempre più impellente, sempre più difficilmente rinviabile, pena il rischio di esserne fagocitati. Già alcuni tratti dell’antipolitica hanno fatto breccia nei partiti, se dovesse cadere anche l’ultimo argine che separa politica e antipolitica probabilmente assisteremmo alla fine non solo delle ideologie ma anche dei partiti. Sarebbe la tempesta, e navigare in una tempesta è drammaticamente pericoloso. “Ogni tanto una generazione salta”, diceva Mitterand. Pensavamo fosse quella degli attuali quaranta/cinquantenni, invece sembra più che sia quella degli attuali trentenni: nessun riferimento ideologico classico, spaesati nell’orientarsi nel panorama presente, senza grandi prospettive per il futuro. Soprattutto per loro serve un nuovo spazio, una nuova filosofia, delle nuove idee. Pena il rischio di veder saltare in successione anche le prossime generazioni.

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Categorie:Politica, Riflessioni

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