Donald Trump può diventare davvero Presidente degli Stati Uniti?


Ho un collega di lavoro che mediamente ogni settimana mi chiede “Ma davvero uno come Donald Trump può diventare Presidente?” È una domanda legittima per chi segue la politica ma fatica a capire come un personaggio simile possa essere scelto dalle persone per un ruolo così importante e delicato. Finite le primarie e concluse le convention, la situazione sembrava abbastanza fluida a favore di Hillary Clinton: i democratici sembravano saldamente al comando e Trump sembrava annaspare nei suoi inciampi, nelle sue gaffe e nelle sue dichiarazioni esagerate. Però poi è arrivato settembre, il mese che mette fine all’estate e cancella i dolci ricordi delle vacanze, che in questo caso a ha visto anche svanire buona parte del vantaggio che i Democratici avevano accumulato sui Repubblicani. Ma come mai è successo? Ci sono un paio di articoli che lo spiegano, secondo me, molto bene.

Un motivo, come racconta Il Post, è che la Clinton ha un tasso di impopolarità quasi pari a quello di Trump, ma anche che Trump ultimamente si sta molto contenendo nelle sue esagerazioni. Ma cosa ha combinato la Clinton? Hillary ha prima apertamente insultato gli elettori di Trump definendoli in larga parte razzisti, xenofobi, omofobi, islamofobi, insomma, definendoli testualmente come “la banda degli spregevoli”. Poi il suo staff ha gestito nel modo peggiore possibile il suo svenimento durante le celebrazioni in ricordo dell’attentato dell’11 settembre a Ground Zero. Una gestione talmente pessima che ha ridato fiato alle speculazioni sulla sua tenuta fisica, portando qualcuno a darla quasi per spacciata. Nel primo caso la Clinton ha dovuto scusarsi pubblicamente, e questo era il minimo da fare: da sempre nelle campagne elettorali è uso comune attaccare il candidato, anche con dei colpi bassi, ma non si attacca mai il suo elettorato. Quello, semmai, andrebbe sedotto. Nel secondo caso si è tardivamente corsi a smentire le prime dichiarazioni che parlavano di un colpo di calore, ammettendo invece che la Clinton aveva la polmonite, ma assicurando che era in via di guarigione. Ma anche lì si è lasciato scoperto il fianco e lo si è lasciato in pasto agli avversari.

Oltre agli inciampi della Clinton c’è poi il netto miglioramento della campagna elettorale di Donald Trump. Meno esagerazioni, conferenze stampa più “sobrie” dove ha divagato di meno, più copioni già scritti ben interpretati e meno improvvisazioni esplosive. Trump si sta normalizzando? No, lo escluderei, diciamo che sta imparando a interpretare meglio il ruolo di candidato Presidente. I vari cambi nel suo staff elettorale sembrano dare i propri frutti, e di questo ne beneficia principalmente il Partito Repubblicano che sta vedendo molti suoi elettori scettici tornare sui propri passi e dichiararsi entusiasti di Trump. È vero che la grande forza di Trump è stata quella di essere fuori dagli schemi, di essere contro l’establishment, di non aver paura di dire chiaro in faccia alle persone quelli che pensa, ma ci sono molti modi per farlo e esagerare troppo rischia di avere l’effetto contrario. Trump sembra averlo capito, almeno al momento, anche se per il futuro è altamente improbabile dire se continuerà a farlo.

Tutto ciò vuol dire che Hillary Clinton è spacciata? No. Come scrissi la settimana scorsa in relazione al suo malore, è in difficoltà ma non è spacciata. Al netto di eventuali teorie complottiste, la sua salute è tutto sommato buona, sta guarendo, è già tornata a fare campagna elettorale è sicuramente non si risparmierà. Fra una settimana ci sarà il primo dibattito televisivo, è certamente la Clinton vorrà arrivarci bella carica per riprendersi quel vantaggio perso nelle ultime settimane. Però se fino ad ora ha spesso battuto sul tasto della impresentabilità di Trump, ora dovrà iniziare a convincere gli elettori che lei sia la migliore, non soltanto che il suo avversario è nettamente peggiore. E qui entra in gioco il secondo articolo che accennavo all’inizio.

L’Obs, un settimanale francese, a firma di Pierre Haski pubblica un articolo interessante dal titolo “Benvenuti nell’era che non crede più ai fatti”, ripubblicato in Italia da Internazionale. Cito, testualmente:“Gli esperti di fact-checking (verifica dei fatti) hanno dimostrato che più di due terzi delle affermazioni di Trump nell’ultimo anno sono false, ma la sua credibilità non ne risente. Al contrario, all’indomani del suo viaggio in Messico in cui non ha osato dire al presidente messicano che gli avrebbe inviato la fattura del famoso muro che intende costruire lungo la frontiera – per poi ripetere ai suoi elettori che “saranno i messicani a pagare” – ha superato Hillary Clinton in alcuni sondaggi (anche se la sua vittoria appare ancora improbabile)”. Haski le chiama postverità, dal libro di Ralph Keyes “The post-truth era”: sono le cose che i candidati dicono perché fa loro comodo, senza preoccuparsi se siano verità accomodate alla bisogna o menzogne che ignorano palesemente i fatti. Molte persone scelgono di votare per Trump non perché credono che quel che dica sia vero, ma perché dice quello che loro vogliono sentirsi dire, e ciò che vogliono sentirsi dire è spesso un messaggio che pone in primo piano l’essere contro il sistema, contro le élite. E pazienza se Trump fa parte, anche lui, delle élite che gli elettori odiano tanto.

Insomma, Trump può diventare davvero Presidente degli Stati Uniti? Si, lo può diventare come lo poteva diventare anche prima, quando era nettamente in svantaggio. Il punto è che questa campagna elettorale è talmente volubile che fare un qualsiasi pronostico appare quasi assurdo. Come dice il Boston Globe, “Una delle ragioni dell’imprevedibilità unica di questa competizione, è l’imprevedibilità unica di Donald Trump. Nessuno sa davvero cosa farà o dirà da qui a novembre. Le sue posizioni potrebbero cambiare. Potrebbe mettersi di nuovo a fare il matto. Le azioni di Clinton sono più prevedibili, ma il suo passato potrebbe produrre risultati imprevedibili”. Diffidate di chiunque vi dia la partita per già chiusa o decisa, diffidate da chi vi assicura quale risultato ci sarà a novembre: la verità è che, più che in passato, assolutamente nessuno sa come andrà a finire. Alla riflessione del Globe aggiungo che anche riguardo al corpo elettorale non si riescono a interpretare bene le dinamiche: l’odio verso le élite è trasversale, e serve non dimenticare come spesso Trump abbia elogiato gli elettori democratici di Bernie Sanders, proponendosi come l’unico vero candidato in grado di dare quella rottura promessa dall’avversario democratico della Clinton. Ora occhi puntati al confronto TV di settimana prossima: da lì potremo capire meglio le strategie dei due candidati, in una campagna che si preannuncia come la più difficile degli ultimi decenni.

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Categorie:Politica

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