Tareq Oubrou, l’imam progressista che l’Isis vuole uccidere


Sempre più spesso il dibattito pubblico tende ad assimilare lo Stato Islamico con la religione musulmana. È una semplificazione di comodo, fatta principalmente da chi non conosce l’Islam e lo considera come un blocco monolitico unico. “Gli islamici non saranno tutti terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici” dicono in tanti, sempre per quanto riguarda quelle generalizzazioni che alla fine fanno esattamente il gioco dei terroristi: soffiare sul fuoco dello scontro fra religioni, dello scontro fra culture. Eppure l’Islam ha molte più sfaccettature, ha un livello di complessità tale da meritare ampi approfondimenti prima di venir bollato come estremista è incompatibile con i valori Occidentali. Un esempio di questo Islam moderato, chiamiamolo così, è la prima moschea gestita da donne aperta a Copenhagen, in Danimarca. Ma un esempio ancora più forte è quello di Tareq Oubrou, imam della moschea francese di Bordeaux.

Tareq Oubrou è un imam su cui l’Isis ha lanciato diverse fatwa, e che l’organizzazione terrorista preferirebbe vedere morto. Questo perché Oubrou ha spesso criticato il velo islamico, ha parlato dell’inclusione degli omosessuali musulmani nell’Islam, perché promuove un Islam progressista e inclusivo che sappia dialogare con tutti. Nel recente dibattito sul burkini e sul divieto di indossarlo emanato da alcune città francesi, ha detto che “Non mi importa cosa si mettono in testa le persone”, facendo capire che tanto l’imposizione di indossarlo quanto il suo divieto sono sbagliati. Rivendica cioè un Islam spirituale che si esprima nel linguaggio dei valori repubblicani francesi, ovvero quelli del sacro motto francese “Liberté, Égalité, Fraternité”. Un imam che difende le libertà di espressione, qualcosa di veramente rivoluzionario per chi è abituato a considerare l’Islam come una religione inequivocabilmente arcaica e arretrata.

Per Oubrou ha influito molto l’essere naturalizzato cittadino francese alla fine degli anni ottanta. Adottare la nazionalità francese e farlo sentire parte integrante della comunità, hanno contribuito a insegnargli i valori repubblicani, a farlo sentire francese a tutti gli effetti. Non a caso ha imposto che durante le funzioni nella moschea di Bordeaux si parlasse francese, ha fatto in modo che i bambini che frequentano la scuola della moschea e gli adulti iscritti al seminario religioso studino l’Islam in francese. Ma non ha fatto solo questo: insieme al comune di Bordeaux ha dato vita al programma chiamato “Centro d’Azione e Prevenzione contro la Radicalizzazione degli Individui” (CAPRI), un esperimento pilota che si pone l’obiettivo di deradicalizzare i giovani sospettati di avere tendenze violente ed estremiste. Non un programma di repressione o detenzione, ma un’iniziativa per la salute mentale e il recupero sociale di persone che si ritrovano ai margini della società, quelle cioè più esposte a farsi irretire dalle false promesse rivoluzionarie e di riscatto dello Stato Islamico.

A tutti quelli che si chiedono dove sia l’Islam moderato e perché non si faccia sentire, dico: eccovelo. Sia le donne danesi che hanno aperto la prima moschea al mondo gestita da donne, che l’imam francese che cerca di amalgamare i valori religiosi con quelli progressisti della Repubblica, sono esempi lampanti di quel progressismo nel mondo musulmano che da più parti si chiede. Oubrou del resto già nello scorso novembre chiedeva una riforma religiosa: “Occorrerebbe una riforma radicale della teologia e del diritto canonico musulmani, che sono stati forgiati nel Medioevo in una logica imperiale e califfale di dominio”. Interpretare i testi sacri alla luce del mondo attuale, delle sue varie caratteristiche e delle sue varie contraddizioni. Citandolo ancora, “L’Islam deve apprendere a vivere con l’altro nella sua differenza. Da qui, l’importanza di una teologia dell’alterità. Dobbiamo rivedere i nostri testi teologici e canonici per ripensare la nostra religione all’interno di una globalizzazione dove le civilità, culture, religioni sono frammiste. Non esistono più mondi isolati”.

Ma anche tutti noi possiamo fare qualcosa. Anziché presentare l’Islam soltanto come un’accozzaglia di idee retrograde e medioevali, dovremmo tutti iniziare a dare più spazio a queste persone, a mostrare delle realtà diverse dai soliti stereotipi che non fanno altro che continuare ad avvelenare i pozzi da cui attingiamo per portare avanti il dibattito sul terrorismo. Sta anche a noi iniziare a dare più spazio a queste persone, a quello che in Occidente viene definito come Islam moderato, non è soltanto compito loro quello di farsi sentire. Perché loro ci provano anche ad attrarre la nostra attenzione per mostrarci che può esistere un Islam diverso da quello dello Stato Islamico o delle dittature Wahhabite, ma se continueremo a non dare loro spazio allora saremo anche noi colpevoli di questo dannoso silenzio.

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Categorie:Attualità

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