Come l’Isis trae vantaggio da un attentato in cui l’Isis non c’entra nulla


L’attentato di Monaco non c’entra assolutamente nulla con lo Stato Islamico. Lo premetto perché durante e dopo l’attentato di Monaco si è scatenata una grande discussione sul come considerare sia questo specifico attentato che gli altri già accaduti di recente, anche per via della pessima performance fornita dai grandi media italiani che all’inizio erano molto (pure troppo) orientati a cercare motivazioni in un attentato di cui si sapeva ancora poco o nulla. Su Twitter molti giornalisti e molti politici davano già per scontata una matrice islamica di questo attentato, come se fosse la cosa più ovvia di tutte, come se non potesse essere altrimenti. E invece lo Stato Islamico non c’entrava proprio nulla, era completamente estraneo a quanto accaduto: il terrorista che ha sparato era quello che si definisce un lupo solitario, un ragazzo vittima di bullismo, emarginato, che coltivava il culto di Anders Breivik, l’estremista di estrema destra che esattamente cinque anni prima a Utøya, in Norvegia, uccise 77 persone in un campo organizzato dalla giovanile del Partito Laburista Norvegese. In più era un tedesco con origini iraniane: anche volendo, stabilire un suo collegamento con l’Isis è praticamente impossibile.

Eppure anche l’Isis riesce a trarre vantaggio anche da tragedie in cui non c’entra assolutamente nulla. Attenzione: trae vantaggio, non vince. E attenzione (bis): è vero e giusto dire che non tutti gli atti terroristici sono uguali, è vero e giusto dire che le motivazioni possono essere estremamente diverse e completamente slegate, è vero e giusto dire che nell’analizzare una tragedia è giusto e doveroso specificare il contesto per chiarirne le motivazioni, ed è vero e giusto non affibbiare a casaccio ogni attentato allo Stato Islamico. E infatti non è con queste cose che il terrorismo islamico guadagna. Lo fa sul piano emotivo, sulla percezione della paura che hanno le persone, cose su cui lo Stato Islamico ha investito molto tempo e molte risorse. Ogni azione crea terrore nel senso che crea (o mantiene alta) la paura, anche se non tutto è terrorismo propriamente detto, anche se è semplicemente l’esplosione della rabbia repressa di una persona psicologicamente instabile.

Dobbiamo ricordare una cosa: la paura non ha colore, non ha bandiere, non ha matrici. Un attentato perpetrato da fondamentalisti islamici, oppure da estremisti xenofobi di destra, oppure da depressi o emarginati, provoca nelle persone sempre e comunque la stessa paura. Il terrore che viene sparso non varia d’intensità a seconda delle motivazioni dell’attentato: può variare a seconda dell’efferatezza, a seconda del numero dei morti e dei feriti, può variare (cinicamente) a seconda della latitudine in cui accade, non cambia se uno uccide per una religione o perché è psicologicamente instabile. Proprio per questo, un’organizzazione terroristica che si prefigge l’obiettivo di espandere la paura trae indirettamente beneficio da qualsiasi attacco che contribuisca a mantenere alto il livello della paura. Alcuni cercano di esorcizzare questa paura richiamando alla guerra, ma come è evidente non siamo in guerra, o almeno non siamo in uno stato classico di guerra fra nazioni. Al massimo possiamo parlare di guerra asimmetrica, ma anche qui ci sarebbero molti dubbi, e molto da discutere.

A proposito di guerra: una volta l’Isis inneggiava principalmente alla jihad, all’andare a combattere in Siria per costruire il nuovo Califfato, mostrando truculenti e spettacolari video di varie decapitazioni. Per chi guardava era uno shock: non si era mai vista una cosa simile, con quella qualità di montaggio. Sembravano dei film. Poi hanno spostato il focus. Coi video che perdevano il loro effetto e coi media che li rilanciavano sempre meno e sempre più distrattamente, e contando un tasso di attrazione verso i luoghi di guerra alto ma non altissimo, hanno mutato strategia. Oltre al promettere di distruggere gli infedeli, hanno aggiunto la volontà di colpirli a casa loro. Ed ecco i nuovi video che promettevano non solo conquiste ma anche attentati nelle città degli Stati che li combattevano. Ecco allora gli appelli affinché i loro seguaci colpissero dove vivevano, magari dove erano cresciuti. L’ultima evoluzione poi è stata l’esortare i nuovi potenziali assassini facendo leva sui loro malesseri, senza nemmeno entrarvi direttamente in contatto o cercare affiliazioni. È bastato rimestare nel torbido e guardare i cerchi concentrici allargarsi piano piano, fino ad increspare tutto lo specchio d’acqua.

