Caro Pd, quando inizierai a essere un vero partito?


Ieri sera ho sbirciato un po’ la Direzione del Partito Democratico. È un esercizio utilissimo per chi vuole sentire un profluvio ininterrotto di parole, buono da tenere in sottofondo per creare quel brusio che spezza il silenzio assoluto. Battute a parte, eccome ha riassunto bene Il Post, si è tornati a parlare di legge elettorale, di due modifiche, si è parlato di una nuova commissione che dovrà discutere le modifiche da apportare. Modifiche che qualcuno vorrebbe vedere prima del referendum, mentre altri propongono di parlarne dopo il referendum. Mi scuserete, spero, se non tornerò a parlare dell’Italicum (che ne ho già detto abbastanza in passato nel gennaio 2014 e poi nell’aprile 2015), vorrei piuttosto parlare proprio del Pd, un partito che continua caparbiamente a non voler apparire come un partito.

Diciamocelo chiaramente: in questo Pd è ancora molto forte l’individualismo di molti suoi attuali ed ex dirigenti, ed è invece molto debole quel senso comune che dovrebbe tenere tutti uniti. Avevo salutato con estrema gioia nel 2013 la volontà di un neo segretario Renzi di rivoltare il partito per renderlo più forte e unito, per renderlo cioè effettivamente un partito e non un insieme di interessi personali. A distanza di quasi tre anni mi tocca amaramente dire che questa rivoluzione non c’è mai stata. E non è una questione limitata e limitabile solo alla segreteria Renzi: lui, come dicevo, aveva promesso di cambiare questo stato di cose perché questa condizione già esisteva prima, quando i segretari erano Bersani, Franceschini, Veltroni. Che nessuno pensi di fare l’anima candida additando solo le colpe altrui, essere una comunità è anche questo, riconoscere le colpe senza tirarsene fuori per scaricarle ad altri.

Essere una comunità significa discutere, e prendere delle decisioni che poi vanno mantenute. Mantenute, non cambiate ad ogni cambio di vento. Su questo concordo con un passaggio dell’intervento di Giachetti: ma quando sarà che il Pd prenderà una decisione, una posizione, e gli manterrà fede? È un po’ un elemento base per creare un partito forte, una cosa che si dovrebbe dare quasi per scontata: si discute, si arriva a elaborare delle proposte, si trova un accordo fra le proposte e si vota il risultato finale. Una volta che la decisione in votazione passa, diventa posizione del partito, non si inizia subito dopo una melina di si va bene, no non va bene, può andare bene ma, non va bene ma se si modifica così forse e via discorrendo. Perdonatemi il termine, ma così diventa soltanto cialtroneria.


È la prosecuzione della solita guerra tra bande che caratterizza da sempre il Pd. Che, voglio essere elastico, è comprensibile che il dibattito interno serva anche in funzione della conquista della leadership del partito e della segreteria, ma questa lotta non può andare a cozzare contro tutto ciò che c’è all’esterno: è altamente intollerabile e molto irritante che non si sia ancora capito che la lotta politica interna non deve trasportarsi sul piano della politica nazionale del governo. Detto in altre parole: impuntarsi e fare ripicche verso le scelte di governo solo per consumare uno scontro di potere interno a un partito è qualcosa di demenziale. Eppure dentro al Pd continuano a comportare così. Prima ti dico che una cosa non va bene, poi ti dico che va bene, poi ti dico che si deve modificare una cosa, poi che ne devi modificare una seconda, poi che con le modifiche va meglio, poi che non va più bene, poi che potrà andare bene se si applicano altre modifiche e via, praticamente all’infinito. A rimetterci non è solo la credibilità del partito, ma tutto lo Stato che si vede rallentato perché in un partito si fanno la guerra per chi deve comandare. Vi stupite se poi gli elettori finiscano per abbandonarli e deriderli? Io no.

Caro Partito Democratico, è ora di diventare un partito, ma un partito vero, non un’accozzaglia di gente che litiga senza sosta. Uno di quei partiti in cui magari ci si scanna per conquistarne la leadership, ma dopo ci si stringe tutti assieme e si prosegue compatti, non in ordine sparso. Il Pd invece oggi è quanto di più lontano ci possa essere da questa immagine: continua a essere visto e percepito come un gruppo di persone che litigano continuamente, che si fanno guidare più dai rancori che dalle strategie politiche. E i tempi per fare qualsiasi cosa si dilatano considerevolmente. Del resto, proprio in tema riforme costituzionali a sinistra è solo dagli anni settanta che se ne parla senza mai riuscire ad arrivare a un punto finale, ma alimentando uno scontro permanente che a confronto la guerra in Vietnam sembra quasi un ballo di gala. Io continuo ad aspettare che nel Pd si rendano conto di queste cose: ma forse è più facile per me arrivare alla pensione piuttosto che vedere il Pd finalmente unito e coeso.

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Categorie:Politica

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