Il referendum costituzionale e le improbabili tragedie


Sembra banale dirlo, ma serve ricordarlo: una riforma costituzionale è una cosa seria. Al di la di eventuali interventi scherzosi tesi a smorzare un po’ i toni, le campagne (tanto quella per il sì che quella per il no) dovrebbero tendere più a informare le persone piuttosto che a spargere terrorismo psicologico nel caso si ottenesse un risultato contrario al proprio obiettivo. Siamo sempre qui a dire che non serve solleticare la parte bassa della pancia delle persone, che anche per questo malsano fare della politica ci siamo ridotti al punto in cui siamo oggi, che invece al contrario serve recuperare un linguaggio più corretto e più ricco di dati e analisi piuttosto che di paure emotive, eppure queste buone intenzioni restano spesso solo enunciati teorici espressi a voce alta e poi tristemente dimenticati nei fatti.

Io mi aspetterei una campagna basata solo sui contenuti: sui dettagli della riforma, sulla spiegazione dei futuri meccanismi, sui futuri contrappesi al potere, sulla futura divisione dei compiti fra i vari enti, sui vantaggi e svantaggi in termini legislativi, sulle definizioni dei compiti del nuovo Senato, sugli eventuali nuovi conflitti di interesse fra i vari livelli dell’amministrazione pubblica, sul grado di tutela dell’espressione della volontà popolare, sugli eventuali meccanismi che potrebbero permettere ai cittadini di partecipare/influenzare il dibattito politico. Non mi aspetto di vedere gente che condivide scenari disastrosi se passa o se non passa la riforma. Perché molti comitati (anche se fortunatamente non tutti) di entrambi gli schieramenti stanno ingaggiando una battaglia in cui vengono sfornati pseudo scenari sempre più apocalittici se il risultato al referendum costituzionale non sarà quello che ognuno auspica.

Oltre all’informazione si ricorre al minacciare la tragedia come se nulla fosse. Il fronte del sì che in caso di sconfitta preconizza crisi drammatiche, crollo del PIL, decimazione dei posti di lavoro, l’anticamera del default, lo spettro Argentina e infine il caos totale. Il fronte del no, invece, che in caso di sconfitta spalanca le porte al rischio di una eterodirezione dei governi nazionali italiani da parte delle lobby economiche mondiali, il rischio di una nuova dittatura, la perdita delle libertà, dei diritti, fin quasi a portarci verso una guerra civile. Direi anche basta con questa rincorsa a chi la spara più grossa.


Prendiamo ad esempio questo grafico molto diffuso da Confindustria in favore del si. Non sono un esperto di numeri però mi pare più allarmismo che informazione. Anche ValigiaBlu lo pensa e infatti ha posto a Confindustria alcune domande sulla metodologia di questa ricerca che lascia più ombre che punti di chiarezza. Ma serve davvero a chi sostiene il si questo tipo di comunicazione? Serve davvero agitare lo spettro del baratro nel caso la riforma non passi? Serve davvero insistere più su questi ipotetici effetti negativi se la riforma non passa piuttosto che pompare gli eventuali aspetti positivi sul funzionamento dello Stato nel caso venga approvata?

Il medesimo ragionamento vale per chi sostiene il no. Una delle maggiori critiche è il rischio di una deriva antidemocratica, il rischio che questa riforma apra la strada a un nuovo regime. Questo perché chi vincerebbe le elezioni avrebbe una maggioranza per governare da solo, potendo quindi fare quello che gli pare. Ecco, no. Anche perché, permettetemi: non è una legge elettorale o una riforma costituzionale a consentire o meno l’ascesa di una nuova potenziale dittatura. Fascismo e nazismo non hanno preso il potere grazie a un premio di maggioranza inserito in una legge elettorale. Lo scivolamento a cui assistiamo oggi nel mondo verso schieramenti politici estremisti non è dovuto a leggi elettorali maggioritarie o a forme di governo monocamerali, ha più a che fare col sempre maggiore rifiuto della politica verso il ruolo che ha tenuto per decenni, ha più a che fare con la sempre maggiore mancanza di ideali e contenuti politici caratterizzanti, abbandonati per far posto a idee confuse e indistinguibili sopraffatte da narrazioni di paura, odio, intolleranza.

Il recente referendum inglese sulla permanenza o meno nell’Unione Europea dovrebbe insegnarci un po’ di cose. Prima di tutto a non giocare sugli istinti delle persone prospettando loro cose apocalittiche o false, come l’ipotetico risparmio di soldi che sarebbe stato destinato alla sanità ma che invece era inesistente. Ci insegna anche che serve molto di più informare le persone e non terrorizzarle, serve di più costruire un dibattito solido e aperto piuttosto che un dibattito in cui dominano predizioni future la cui veridicità è sempre da dimostrare. Le persone hanno il diritto di esprimersi ma dovrebbero poterlo fare sapendo su cosa si stanno esprimendo e valutando cosa ritengono migliore, non dovrebbero essere limitate dall’esprimersi contro qualcosa/qualcuno perché solleticate soltanto sulle proprie paure. E quello di informare i cittadini e non terrorizzarli, quello di preparare le persone dovrebbe essere proprio compito della politica. Ammesso non continui a rifiutare anche quello.

Post Scriptum
A latere della polemiche sul suffragio universale nate dopo referendum inglese, e partendo dal presupposto che tutti hanno diritto a esprimersi, indipendentemente dal loro grado di istruzione, dal loro reddito o dalla loro età, vorrei far notare una cosa. Molti hanno difeso il risultato di quel referendum affermando che è la volontà del popolo, che non importa quanto possa essere catastrofico questo risultato perché va comunque rispettato, che anche se le persone erano poco informate o erano proprio disinformate sui contenuti il risultato va comunque rispettato, che è meglio dare più potere di scelta al popolo. Tutto giusto. Ma allora perché avversare una legge elettorale che determina chiaramente una maggioranza e un governo? Perché c’è il rischio, come qualcuno dice, che un pazzo esaltato prenda da solo il potere? Nel qual caso la prenderebbe dopo aver preso il voto degli elettori. D’improvviso, in questo caso, la volontà del popolo dovrebbe valere meno?

Post post scriptum:
Si, lo so che l’esempio che ho fatto poco sopra è estremo, ma coglie un punto: attaccare una legge elettorale accusandola di essere potenzialmente causa di un futuro regime è una fesseria, anche perché un eventuale regime, se volesse, potrebbe provare a prendere il potere anche senza le modifiche costituzionale presentate dalla riforma. Eliminare questa argomentazione (come anche le pseudo previsioni di Confindustria) favorirebbe soltanto una maggiore ecologia del dibattito. A ottobre manca ancora molto tempo, non rendiamo da subito l’aria irrespirabile.

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Categorie:Politica, Riflessioni

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