Leopolda 7: tanto entusiasmo e una nota negativa


Matteo Renzi nel 2015 diceva che la Leopolda non era e non sarebbe mai diventata un meeting politico. Però è un luogo dove si “mastica” molta politica, dove si ha la possibilità di confrontarsi, parlare, scambiarsi idee, criticare. Un lungo che ha l’ambizione di parlare a tutto il Paese, non solo a quello che si riconosce nel Partito Democratico. Ma com’è stata questa settima Leopolda? Sicuramente migliore di quella dello scorso anno, a molti apparsa un po’ fiacca e senza la necessaria energia emozionale che abitualmente si respira in questo evento.

Probabilmente ha contribuito al miglioramento il tornare a proporre i tavoli tematici al sabato. Alcuni sono stati molto interessanti, sia per la qualità della discussione che per il confronto che ne è scaturito: cito ad esempio il tavolo seguito da Maria Elena Boschi sui diritti civili e sulla violenza sulle donne, il tavolo di Pier Carlo Padoan sulle misure per la crescita, quello di Giorgio Gori sull’immigrazione, quello di Carlo Calenda sull’industria di quarta generazione. Soprattutto al tavolo di Padoan i partecipanti hanno avanzato molte proposte, anche ben argomentate e strutturate. Si spera che le proposte emerse nei tavoli tematici possano poi essere sintetizzate in un documento da rendere pubblico, sulla scia dei famosi “100 tavoli per 100 idee” utilizzati in passato.

Come dicevo, è stata una Leopolda più energetica e più coinvolgente rispetto a quella del 2015. Probabilmente molto ha influito il referendum costituzionale e il fatto di essere ormai all’ultimo mese di campagna referendaria, con la necessità di galvanizzare le persone per questo ultimo tratto di strada prima del voto del 4 dicembre. Del resto si sa: Matteo Renzi è una formidabile macchina da guerra in campagna elettorale. Lo sa bene anche lui, e nel discorso di chiusura di domenica a mezzogiorno, uno dei suoi classici discorsi “circolari” dice ha parlato praticamente di tutto, è infatti tornato a battere il tasto sul derby tra la rabbia e la speranza, sul confronto fra il vecchio e il nuovo, fra l’essere statici e l’essere dinamici. Si dice che “votare è comprare una storia”, e per convincere quella fetta di elettori ancora indecisa sul voto referendario Renzi ha scelto di imboccare nuovamente la tortuosa strada della personalizzazione. Se sarà redditizia lo scopriremo fra meno di un mese.


Interessante l’intervento dal palco dello psicanalista e saggista Massimo Recalcati. Un discorso sulla necessità di guardare avanti non immediatamente comprensibile, basato sulla metafora dei padri e dei figli, quella che descrisse nel suo libro “Il complesso di Telemaco”. Il cambiamento, ha detto, “significa che non dobbiamo stare fermi ad aspettare il dono dei padri”, e ha aggiunto che “Non c’è niente di più insopportabile per un figlio che avere un padre che sa fare solo lezione”. Chiari riferimenti alla vecchia classe politica che nonostante i numerosi fallimenti pretende ancora di dare lezione e di indicare come fare le riforme, che vorrebbe mettere nuovamente da parte le nuove leve accusandole di essere incapaci, che vorrebbe riprendere i vecchi metodi che per decenni non hanno prodotto niente. Occorre imparare ad avere fiducia nei giovani, dice Recalcati, occorre smetterla con “l’insopportabile corteo di padri che non sanno imparare dai propri figli”. Seppure per metafore, non le ha certamente mandate a dire.

Unica nota negativa i cori “Fuori! Fuori!” urlati dalla platea mentre Renzi nel suo discorso finale attaccava la minoranza del Pd. Intendiamoci: il Pd ha aperto alla minoranza sulla legge elettorale, siglando un documento di modifica firmato da Gianni Cuperlo in cui praticamente si accettano tutte le richieste della minoranza. Si elimina il ballottaggio, si passa ai collegi uninominali, il premio sarà alla coalizione, ci sarà l’elezione dei senatori. La minoranza ha detto per mesi che il suo voto favorevole al referendum era legato alla modifica della legge elettorale, ora però che l’accordo di modifica esiste una parte della minoranza tira dritto sul no. Tipo Pierluigi Bersani, che dimostra in questo modo come il problema non fosse l’Italicum ma la leadership di Renzi. Ma conviene a Bersani sovrapporre una battaglia congressuale al referendum costituzionale? Premesso questo, e aggiungendo che ha ragione Renzi quando usa il paragone fra Hillary Clinton e Bernie Sanders prima acerrimi nemici e ora grandi alleati per sferzare i “teorici della ditta solo quando fa comodo a loro”, detesto quell’urlare “Fuori! Fuori!” come se si dovessero cacciare via dei malviventi. Non si caccia il dissenso, è una cosa che non mi stancherò mai di ripetere, è una cosa che i renziani dovrebbero sapere dato che erano loro a subirla quando erano minoranza all’interno del Pd. Così come la trovavo schifosa allora, la trovo schifosa oggi, una cosa da cui si dovrebbe prendere le distanze. La minoranza teme che con la vittoria del si al referendum Renzi farà piazza pulita nel partito, ma io penso che accadrà il contrario: con la vittoria del si Renzi potrà mostrarsi magnanimo con una minoranza ridotta a contare pochissimo, sarà invece con la vittoria del no che Renzi farà tabula rasa nel Pd per rinforzare la sua posizione di segretario.

L’ultima sfida che resta a Renzi, oltre al referendum, è quella di plasmare definitivamente la nuova sinistra che ha in mente. Credo sia abbastanza pacifico e condiviso da tutti il fatto che la sinistra negli ultimi decenni abbia ampiamente fallito nella sua missione, Renzi lo ha sempre detto fin dal 2011 e ci ha costruito la sua vittoria congressuale nel 2013. Ora però è venuto il momento di dare concretamente forma all’idea di sinistra che ha in testa, quella che nelle sue intenzioni dovrebbe essere definitivamente svecchiata da tutte le vecchie liturgie ma non svuotata dai riferimenti storici, al massimo essere integrati da nuovi riferimenti di un mondo in rapido cambiamento. È un processo che ha timidamente iniziato dopo l’essere diventato segretario del Pd, ma che ora più che mai necessita di essere portato a termine. In questo caso l’appuntamento è per il 2017, quando ci sarà il congresso. Forse pensando anche a questo Renzi ha già annunciato le date dell’ottava Leopolda, dal 20 al 22 ottobre 2017. In questo annuncio c’è la chiave per comprendere nella sua interezza il suo discorso finale: non semplicemente un comizio per il si al referendum, ma anche un’arringa alle sue truppe in vista del prossimo congresso.

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Categorie:Politica

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