Cosa accadrà dal 5 dicembre?


Siamo tutti impegnati a pensare a quale risultato uscirà dal referendum costituzionale del 4 dicembre. Si ragiona sulle rilevazioni statistiche dei sondaggi pubblicato fino alla scorsa settimana, sui partecipanti ai comizi che i vari comitati tengono in giro per l’Italia e all’estero, sugli andamenti degli hashtag dedicati sui social network, sugli endorsement più o meno famosi che si stanno raccogliendo. Ma si ragiona anche sugli attacchi scomposti che partono da ambo gli schieramenti, sugli insulti incrociati, sulle varie pessime idee comunicative che non fanno altro che ingrassare quella che oggi viene chiamata postverità. Siamo tutti concentrati lì, ma cosa accadrà dopo? Cosa accadrà dal giorno successivo alla politica e alla nostra società, alla nostra capacità di essere comunità?

Sul fronte politico è interessante questa analisi di Luigi De Gregorio. Sostanzialmente: comunque vada per Renzi sarà un successo. Nella pratica, se vincesse il Si Renzi avrebbe un ampio potere negoziale sia dentro il suo partito che al governo, acquisterebbe slancio per l’ultima parte della legislatura e potrebbe contare su una vittoria elettorale che lo ha visto contrapposto praticamente a ogni leader politico di peso oggi esistente in Italia. Affronterebbe anche con più serenità il percorso congressuale che si aprirà con l’inizio del 2017, che potrebbe vederlo riconfermarsi segretario senza troppe difficoltà e senza grossi patemi d’animo. Questo lo proietterebbe alle elezioni del 2018 da favorito, e gli lascerebbe spazio per arrivarci dopo aver compiuto altre riforme più “elettoralmente remunerative”, come quella del fisco di cui tanto si è vagheggiato.

Ma anche lo scenario opposto andrebbe bene a Renzi. Se vincesse il No sarebbe comunque una vittoria ma a patto che la forbice delle percentuali di voto sia ristretta. Agli ultimi sondaggi questa percentuale oscillava al massimo sul 55-45 per il No: per il discorso fatto prima, quel 45 potrebbe essere reclamato facilmente da Renzi, mentre quel 55 sarebbe suddiviso su più leader con visioni anche diametralmente opposte. Sarebbe comunque una gran prova di forza rispetto ai futuri equilibri politici. Renzi ha poi detto che in caso di vittoria del No si dimetterebbe, lasciando spazio a un nuovo governo che comunque avrebbe il Pd come baricentro, e quindi Renzi come dominus (anche se non più premier). Alle elezioni, sia con questa e con una nuova legge elettorale più proporzionale, Renzi e il Pd potrebbero comunque risultare il partito con più eletti in un ipotetico nuovo governo di larghe intese. Tra l’altro la vittoria del No gli sarebbe il tempo di occuparsi di più del partito, e c’è da pensare che il congresso potrebbe facilmente diventare terreno per uno scontro molto duro con le opposizioni interne, tanto da pensare a una specie di rifondazione stessa del Pd condotta proprio da Renzi. Ma questo mi interessa relativamente: di scenari politici si potrà discutere e si potranno affrontare a urne chiuse e coi risultati definitivi, con la certezza che in ogni caso non sarà la fine del mondo.

Più complesso è ipotizzare cosa potrà accadere alla nostra società. Il Post prova a delineare il rischio maggiore, al di là del risultato delle urne. Scrivono: “L’incarognimento generale – che viene da lontano, riguarda il mondo intero, e non è nato con questa campagna, certo – prevarrà su qualunque risultato auspicato, che sia dare all’Italia nuovi strumenti per essere meglio governata, oppure impedire un aggravamento delle sue derive. Le certezze in questo senso sono l’unica cosa certamente falsa: esistono argomenti e posizioni ragionevoli a favore di entrambe le scelte, e nessuna delle due avrà conseguenze apocalittiche”. Il dramma è proprio questo: l’incarognimento. Ci sono persone che dai social network cancellano amicizie perché votano in modo diverso. Ci sono persone che arrivano a dire che lascerebbero il proprio partner se votasse in modo differente dal proprio. Ci sono persone che cambiano radicalmente opinione sulle persone solo perché schierate dalla parte opposta, quando fino a prima della loro dichiarazione di voto erano invece osannate. Rancorosi, killer del futuro dei nostri figli, scrofe ferite, accozzaglie, sarebbe meglio ammazzarli, fascisti (veri e presunti), falsi partigiani, ciaoni, vaffanculo, bisogna finirlo mentre è ferito, imporrete una dittatura, sfascerete la democrazia: ecco un campionario delle ultime gentilezze scambiate fra i due schieramenti. Ovvio poi che chi ascolta si senta sempre più legittimato a dire ogni bestialità gli passi per la testa. Proprio per questo ieri ho sentito la necessità di alleggerire la tensione con una stupidata, una presa in giro rivolta a Renzi sul referendum (e pensate che voto Si).

Se i nostri leader non dimostrano di essere all’altezza di una comunità civile che vuole discutere ma non odiarsi, forse dovremmo essere noi stessi a ricordare loro che dovrebbero esserlo. E non per mostrare con malcelato disgusto una certa diversità elitaria dal popolo, ma per tornare a essere davvero degli esempi da seguire, da imitare, da cui poter imparare. Ricordiamoci le parole che Michelle Obama usò a luglio alla convention dei Democratici: “Quando qualcuno è crudele o si comporta come un bullo, noi non scendiamo al suo livello, no il nostro motto è: quando gli altri scendono in basso, noi voliamo alto”. Se è pur vero che la tendenza a incattivirsi è mondiale, è anche vero che non dovremmo facilitare questo percorso lasciandoci coinvolgere in questa corrente. Sta a noi elettori, attivisti, iscritti ai partiti o alle associazioni, scegliere come comportarsi, scegliere cosa avallare, scegliere quali comportamenti adottare verso noi stessi e verso gli altri. Sperando che non prevalga quel nefasto sentimento del “tanto peggio, tanto meglio”.

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Categorie:Politica, Riflessioni

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