Stiamo restando umani?


Era la frase con cui Vittorio Arrigoni terminava ogni suo articolo: restiamo umani. Proviamo almeno a restare umani di fronte alle violenze, all’odio, alla morte, all’indifferenza, alle guerre, ai soprusi, alle privazioni, agli insulti, alle minacce. È il tentativo estremo di salvataggio delle persone, più pomposamente in generale potremmo dire dell’intera umanità, di fronte alle barbarie che ogni giorno crescono e si moltiplicano in ogni angolo di mondo. Esplosioni d’odio e intolleranza che crescono sempre più, si moltiplicano, si espandono, tendendo ad arrivare a occupare quanto più spazio possibile in modo da soffocare tutti gli altri sentimenti umani.

Ci ho pensato molto in questi giorni. Ci ho pensato molto dopo l’attentato terroristico a Dacca, in Bangladesh, dove un commando terrorista islamico ha torturato, mutilato è lasciato morire delle persone soltanto perché non conoscevano i versetti del Corano. Non li hanno semplicemente uccidi, li hanno torturato e lasciati morire lentamente, dolorosamente. Ci ho pensato molto dopo la morte di Emmanuel Chidi Namdi, un nigeriano picchiato a morte a Fermo, in Italia, perché cercava di difendere la moglie aggredita da due italiani al grido di “scimmia”. Lui ha solo chiesto spiegazione di quegli insulti e ha ottenuto solo di essere picchiato a morte. Una coppia sfuggita a Boko Haram, che ha attraversato il deserto, fatto un viaggio sui barconi della speranza, una coppia sopravvissuta a tutto questo divisa in Italia a causa di un’ingiustificata aggressione. Ci ho pensato dopo i tanti messaggi di strisciante critica contenente odio verso la scelta del governo italiano di recuperare un barcone affondato nell’aprile 2015 con 700 migranti a bordo per provare a riconoscere i cadaveri e dare loro una degna sepoltura. Ci ho pensato molto dopo la grande crescita di insulti e aggressioni agli stranieri avvenuta a Londra durante il referendum, una vera e propria campagna d’odio contro gli immigrati. Ci ho pensato molto dopo la notizia di quei bengalesi aggrediti a Porto D’Ascoli perché non sapevano il Vangelo, come in una specie di drammatica e irreale vendetta per la strage di Dacca (fatto poi rivelatosi una bufala). E di esempi potrei continuare a farne a iosa: la crescita del fondamentalismo islamico, la crescita dei movimenti xenofobi di estrema destra, la continua carneficina in Siria, le violenze e le repressioni in Turchia, la sempre disperata condizione dei palestinesi nella Striscia di Gaza, gli insulti e i pestaggi e le uccisioni che si verificano con drammatica regolarità verso omosessuali e transessuali.

Restiamo umani ci ripeteva Arrigoni, ma come possiamo farlo? Ovunque ci giriamo vediamo crescere odio e intolleranza, banalmente anche sui social network si può tranquillamente notare uno sdoganamento e una diffusione sempre maggiore dell’hate speech, cioè quelle parole e discorsi che non hanno altra funzione a parte quella di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo di persone. Parliamo di ecologia del linguaggio e poi ci troviamo persone che invocano le forche per la classe politica. Che senso ha tutto questo? Dove ci porterà questo inesorabile scivolamento verso il calderone nero dell’odio indistinto verso tutti? Lo scorso anno Fabio Chiusi su Valigia Blu scriveva dell’odio che andava in onda ormai senza più vergogna: “È che il paese sembra chiederlo a gran voce, come fosse un respiro collettivo liberatorio dopo anni, decenni di parole a mezza bocca, di braccia tese ma di nascosto, di odio per il diverso, ma tutto sommato privato, “folkloristico”, da stadio”. Siamo davvero in un Paese, in un’epoca che sta chiedendo sempre più a gran voce questo sdoganamento?

Restiamo umani, scriveva sempre Arrigoni, ma quanto è difficile restarlo mentre tutto attorno precipita sempre più a fondo nella violenza verbale e fisica. Il Presidente Mattarella lo diceva a gennaio, in un discorso sui migranti: “C’è una tendenza crescente all’odio, ad atteggiamenti di oscurantismo violento e armato che provoca vittime: è una vera emergenza che si deve combattere”. Quello che mi chiedo, e a cui non si dare tristemente risposta è: come possiamo fare per combatterlo? Quali comportamenti dovremmo adottare? Quali eventuali misure discutere? Perché anche lo sforzarsi singolarmente ad essere pacifici, non violenti e dialoganti si scontra frontalmente con una carica d’odio talmente compressa da risultare incontenibile in questo modo. Forse dovremmo semplicemente ammettere che è incontenibile e basta: non arrendersi ad essa, ma comprendere come ora non ci siano mezzi pacifici per contenerla. Uno scenario triste e lugubre, ma a cui purtroppo non vedo scampo. Citando ancora Chiusi, “la democrazia in crisi sembra essere convinta di poter reggere meglio il colpo di ciò che l’ha distrutta in passato – l’odio – rispetto a ciò che potrebbe distruggerla in futuro. È un calcolo senza visione, stupido. E infatti l’odio avanza, il futuro pure, e nel mentre il presente non fa che lanciare grida di dolore, inascoltate, il cui unico fine sembra aggrapparsi a un passato che, a furia di invocarlo, rischia davvero di tornare”. Non smettiamo di provare a restare umani, anche se alla fine non dovesse servire a niente. Auguri a tutti noi, in futuro ne avremo davvero tanto, tanto bisogno.

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Categorie:Riflessioni

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