Caprotti, Esselunga e il solito discorso sull’italianità svenduta delle nostre aziende


Si torna a parlare della cessione di Esselunga, e stavolta è direttamente Bernardo Caprotti ad occuparsene. Accadde già tra il 2005 e il 2006, a seguito di una ristrutturazione societaria iniziata con l’estromissione di Giuseppe Caprotti, figlio di Bernardo, accusato dal padre di malagestione. Ma allora le voci furono subito smentite dallo stesso Caprotti, che in relazione a un interessamento di Coop scrisse al Corriere della Sera definendo le due società come inconciliabili. Oggi è direttamente Esselunga a dare mandato a Citigroup per la vendita, dopo l’arrivo di due offerte da parte di due fondi: quella del Fondo Blackstone e quella del Fondo CVC Capital Partners. Ovviamente, alla notizia di questa cessione, si è ripreso a parlare a tutto spiano di “svendita dell’Italia”.

La cessione di Esselunga riporta in auge vecchie polemiche: stiamo vendendo tutto all’estero, perdiamo aziende sane che vanno all’estero, così contribuiamo ad aggravare la nostra crisi, ci stiamo impoverendo, perdiamo forza industriale. Ci manca solo che qualcuno preannunci l’arrivo delle locuste e poi possiamo concludere in bellezza questa serie di sciagure che dovrebbero distruggere l’Italia. In grande spolvero Libero, che addirittura dice: “Tuttavia [Caprotti] ha creato un gioiello che sta per passare agli stranieri. Come molti altri megli anni passati: dalla Ducati alla Zegna, da Bulgari alla Pirelli. La conferma che la crisi dell’euro sta indebolendo il sistema industriale italiano che ora, nelle sue parti migliori, viene portato via dai capitali internazionali”. Signora mia, che cattivone questo Euro che indebolisce il sistema industriale italiano! Ricordo che le aziende italiane venivano vendute all’estero pure prima dell’arrivo dell’Euro. E io che pensavo fosse principalmente colpa di una classe manageriale sempre più macchiettistica e interessata a fare profitti veloci e sul breve periodo, di nuove leve incapaci di raccogliere il testimone dalle famiglie che in molti casi hanno proprio fondato queste aziende. Giovani manager che non hanno più uno sguardo sulle prospettive di sviluppo e crescita a lunga distanza. Forse a Libero rimpiangono l’epoca dei cosiddetti “Capitani Coraggiosi”, il team di manager e investitori italiani che avrebbero dovuto salvare Alitalia e invece non fecero altro che aggravarne le condizioni.

Con questo non voglio dire che in Italia non esistano manager o aziende serie. Anzi. Lo scrivevo a marzo: ci sono fior fiore di multinazionali italiane che acquisiscono aziende e potere all’estero. Campari, ENI, Amplifon, Ferrero, Lavazza, Luxottica, Sambonet e Autogrill sono solo alcune di queste, grandi player italiani che sono diventati colossi nel proprio settore. Voglio dire che è inutile strapparsi le vesti ogni volta che un’azienda italiana finisce sul mercato e diventa obiettivo di qualche altra azienda o fondo straniero: capita. Non è certo la nazionalità del management e della proprietà a determinare la prolificità di un’azienda. A chi bercia di rischio delocalizzazione va ricordato che per primi sono state molte proprietà italiane a farlo, senza dover aspettare compratori esteri, fatto salvo che nel caso specifico mi viene difficile capire cosa si possa delocalizzare: i magazzini dove stoccare la merce? Gli uffici amministrativi?

La stessa polemica era esplosa per la cessione della Pirelli. Allora Cesare Romiti (sui cui trascorsi come manager in Fiat sorvolerei, per carità di patria) parlò del pericolo di cedere interi settori agli stranieri, e io domandavo sarcastico: “Dove sarebbero gli italiani disposti a rilevare aziende simili? Perché non si fanno mai avanti?” Nessuno sa mai rispondere, a parte lamentarsi dell’italianità svenduta. Un po’ come fece anche Di Maio, che arrivò a ipotizzare di utilizzare Cassa Depositi e Prestiti per una grande operazione di riacquisto dei Marchi italiani finiti in mano estera. Ma da affidare poi a chi? Ai privati? Ma se non si è fatto avanti nessuno quando quei Marchi finirono in mano estera, perché dovrebbero farsi avanti ora? E poi, siamo sicuri che facendoli tornare in mano italiana questi Marchi vivrebbero una rinascita? Davvero continuiamo a preoccuparci della nazionalità delle proprietà piuttosto che della competitività delle aziende?

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Categorie:Attualità

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