Qualche consiglio (non richiesto) al Partito Democratico

Dopo il risultato dei ballottaggi in tanti (io stesso) hanno scritto per dire dove avesse sbagliato il Partito Democratico. Analisi sugli errori di Matteo Renzi, sulla fallibilità del renzismo, sul fatto che Renzi non abbia fatto Renzi, sulle minoranze ribelli, sull’eccessiva personalizzazione dello scontro, sulla mancata rottamazione, sulla necessitò di azzerare il partito nelle sue ramificazione territoriali. Tutto bene e tutto bello, con alcune cose indubbiamente importanti, ma non è sufficiente soffermarsi solo a questo. Giusto dire che sui territori il partito sarebbero da pensare radicalmente, ma assieme al cambio generale delle persone ci sarebbe da parlare anche di un cambio di idee, di visione, di contenuti, di approccio. Si è tornati a peccare drammaticamente di autoreferenzialità, come se si fosse tornati a pensare che tutto fosse dovuto, che “essendo l’unico grande partito nazionale presente ovunque” le persone dovessero scegliere automaticamente il Pd. Nessuno ha pensato che le persone potessero volere di più, potessero voler puntare sul radicale cambiamento, e non su un pacioso status quo. Perché ultimamente questo rappresenta il Partito Democratico: la tranquilla stasi dell’ordine costituito. Nessun guizzo di radicale rinnovamento o di visione alternativa.

È inutile nascondersi, in questo partito manca una visione comune, un orizzonte verso cui muoversi tutti insieme. Servirebbe ridefinire alla radice il concetto di sinistra partendo dalle condizioni politiche generali attuali, elaborare un pensiero che tenga conto delle sfide attuali e delle richieste che oggi fa la popolazione, dei bisogni che non vengono soddisfatti. Ascoltare, perché l’ascolto è alla base di ogni buona pratica politica, ma anche capacità di sintesi, di elaborazione dei concetti e ridefinizione delle priorità. Dare concretamente corpo e significato a parole come progresso, crescita, coesione sociale, aiuto agli ultimi, territorio, sicurezza, legalità. Non c’è più quella visione organica che rappresenta quell’utopistico orizzonte verso cui tendere, o se esiste nessuno ormai lo racconta e lo ricorda.

La potenza di fuoco della comunicazione è rimasta pressoché intatta negli ultimi anni, soltanto si è come svuotata nei contenuti. Il risultato delle Europee del 2014 fu ottenuto anche grazie a un grande lavoro di comunicazione, un lavoro che partiva da presupposto di raccontare una propria narrazione, di mettere in ordine alcune cose che si voleva far conoscere alle persone. Il fulcro principale era il dover raccontare chi erano le persone e le idee che proponevano, la visione che li accompagnava e che sarebbe stata la loro guida nella futura legislazione europea. È la cosiddetta narrazione, quella che molti prendono in giro ma che se applicata bene diventa un’arma incredibile di propaganda buona, che ti aiuta a raccontare in modo organico quella che è la tua visione. Un po’ come ha fatto la Appendino a Torino: pochissimi attacchi diretti all’avversario e costruzione della propria narrazione delle due Torino. Eccovi servito come il Movimento ha vinto le elezioni comunali nella capitale piemontese. Se ve lo state chiedendo, si: è esattamente quello che dicevo sulle Europee del 2014, quello che allora fece il Pd e che fruttò un risultato storico. Quello che poi il Pd non ha più fatto.

