L’assenza della politica, il terrorismo e la resilienza


L’idea post-Bataclan di vivere come sempre non è più percorribile. A dirlo, dopo l’attentato di Nizza e senza ombra di ripensamento, è il politologo francese Dominique Moïsi. Gli appelli che a novembre inneggiavano alla resilienza, al pensare positivo, al non farsi stringere nella morsa della paura, sono ormai uno lontano e sbiadito ricordo anche a causa di “conseguenze che sono progressivamente più pesanti da un punto di vista emotivo”. Come a dire: al primo pugno che mi colpisce so reagire con baldanza e senza timore, nei successivi divento sempre più insicuro, titubante, intimorito dal pericolo di essere sopraffatto. Cado, cioè, nel tranello mentale del mio avversario.

Si parla di una “israelizzazione della realtà francese”, sebbene molti indichino quel modello anche per tutta l’Europa. Il rassegnarsi a vivere sotto la minaccia continua di attentati e aggressioni, l’accettare progressive restrizioni delle libertà personali in nome di una crescente sicurezza che però non è mai completamente risolutiva. Moïsi lo dice chiaramente: “Ci sono dei sacrifici da fare, e hanno un costo. L’idea post-Bataclan di vivere come sempre non è più percorribile. Siamo pronti ad altre misure restrittive della libertà, se sono efficaci in termini di sicurezza. Nizza è stata una svolta”. Siamo alle solite ricette: meno libertà, più controlli, maggior pugno duro. D’altronde, ritiene anche giusto l’intervento armato francese in Mali e ammissibile quello in Siria e Iraq, che si dice sicuro verranno prima o poi liberate. Non elimina il terrorismo, dice, ma elimina il problema del Califfato.

Quando non molto tempo fa scrivevo che servirebbero nuove idee, nuove politiche, nuove fondamenta filosofiche su cui erigere le future ideologie, pensavo anche a questo. Pensavo anche a nuovi sistemi per contrapporsi agli estremismi, al terrorismo, a quelle condizioni di emarginazione che spingono le persone verso ideologie distruttive. Siamo di fronte ai fallimenti delle politiche del pugno duro, dei bombardamenti, della “democrazia esportata”, ma siamo di fronte anche ai fallimenti dell’integrazione forzata, delle diversità taciute, del “volemose bene” a tutti i costi. Di fronte a questo doppio fallimento non si pensa a modificare le strategie di lotta, no, si pensa a piegare le abitudini di vita delle persone riducendone le libertà. La crisi delle élite politiche di misura anche in questo.

Ma davvero l’unica possibilità è questa? Davvero l’unica soluzione è adattarci a vivere in società con meno libertà, scandite magari da bollettini che annunciano potenziali attacchi come se fossimo costantemente in guerra? Per alcuni pare di sì. Nicolò Scarano invece pone sul piatto un’idea alternativa: “C’è una terza strategia, ormai l’unica che mi pare abbia reali – anche se complesse e prolungate – possibilità di successo: neutralizzare il morbo. Abbracciarlo, come farebbe un democristiano, per impedirgli di muoversi. Ridurre sino all’esiziale gli spazi e le chance per farlo attechire, proteggere e integrare “con la testa” i possibili futuri zombie, renderli parte della società che lo stesso morbo vorrebbe distruggere con visione (e metodo) irrazionale. Incanalare il conflitto in una cornice meno escatologica, e più sociale. Usare la politica, in buona sostanza. Una grande svolta politica, pienamente occidentale”. Fare politica. Trovare nuove idee. Tornare a mettere al centro la società. Costruire nuove filosofie. Ripensare i modelli di sviluppo.

Io rivendico con forza il mio diritto di poter vivere, rivendico con forza le conquiste che nei secoli ci hanno portato alle nostre libertà. Rivendico altresì con forza che la politica torni al suo ruolo, torni a occuparsi della società e delle sue storture. Non posso pensare di dovermi piegare alla paura perché la politica non sa guardare oltre le due misere e fallimentari soluzioni adottate fino ad oggi. Ci siamo ripetuti, anche dopo la strage di Nizza, che farsi piegare sarebbe come darla vinta ai terroristi. Ce lo ripetiamo ad ogni attentato, solo che questa ripetizione pare sempre meno convinta, sempre più “piegata” a ciò che vogliono i terroristi. La nostra posta in gioco è, come dice giustamente Nicolò, ciò che noi chiamiamo Occidente, ovvero quella che consideriamo la nostra civiltà.

Per questo non dobbiamo perdere la nostra capacità di resilienza. Ovvero “la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità”. Il farci travolgere dalla paura e l’abbandonare progressivamente le nostre libertà in nome di una presunta maggiore sicurezza corrodono la nostra capacità di resilienza, e minano alla base le fondamenta della civiltà Occidentale. Lo scontro di civiltà che stiamo vivendo non lo vinceremo con una guerra o con un’invasione da conquistadores, lo vinceremo se non perderemo per strada le nostre peculiarità, le nostre conquiste, le nostre libertà. Oppure dovremmo arrenderci e iniziare a pensare che la parabola della nostra civiltà sia davvero in declino e destinata alla scomparsa.

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Categorie:Riflessioni

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