Il Progetto Excelsior


Se diciamo “saltare dallo spazio” ci viene subito in mente Felix Baumgartner. Era il 14 ottobre del 2012, e in collaborazione con Red Bull ha dato vita al Red Bull Stratos, il tentativo di stabilire il nuovo record per il salto in caduta libera. Alle 19.09 di lanciò da un pallone sonda riempito di elio da un’altezza di 38.969,4 metri, e raggiungendo la velocità di 1357,64 Km/h infranse il muro del suono. Stabilì tre record: l’altezza massima raggiunta da un pallone aerostatico con equipaggio, l’altezza maggiore di lancio da un pallone aerostatico e infine la velocità massima raggiunta da un uomo in caduta libera. Successivamente il record di altezza maggiore di un lancio da pallone aerostatico fu battuto dal vicepresidente di Google, Alan Eustace, che nell’ottobre 2014 si buttò da 41.419 metri, ma non è del record in se che voglio parlare, bensì di chi da terra guidò Baumgartmer: Joe Kittinger.

Kittinger è stato un aviatore statunitense dell’USAF, l’uomo che prese parte da protagonista al Progetto Excelsior. Ma di cosa si trattava? In soldoni potremmo dire che questo Progetto fu l’antesignano dei lanci fatti da Baumgartmer e da Eustace, solo che i tentativi di Kittinger nascevano non da una mera ricerca di record ma dalla necessità di testare nuovi sistemi di paracadute a più stadi, utili per i lanci da quote sempre più alte. Era l’epoca dei primi aerei a reazione, che raggiungevano velocità sempre maggiori volando a quote sempre più alte. Il test dimostrò l’efficacia del paracadute a due stadi con aperture automatiche regolate da altimetri, per evitare che una condizione di shock impedisse al pilota di aprirli. Kittinger fece in totale tre salti: nel novembre del 1959 (23.300 metri), nel dicembre 1959 (22.800 metri) e infine il salto record, il 16 agosto 1960 (31.330 metri). Toccò una velocità massima di 988 Km/h, e la sua discesa durò 13 minuti e 45 secondi, record ancora in vigore per i salti con paracadute.

Era nato tutto per studiare un modo che evitasse ai piloti che si eiettavano dai jet di cadere in vite, con rotazioni che raggiungevano i 200 giri al minuto. Una condizione simile poteva essere fatale per i piloti, e mostrava tutta l’inadeguatezza dei paracadute singolo fino ad allora in dotazione all’aviazione militare. Questo nuovo sistema prevedeva un primo paracadute di 2 metri, che aveva il compito di stabilizzare la caduta e impedire al pilota di scendere a vite, e un secondo paracadute di 8,5 metri da usare a quote minori, che avrebbe condotto il pilota dolcemente fino a terra. Ci si spinse al limite per la ricerca, per la scienza. Ma, tornando a Baumgartner, anche il suo lancio servì alla scienza e non solo per aggiungere qualche record al base jumper austriaco. La NASA, che aveva collaborato al lancio, sfruttò i dati per capire con dove poteva spingersi il corpo umano in condizioni così estreme, in relazione anche alla necessità di sviluppare nuove tecniche di salvataggio per gli astronauti. Come sempre, è la scienza e la ricerca dei nostri limiti a spingerci sempre un po’ più in là verso obiettivi sempre più alti e ambiziosi, verso quelle irraggiungibili stelle che guardiamo con affascinata ammirazione.

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Categorie:Tecnologia

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