Viviamo in un contesto post ideologico, in cui le vecchie ideologie politiche del novecento sono ormai andate in soffitta. Ma non per questo ci si deve orientare soltanto sul risultate comunicativamente più accattivanti, serve prima di tutto coltivare degli argomenti, interlacciarli, costruire un discorso generale, una visione, e poi comunicarla al meglio alle persone. Esattamente come ha fatto l’Appendino. Serve ricreare quel senso di comunità che porta le persone a riconoscersi in qualcosa, a essere orgogliosi di appartenere a qualcosa. I primi mesi dopo l’elezione di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico, questi argomenti erano al centro dell’agenda politica del partito: costruzione di un nuovo senso di comunità; applicazione di nuove metodologie di partecipazione politica; ribaltamento dei paradigmi di confronto, non più semplicemente in un’ottica top-down ma bidirezionale; apertura verso l’esterno, verso nuove energie, verso le migliori best practice di confronto politico. Passate le Europee finì tutto nel dimenticatoio. Perché?

Io non pretendo che si rispolverino le vecchie ideologie politiche, mi basterebbe che si rispolverassero delle buone idee politiche. Magari partendo da un presupposto che ricordai lo scorso anno, parlando proprio della capacità di comunicazione del Pd: ascolto, partecipazione, proposta, condizionamento. Erano i quattro concetti base che avrebbero dovuto essere la bussola della cosiddetta Pd Community, che avrebbero dovuto essere la bussola del nuovo volto del Partito Democratico. Si parlava di un partito open polis, una specie di piazza virtuale aperta a tutti dove il confronto avrebbe dovuto essere continuo, serrato, proficuo. Invece questa piazza virtuale è stata mantenuta praticamente sempre vuota, o mancante di quelli che avrebbero dovuto ascoltare la voce di chi arrivava a portare un suo punto di vista, un suo suggerimento. Si parlava del fare politica come di un servizio da rendere alla cittadinanza, con cui coinvolgere la cittadinanza. Era la rivoluzione che molti si aspettavano, dopo anni di devastante oblio politico e contenutistico. Una rivoluzione solo accennata e fatta morire in culla.

Io ora non so se al Pd basti paracadutare volti nuovi in ogni angolo d’Italia. Non so se quel ricambio generazionale e contenutistico promesso anni fa e mai realizzato oggi possa bastare a far recuperare il terreno perso a questo Pd. L’altro giorno ho provato a ipotizzare se non serva addirittura “sacrificare” il Pd e dare vita a un nuovo soggetto di centrosinistra: scelta assai radicale, ma in alcune zone quasi necessaria per lavare via le incredibile colpe e le pesanti magagne in cui il partito è finito coinvolto. Ripartire da zero, partendo però da quelle quattro parole d’ordine: ascolto, partecipazione, proposta, condizionamento. Tornare a parlare e a confrontarsi maggiormente con le persone, coinvolgerle per favorire la partecipazione, renderle partecipi della stesura di idee e programmi, fare massa critica infine per condizionare le scelte dei leader del partito. Costruire tutti insieme non un semplice programma politico da attuare nella successiva amministrazione, ma una visione completa, un’idea di futuro verso cui tendere, un’idea di futuro da lasciare orgogliosamente in eredità ai nostri figli.

Pisapia, congedandosi dal suo ruolo di sindaco di Milano, ha usato parole bellissime che andrebbero mandate a memoria: “La buona politica non è stare attaccati ai ruoli, è servizio. […] Cinque anni fa, nel mio primo giorno da sindaco, ho interrotto una riunione per rispondere a una mail che era molto importante. Mi scriveva Irene, che aveva 25 anni. Diceva: non capisco come lei faccia a promettere la felicità. La felicità – le avevo risposto – non viene dal possedere un gran numero di cose, ma dall’orgoglio del lavoro che si fa. La felicità è dentro di noi, non nelle cose fuori di noi. E lavorare tutti insieme, perché si crede in qualcosa, senza che ci spinga alcun interesse, è qualcosa che si può chiamare felicità”. Ecco: il Pd deve ritrovare quella felicità, deve ricostruire la propria base, i propri concetti, i propri paradigmi, e miscelarli assieme per creare la sua nuova visione. Una nuova forza che proietti il partito verso il futuro. Chi ha voglia di fare tutto questo non si faccia scrupoli a farsi avanti, il tempo da perdere è ormai ampiamente scaduto.

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Categorie:Politica

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