Cara sinistra, dove sei finita?

Da quelle complesse e complicate elezioni politiche del 2013 ci sono diverse domande che continuano a seguirmi riguardo alla sinistra italiana. Domande che riguardano la politica italiana, le idee che stanno alla base dei vari partiti (e movimenti) italiani, il come si incasellano nel quadro politico classico suddiviso fra destra e sinistra. Mi faccio molte domande su quella che dovrebbe essere la sinistra in Italia, Partito Democratico a parte, perché il suo autolesionismo è a tratti incredibile. Il Pd ad esempio non rappresenta in toto la sinistra, semmai è un partito ancora relativamente giovane e in trasformazione, nato dall’unione di due partiti che per oltre un decennio hanno formato la coalizione elettorale di centrosinistra che con alterne fortune ha avuto anche l’onore e l’onere di governare. È un partito che rappresenta il centrosinistra che ha al suo interno solo una parte politica che rappresenta la sinistra.

La sinistra in Italia è sempre più una cosa complicata. Come detto c’è il Pd, ma oltre esso c’è una costellazione di partiti e movimenti a sinistra più o meno piccoli, alcuni nati da fuoriusciti del Partito Democratico stesso, ognuno interessato a diventare il punto di riferimento della sinistra italiana. Accusano il Pd guidato da Matteo Renzi di essere di destra, di fare politiche di destra, di aver cacciato via l’elettorato di sinistra, di aver distrutto la sinistra in Italia. Per questo lo combattono, lo osteggiano. E, intendiamoci, fanno bene: se non si è convinti delle idee di qualcuno è giusto opporvisi, combatterle, contestarle, proporre idee diverse che offrano una visione diversa da quella offerta. Il problema però sta tutto lì, nella proposta di nuove idee e nuove visioni. La dirò in parole povere e semplici: non esistono. Non esistono idee nuove e non esiste una visione nuova, esiste solo una volontà di opporsi a Renzi che porta la sinistra italiana a contestare ogni sua scelta in modo sterile e inutilmente provocatorio, al massimo opponendo vecchie ricette politiche in un contesto in cui il mondo è già fuggito in avanti. È anche questo uno dei motivi per cui la sinistra in Italia sta perdendo progressivamente consenso politico, ritrovandosi con percentuali da prefisso telefonico.

Prendiamo ad esempio la campagna sul referendum costituzionale. Renzi e il Pd sono stati accusati di aver personalizzato troppo questo referendum e successivamente di aver fatto campagna in modo demagogico e senza entrare nel merito della questione. Accusa legittime e anche parzialmente vere, dato che lo stesso Renzi ha successivamente ammesso di aver sbagliato a personalizzare questo referendum, arrivando addirittura a legare il suo futuro politico al risultato finale di questa consultazione. Il punto è: di fronte a un Pd che sbaglia a personalizzare la campagna referendaria come decide di comportarsi la sinistra? Semplice: seguendo Renzi sul terreno della personalizzazione, nel mentre che lo accusa proprio di personalizzazione. Lo accusano di oscurare le ragioni per cui si dovrebbe votare anteponendo il fatto che se il referendum non passa allora il governo va a casa, ma poi girano facendo il suo stesso gioco e affermando che al referendum si dovrà votare contro per mandare un segnale al governo e fargli capire che le sue politiche (oltre che la sua riforma) non sono ben accette. Un po’ la storia dell’ormai mitico combinato disposto (quanto piace ormai questo termine) fra riforma costituzionale e nuova legge elettorale. Un’altra delle motivazione per cui la sinistra dice di votare no al referendum è che la legge elettorale è pessima, e combinata al riforma costituzionale risulterebbe pericolosa. Non dice che la riforma in se è pessima, dice che funzionerebbe male con questa legge elettorale. Che eventualmente potrebbe cambiare in qualsiasi momento, ovviamente trovando una maggioranza disposta a farlo. Ma se dicono che, Pd a parte, tutti gli altri sono schierati per il no, non dovrebbe essere difficile. O no?

Invece per la sinistra italiana non è solo difficile, è difficilissimo. Già marcia disunita sul cosa proporre in alternativa (alcuni vorrebbero un proporzionale puro, altri un sistema uninominale maggioritario ma non troppo, altri ancora un mattarellum corretto), figuriamoci se riuscirebbe a riunire una maggioranza necessaria in parlamento per proporre una modifica della legge elettorale. Del resto basterebbe guardare a chi oggi guida a sinistra il fronte del no al referendum: è quel Massimo D’Alema che per decenni è stato accusato di voler distruggere la sinistra (che déjà-vu) mentre oggi viene osannato come nuovo leader della rifondazione e della riscossa. Comico, vero? Comico e a tratti tragico, se siamo al punto da considerare come salvatore della sinistra un personaggio simile, è la rappresentazione plastica di quanto la sinistra italiana sia un gravissimo stato comatoso da cui non riesce a svegliarsi. E i danni di questa condizione si riverberano non solo sulla sinistra, ma su tutto il campo politico italiano: manca quello spirito riformatore, progressista, vicino ai più deboli e che dia loro risposte e speranze. Manca la sinistra. Tutti ne parlano, ma nessuno pare riuscire a vederla, nessuno pare riesca a farla tornare visibile, tangibile, reale.

