NonRecensione – 113: Elvis & Nixon


È un film che attendevo da tempo, fin da quando ho visto le prime immagini e il primo trailer. Un film sull’incontro privato fra il Re del Rock, Elvis Presley, e il leader che allora governava il più grande Paese del mondo Occidentale, Richard Nixon. Un evento tanto famoso quanto misterioso, su cui spesso molti ci hanno ricamato sopra. Intanto, i voti: Comingsoon gli assegna un 3,9/5; Mymovies un 3,31/5, Imdb un 6,5/10.

Si parla dell’incontro che Elvis chiese a Nixon nel dicembre del 1970. Un’incontro ai massimi vertici: la persona più potente del mondo accetta di incontrare la persona più famosa al mondo. È proprio quest’ultima a dover avanzare una proposta al Presidente: agire sotto copertura come agente federale aggiunto per combattere la decadenza dei costumi che stanno vivendo. Sono gli anni delle forti contestazioni contro la guerra del Vietnam, delle rivendicazioni delle Black Panthers, della nascita del movimento Hippie, del dilagare delle droghe, dal vacillare della supremazia Wasp, dei colpi di coda della paura comunista che negli anni cinquanta aveva spinto gli Stati Uniti al maccartismo, quella “caccia alle streghe comuniste” avviata dal senatore Joseph McCarthy. Elvis ci prova ma viene una prima volta respinto da Nixon, che solo successivamente verrà convinto all’incontro dalla figlia (grande fan del cantante) e dai suoi due collaboratori (preoccupati per le prossime elezioni del 1972).

Il film viaggia su un binario complesso: a volte comico, a volte con qualche venatura malinconica, a volte grottesco e a volte caricaturale. Merito di Kevin Spacey (Nixon) e Michael Shannon (Presley), che azzeccano l’interpretazione di due personaggi che in quel frangente storico stanno attraversando un momento di transizione. Il Nixon di Spacey è rancoroso, fragile, pieno di dubbi, devoto alla famiglia tanto da farsi convincere dalla figlia a incontrare Elvis, ma comunque sempre perfettamente a proprio agio nel potere e conscio di essere la persone più potente al mondo. L’Elvis di Shannon è una star che sta vedendo davanti a se il declino, ma non soltanto quello che lui interpreta come il declino della società che segue da casa sua da tre televisori differenti in contemporanea, intravede davanti a se anche il proprio declino. Elvis non è più quel grande e suadente cantante che ha rivoluzionato la musica popolare americana molti anni prima, e non è ancora quel grasso e goffo signore degli ultimi anni di vita che staziona tristemente sui palchi dove si esibisce. È un Elvis che già mostra gli inizi di quelle manie che negli anni successivi esploderanno con forza, esacerbando anche le sue stravaganze, un Elvis consapevole che il ragazzo che era è ormai morto e sepolto sotto i quintali di trucco, i tanti gioielli e gli abiti appariscenti che indossa per interpretare il suo ruolo di Re. Come dice lui stesso a Jerry, suo caro amico, quando entra in un locale nessuno vede quel ragazzo bianco di Memphis, tutti vedono il personaggio, la star che è diventato.

Il film è come una lunga meditazione grottesca sulla decadenza di un mito e sulla farsa che a volta rappresenta il potere, dove c’è (cito) “Il leader del mondo libero che prende ordini da una studentessa di 22 anni”. È soprattutto Elvis ad apparire come disconnesso dalla realtà, in preda alla potenza del suo mito: si fa chiamare capo dagli amici, gira ovunque armato (bellissima la scena in cui cerca da solo di prevedere un volo di linea ma è armato e senza documenti validi), non porta documenti validi ma solo il distintivo di vice sceriffo aggiunto della sua città, è invidioso dei Rolling Stones e dei Beatles, etichettando i primi come drogati e i secondi come comunisti. È un Elvis che non ci mostra la sua straordinaria dimensione di cantante, ma che restituisce al pubblico una dimensione più intimar crepuscolare, di una persona che ormai da di essere prigioniera di se stessa.

Ottimo il cast. Michael Shannon è Elvis Presley; Kevin Spacey è Richard Nixon; Alex Pettyfer è Jerry Schilling, amico e PR di Elvis; Jhonny Knoxville è Sonny, altro amico di Elvis; Colin Hanks è Egil Krogh, assistente di Nixon; Evan Peters è Dwight Chapin, altro assistente di Nixon; Tracy Letts è John Finlator, dirigente della sezione antidroga dell’FBI.

La regia è di Liza Johnson, ed mi sembra particolarmente ispirata ed equilibrata nel mischiare piccoli momenti di riflessione con altri momenti che giocano sul filo che divide comico, grottesco e surreale. Menzione particolare agli abiti di Shannon, che riesce a dare un’interpretazione convincente di Elvis, e alla mimica di Spacey, che interpreta un Nixon che a volte ricorda da vicino un altro suo cattivissimo Presidente, Frank Underwood. Un film che si guadagna appieno un rotondo 8/10.

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