Reddito Minimo, Reddito di Cittadinanza e confusioni varie


Ieri alla Direzione Pd Matteo Renzi ha decisamente chiuso la porta a ogni forma di reddito di cittadinanza (chiamato anche reddito di base) o di reddito minimo garantito. Una chiusura netta, totale, tanto da definire il reddito di cittadinanza come un messaggio devastante. Il Manifesto lo ha subito criticato duramente, asserendo che il reddito di cittadinanza “garantirebbe una vita dignitosa contro il lavoro povero, favorirerebbe l’autodeterminazione, la solidarietà, il diritto all’esistenza”. E lo dicono ribadendo, giustamente, la differenza fra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito, sulla cui confusione oggi molti campano politicamente e su cui costruiscono enormi e inutili polemiche. Una confusione a cui non si sottrae neanche il Movimento 5 Stelle, che chiama reddito di cittadinanza una proposta di reddito minimo garantito.

Ma che differenza esiste fra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito? Il primo è un’erogazione economica destinata a tutti coloro che sono dotati di cittadinanza e di residenza, è cumulabile con altri redditi di lavoro, o di impresa, o di rendita, ed è indipendente dal tipo di lavoro svolto, dal sesso, dal ceto sociale, dalla nazionalità, del credo sociale o dal reddito già percepito. È quindi un reddito erogato a chiunque: disoccupati, pensionati, inoccupati, dipendenti, imprenditori, minorenni, studenti, pure ai milionari. Il secondo invece è un reddito erogato solo a chi è in età lavorativa e il cui reddito non raggiunga una determinata soglia ritenuta di povertà: praticamente, ad esempio, se lavori e non arrivi alla soglia minima, lo Stato ti integra la parte mancante. Mentre il reddito di cittadinanza, tra l’altro, è illimitato nel tempo e dura quanto la vita della persona, il reddito minimo è subordinato al reddito percepito della persona: nel momento in cui il reddito da lavoro supera la soglia minima allora questo reddito minimo cessa di essere erogato. Le differenze sono ben spiegate in questo vecchio articolo de Il Post di Davide Maria De Luca, che rimanda anche a questo articolo de La Voce di Tito Boeri e Roberto Perotti.

Fatte queste premesse per definire la diversità fra le due misure, veniamo alla confusione che ne viene fatta. Detto di quella del Movimento 5 Stelle, prendiamo ad esempio la lettera di Maria Pia Pizzolante, portavoce nazionale di TILT: scrive a Renzi dicendo che “ho letto che per lei il reddito di cittadinanza è sbagliato, e ho capito che non ha proprio capito nulla. Lei dice che vuole dare agli italiani l’opportunità di voltare pagina? Quale strumento migliore, se non il reddito minimo, per dare a tutte e tutti questa opportunità?. Questo è fare confusione. È come se io mi dicessi contrario alle pere e mi si rispondesse che non capisco nulla perché le mele fanno benissimo. Può essere certamente ma io criticavo le pere, mica le mele. E anche nel caso in cui le mele siano state fatte forzatamente crescere in una forma oblunga, esse non possono essere definite pere, nonostante la somiglianza nella forma. Resteranno ostinatamente delle mele.

Ma a chi giova questa continua confusione nei termini? Probabilmente a chi mira semplicemente a fare polemica per questioni di cabotaggio politico. Ma intorbidire le acque non è mai una saggia decisione, specialmente quando si incalzano gli avversari a discutere di simili forme di sostegno al reddito. La famosa ecologia del linguaggio di cui tanto parliamo parte anche da questo, dall’imparare a non fare confusione fra i termini. Tornando alle parole del pezzo del Manifesto, una vita dignitosa contro il lavoro povero sarebbe garantita anche dal reddito minimo garantito, magari affiancato da un sussidio universale di disoccupazione europeo come raccontato in questo articolo sulla Repubblica degli Stagisti. Due soluzioni distinte perché distinte sono le condizioni fra chi lavora con uno stipendio basso e chi invece è disoccupato e potenzialmente non ha alcun reddito.

Personalmente sono più favorevole a un’ipotesi di reddito minimo garantito piuttosto che a un’ipotesi di reddito di cittadinanza. Quest’ultima ipotesi, tra l’altro, presenta anche una serie di risvolti negativi di cui occorre tener conto, spiegati in questo pezzo de Il Post tradotto dal Washington Post. A parte la divertente citazione su Karl Marx (“Tutto questo mi ricorda il sogno a occhi aperti del comunismo di Karl Marx, in cui «la società regola la produzione generale e in tal modo mi rende possibile fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico») è interessante questa analisi: “Per garantire diecimila dollari all’anno in aggiunta agli ammortizzatori sociali esistenti– il programma sanitario federale, il credito d’imposta sui redditi da lavoro, la previdenza sociale, e tutti gli altri – il governo dovrebbe aumentare le tasse o tagliare ulteriormente la spesa di tremila miliardi l’anno, secondo Robert Greenstein del centro studi Center on Budget and Policy Priorities. Se invece il reddito di cittadinanza sostituisse gli ammortizzatori sociali attualmente disponibili (come propone Murray), sposterebbe ampie risorse togliendole ai poveri, in quanto i sussidi legati alla verifica delle condizioni economiche che oggi sono rivolti alle persone con un reddito basso sarebbero distribuiti a persone con mezzi superiori. Non è chiaro come verrebbe presentato un piano come quello di Murray alle persone che hanno versato contributi nel programma di previdenza sociale aspettandosi, nella maggior parte dei casi, di ottenere molto più di 10mila dollari all’anno una volta raggiunta la pensione”.

E ci sarebbe anche la questione dell’azzardo morale: quel comportamento che può portare gli individui a perseguire i propri interessi a spese della controparte. Chi e come garantirebbe che nessuno ne approfitti per vivere sulle spalle degli altri? In un Paese famoso in tutto il mondo per la sua furbizia e per il decennale assistenzialismo che ha di fatto ingessato ampie fasce di popolazione, il prevedere un reddito universale di cittadinanza sarebbe socialmente un grosso azzardo: gli effetti positivi sulla carta rischierebbero di trasformarsi in un boomerang nell’applicazione pratica. Questo si riconnette poi al discorso sull’educazione delle persone e sulla necessità di investire in istruzione e cultura, sulla necessità di insegnare alle persone quell’educazione civica che troppo spesso è completamente assente. Insomma, gli argomenti sono tanti, sono complessi, presentano vantaggi e svantaggi da analizzare e discutere, mettersi a fare (volutamente) confusione è il modo più semplice per non affrontare mai seriamente la questione.

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Categorie:Politica

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