Può una (eventuale) libera scelta essere imposta per legge?


Torno dalle vacanze e parto parlando di un argomento semplice: la libertà. La domanda che mi sta accompagnando da diversi giorni è: si può imporre una libertà per legge? Una domanda che mi è sorta nel marasma nato delle polemiche sul divieto di indossare in spiaggia il burkini, un costume da bagno che seguirebbe i precetti dell’Islam, divieto imposto in alcune città francesi. Alcuni, per spiegare questo divieto, hanno parlato della necessità di preservare le nostre libertà e di insegnarle anche a chi impone alle donne quel tipo di abbigliamento. Ma si può “insegnare” una libertà imponendo un divieto?

Ma cosa intendiamo per libertà? Leggendo su Wikipedia trovo questa citazione di Isaiah Berlin, filosofo, politologo e diplomatico britannico: “L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla.” Uno degli argomenti su cui meno si è dibattuto nella questione burkini è la volontà o meno delle donne di indossarlo: tutte lo subiscono come un’imposizione? Esiste qualcuna che lo ha scelto liberamente? Per dirimere meglio la questione pensavo si sarebbe fatto largo ricorso al coinvolgimento proprio delle donne musulmane nel dibattito, invece ho notato che in pochi hanno cercato di coinvolgerle, di chiedere la loro opinione. Quasi si desse per scontato che per tutte, senza esclusione alcuna, il burkini rappresentasse un’imposizione, una mancanza di libertà.

La nostra società, la nostra cultura, si basa fra le altre cose sulla libertà. Libertà di parola, di espressione, di pensiero, di religione, libertà morale e politica. Uno dei punti fermi della nostra cultura è la lotta alle discriminazioni, a quei comportamenti che minano la libera espressione delle persone. Una lotta che è tutt’ora in corso: basti vedere quanti, ancora oggi, vorrebbero imporre agli altri come vestirsi, come comportarsi, come amare, addirittura chi amare. Noi invece professiamo la libertà di ognuno di poter scegliere liberamente della propria vita. E qui nasce una nuova domanda: come comportarsi davanti a una libera scelta che a noi appare come un’imposizione? O meglio, come comportarsi davanti a una scelta che per qualcuno è una scelta libera mentre per altri è un’imposizione?

La Francia vuole, o vorrebbe, imporre questo divieto per preservare la propria cultura, la propria libertà, il proprio ateismo. Spulciando ancora sulla pagina di Wikipedia citata prima, trovo quest’altra citazione presa dalla rivista L’Ateo di inizio 2006: “L’ateismo autentico, in quanto assertore di libertà metafisica (che sta a base di ogni altra libertà umana) ha un senso soltanto ed esclusivamente se è in grado di condurre sul piano sociale all’affermazione e alla diffusione della libertà in ogni suo aspetto e ad ogni livello. Se questa indispensabile prerogativa non viene rispettata l’ateismo viene tradito nella sua stessa essenza e, paradossalmente, un regime che “imponga” l’ateismo e che nel contempo non rispetti la libertà di praticare ogni fede religiosa senza restrizioni risulta per ciò stesso negatore dell’ateismo, il quale non può essere che radicalmente libertario.” Un bel rompicapo. Se l’ateismo è profondamente libertario, perché per preservare l’uno e l’altro devo porre dei divieti nella libertà religiosa?

Ritorna quindi la domanda iniziale, a cui non riesco a darmi una risposta: può una libertà essere imposta per legge? O meglio: può una libera scelta essere imposta per legge? La libertà di potersi (s)vestire come vogliamo, ad esempio, non l’abbiamo conquistata per imposizione di legge. Anzi, come ci ricorda una vignetta di Giannelli, proprio questa libertà di indossare un bikini era messa sotto accusa, perchè era un costume fin troppo azzardato. La morale di allora pretendeva di censurare quel costume: anche allora si diceva che andava fatto per difendere “i nostri valori”. E la libertà di chi, invece, voleva indossarlo? Allora il divieto veniva chiesto per limitare una libertà, oggi viene chiesto per imporre una libertà. Espandendo allora un po’ la riflessione e mi chiedo: è efficace voler insegnare a qualcuno il concetto di libertà opponendogli un divieto? Una risposta definitiva continuo a non averla, anzi, i dubbi non solo restano intatti ma rischiano paradossalmente per aumentare. Ad esempio: se, come dice qualcuno e come già detto in questo pezzo, questo divieto serve per difendere la nostra cultura, è davvero utile difenderla censurando un’altra cultura che la minaccia? Difendere la nostra cultura imperniata sulla libertà con dei divieti imposti per legge non somiglia a dichiarare implicitamente che la nostra cultura è più debole di quella che vorremmo censurare a scopo difensivo? Può un divieto aiutare le persone a cui è vietato fare delle libere scelte o che hanno paura di fare delle libere scelte? Il dibattito pare molto acceso, e spero possa meritare il giusto approfondimento. Delle banali semplificazioni rischierebbero di creare considerevoli danni.

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Categorie:Riflessioni

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