Le idee non ci sono, o quando esistono sono poche e ben confuse. Prendo alcuni spunti da questo articolo di Alessandro Gilioli, che racconta un incontro chiamato “Porte Aperte. Il mondo, la sinistra, una storia nuova”. L’ennesimo incontro che doveva definire un nuovo modo di essere sinistra in Italia, direte voi. Esatto, vi rispondo io. Ne avete sentito parlare, per caso? Avete notato qualche impatto nella sinistra italiana? Io no. Riporto, dal sito dell’evento:

“Vogliamo una sinistra che si ritrovi nella relazione tra le persone, nella reazione che parte dal basso, nella costruzione di umanità e di opportunità, che connetta le esistenze e generi diritti e trame sociali come lo straordinario esempio di solidarietà e di rete che è stato #porteouverte. Una sinistra che, perfino nei momenti di crisi più disperanti, sappia aprire le porte quando la paura e l’egoismo le vorrebbero chiuse. Una sinistra capace di guardare il mondo che cambia, di leggerlo, di interpretarlo. Di declinare la propria funzione in base ad esso, e non a partire sterilmente da sé e dalle proprie presunzioni. Una sinistra a porte aperte perché capace di affacciarsi sulla strada, pronta a contaminarsi con chi vuole entrare e partecipare. Porte aperte su una piazza, sulle discussioni nei bar e nelle strade, perfino nei social network, quelle che parlano del mondo e dei desideri. Porte aperte sul futuro, sull’innovazione, sul nuovo welfare. Porte aperte sull’ambiente da tutelare, sul lavoro di qualità e sull’economia circolare. Porte aperte ad una storia nuova, da costruire insieme.”

Tutto molto bello, tutto tremendamente poetico, tutto molto “di sinistra”. Dal blog presente su quel sito cito le parole di Marco Furfaro: Usciamo dalla pozzanghera in cui siamo finiti. Perché non basterà issare la bandiera della nostra purezza (quale, poi?), rinunciare alla battaglia per un’altra Europa o evocare la parola “sinistra” come formula salvifica. Occorre raccontare fragilità e buone pratiche, dargli spazio e protagonismo. Senza paura di essere impuri, complessi e fragili come coloro che vorremmo rappresentare. Entrando in connessioni crescenti con il mondo, a partire dal referendum costituzionale. Io leggo le intenzioni di quell’assemblea, leggo le parole di Furfaro, ma continuo a non capire cosa propongano. Leggo gli interventi, e non riesco a capire su quali idee vogliano rifondare la sinistra italiana, quale visione vogliano proporre da contrapporre a quella di Renzi e del Partito Democratico. Dove sono le buone pratiche che citano continuamente? Dove sono le aperture al mondo che continuano a sostenere come indispensabili? Dove sono queste nuove idee? Quali sono nel concreto le nuove proposte che dovrebbero ribaltare i paradigmi odierni nel lavoro, nella sanità, nel welfare, nell’istruzione, nella sicurezza? Sembra non esserci niente di tangibile. Come dice Gilioli, pare più che la sinistra abbia l’ansia di esserci, di essere visibile, piuttosto che l’ansia di fare qualcosa di concreto, di reale.

Cos’è quindi la sinistra italiana oggi? In relazione all’ansia di esserci col solo fine di essere visibili e non con il fine di proporre qualcosa di nuovo, Gilioli la descrive molto bene: “Se la sinistra appare rissosa, inutile, priva di identità, attaccata a simbologie e ritualismi del passato e incapace di produrre una visione di trasformazione dell’esistente, non è perché non sa comunicare: è perché è rissosa, inutile, priva di identità, attaccata a simbologie e ritualismi del passato e incapace di produrre una visione di trasformazione.” Game, set, match. Eccovi la sinistra italiana: quella che predica bene ma poi razzola male, quella che critica la personalizzazione del referendum ma poi insiste a sua volta sulla personalizzazione del referendum, quella che ribadisce di non voler più essere autoreferenziale ma che poi non sa far altro, quella che parla di nuove idee ma che poi non riesce più a elaborarne neanche una. La sinistra italiana è un po’ come Vladimiro ed Estragone in “Aspettando Godot” di Beckett: lei è ferma lì, legata al suo passato e in attesa di un futuro che deve arrivare da un momento all’alto ma che in realtà non arriva mai. Però ne parla, ne parla tantissimo, forse per coprire l’assordante silenzio di un’attesa ormai infinita.

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Categorie:Politica

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