Rimestare nel torbido senza fare nulla, e guardare cosa accade. Tipo elogiare la strage di Monaco ma senza rivendicarla. Non potrebbero neanche: come giustamente dice la giornalista del New York Times ed esperta di terrorismo Rukmini Callimachi una rivendicazione suonerebbe falsa, all’Isis basta semplicemente esprimere compiacimento per ciò che è accaduto. Il tenere viva la paura fa incidentalmente anche il loro gioco. Questo mi riporta alla mente Al Qaeda, la strategia che ai tempi di Bin Laden prevedeva di aizzare contro l’Occidente gli stessi occidentali emarginati, la strategia dei “Mille Tagli” come ricorda Guido Olimpio sul Corriere. Una strategia che prevede di imbarcare chiunque sia disposto a fare azioni eclatanti, anche se non è radicalizzato.

Continuo a osservare che terroristi, emulatori, depressi, emarginati, sociopatici, criminali comuni, sono categorie che stanno aumentando le reciproche correlazioni. Volontariamente, o involontariamente, ognuna di queste categorie porta acqua al mulino delle altre. Il terrorismo spesso fornisce motivazioni, anche solo di facciata, a depressi, sociopatici, emarginati e criminali comuni. E, al contrario, depressi, sociopatici, emarginati e criminali comuni spesso forniscono “manodopera” alle organizzazioni terroristiche. Lo abbiamo visto ad esempio anche nell’assalto alla chiesa a Rouen: uno dei due era un criminale, in libertà vigilata con il braccialetto elettronico. Un attentato rivendicato da Isis e perpetrato da criminali comuni. Continuo a osservare, e continuo a vedere un lungo filo rosso che tiene unite tutte queste cose, ma non nel senso che tutte volontariamente si sono alleate per instillare paura, ma nel senso che incidentalmente ognuna fa il gioco delle altre. Un gioco che alimenta non solo la paura ma anche l’odio: una cantilena religiosa, spesso usata dagli attentatori islamici, diventa insopportabile anche se intonata in buona fede da persone comuni. Anche se l’attentato per cui stanno pregando nulla ha a che fare con motivazioni religiose, vere o presunte. I media tedeschi mi sono sembrati abbastanza equilibrati nel commentare, anche in diretta, l’attentato di Monaco, senza indulgere in supposizioni prive di fondamento, eppure questo risentimento anti islamico si è comunque manifestato. Il problema a questo punto è: cosa possiamo fare noi?

Ad ogni attentato, indipendentemente dalla matrice e dalle motivazioni, ci ripetiamo che ormai la situazione è insostenibile, che non si può più andare avanti così. Ed è vero. Ma se è anche vero, come penso, che terroristi, emulatori, depressi, sociopatici e criminali comuni sono tutte categorie che stanno aumentando i reciproci “contatti”, allora le nostre strategie per affrontare queste situazioni sempre più frequenti e insostenibili devono cambiare. Non ho soluzioni pronte all’uso, temo nessuno le abbia anche se qualcuno con troppa faciloneria le promette, penso solo che non basti più non trasmettere certi video per non dare risalto ai terroristi, non basti più evitare di parlare di certe situazioni per evitare gli emulatori, non basti più evitare certe analisi per evitare che i depressi si costruiscano alibi per giustificare l’esplosione della loro rabbia repressa. Forse sarebbe più utile, in modo molto più radicale, iniziare a intervenire sulle condizioni che alimentano il malessere di chi si sente escluso, di chi si sente emarginato, di chi non vede altre possibilità per il proprio futuro. È un modo di intervenire su una scala temporale più lunga, indefinitamente più lunga, ma penso migliore che silenziare parzialmente i media: va bene, come detto, ribadire con forza che Isis non c’entra quando un attentato è perpetrato con motivazioni differenti, ma allo stesso tempo non possiamo non guardare il quadro generale e tirare le somme di chi ci guadagna e di chi ci perde da una paura che non accenna mai a diminuire. Serve iniziare a intervenire prima per levare terreno a queste persone, e non intervenire dopo per cercare soltanto di contenerle.

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Categorie:Attualità

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