Le elezioni americane e l’abbaglio collettivo


Quindi Donald Trump è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Praticamente nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo, praticamente nessuno gli dava una reale e concreta chance di vincere: al limite veniva accreditato di possibilità percentuali residue, roba per cui tutti siamo stati tranquilli pensando che un ribaltamento sarebbe stato impensabile, irrealizzabile. Invece è avvenuto. C’è un insegnamento, quanto meno a livello statistico, che possiamo trarre: se c’è anche solo l’1% di possibilità allora si può ancora vincere. Del resto alla vigilia della chiusura delle urne davano a Trump il 10% di possibilità di vittoria, tipo la previsione del New York Times, abbiamo visto come è finita. Il 19 settembre mi chiedevo pure io se Trump avesse potuto diventare Presidente, ma era un’opzione in cui credevo davvero poco.

Serve ammetterlo chiaramente, tutti abbiamo fallito nel provare a prevedere cosa sarebbe successo. Hanno sbagliato i grandi giornali, hanno sbagliato i vari influencer, hanno sbagliato i sondaggi. In più c’è che si sono sbagliati pure quelli che hanno fatto analisi sui big data, probabilmente per un motivo abbastanza semplice: esiste una parte di America connessa, informatizzata, consultabile, analizzabile, ma c’è anche quella parte di America cosiddetta “profonda” che vive nelle provincie, nei piccoli paesi, che di internet e dei social se ne frega, che quindi non può essere consultata, analizzata, studiata. Serve ammettere che di questa larga fetta di persone non si sa quasi nulla. Tutto questo viene scritto molto bene da Fabrizio Goria su EastOnline.

Io non ho analisi di cosa sia successo, sinceramente non ho la chiave per svelare le motivazioni di questo risultato. Penso ci siano più chiavi interpretative, e che sia sbagliato usarne solo una come spiegazione come fanno Bersani o Rossi: non solo richiesta di maggiori politiche radicali, nella loro idea più di sinistra, ma anche un misto di paure, odio, intolleranza crescente che dalle élite si va a riversare anche verso le persone normali. Non solo un rigetto della globalizzazione (cosa sapranno e che idea avranno della globalizzazione nella profonda provincia americana?) ma una vera recrudescenza dell’odio verso il diverso, dell’intolleranza verso tutto ciò che non ci riguarda direttamente, una vera e propria spinta a chiudersi in se è che porta verso il protezionismo. Le spinte a cui siamo sottoposti sono molteplici, e queste sono solo alcune che secondo me non fanno il quadro generale d’insieme.

L’unica cosa che istintivamente mi sento di aggiungere al dibattito sono due termini con cui dovremo misurarci di più e meglio: postdemocrazia, e postverità. La prima, ben raccontata da Colin Crouch, spiega che le democrazie tradizionali rischiano di perdere parte dei loro caratteri costituenti a favore di nuove forme di esercizio del potere, nuove forme prevalentemente oligarchiche che rischiano poi di evolvere verso nuove forme di elitismo. Sul tema è interessante questa sua intervista a Il Manifesto del 2015. La seconda, la postverità, è l’affermare cose false, farlo in piena cognizione di causa, con l’obiettivo di ingannare e di dire quello che fa comodo in quel preciso momento. Non importa se sia una bugia gigantesca, se sia una fandonia irrealizzabile, se sia addirittura un inganno svelato dal fact-checking di giornalisti e media: le persone ci crederanno comunque, perché stanno ascoltando esattamente quello che vogliono sentir dire. Pierre Haski lo scriveva a settembre, indicando Trump come il testimone di questa postverità dopo averla già vista all’opera in Gran Bretagna durante la Brexit. Torna anche qui a pesare l’insofferenza verso le élite, verso il sistema. Un’insofferenza che ormai mi pare non riguardi più il colore e l’orientamento politico del sistema, ma riguardi proprio tutta la struttura democratica fino alle sue fondamenta.

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Categorie:Politica

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