E se fosse il Pd a doversi sacrificare?


Ascoltavo ieri le dirette Facebook di Enrico Sola, dove parlava un po’ dei risultati delle ultime elezioni. Tra le tante cose dette ce n’è stata una che mi ha colpito particolarmente, ovvero quando ha parlato del sacrificio del Partito Democratico, in cui lo dava ormai per morto: non una morte improvvisa, quanto più una lunga agonia arrivata a compimento con questa tornata elettorale. Allora mi ci sono messo a pensare, a riflettere, a chiedermi se avesse davvero ragione, se davvero la storia del Partito Democratico sia ormai giunta alla fine. Un pensiero troppo drastico?

Come qualcuno nei commenti ha fatto notare, è come il discorso del bruco e della farfalla. Per raggiungere qualcosa di bello è necessario il sacrificio di qualcosa che c’era prima: ce lo ricorda sempre una di quelle citazioni che incrociamo spesso sui social network e che non sappiamo mai bene a chi attribuire, quella che dice ”quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”. Il Partito Democratico è nato da quella che ho sempre definito “una fusione a freddo fra due anime diverse”, quella di origine comunista (Ds-Pds-Pci) e quella di origine democristiana (Margherita, Ppi, Dc), una fusione che sembra non essere riuscita a dare i frutti sperati. Cogliere l’occasione per dirlo apertamente, per assumersi collettivamente le responsabilità di questo fallimento, potrebbe essere il primo passo per la trasformazione verso qualcosa di migliore.

Non un semplice rebranding, non solo un’operazione di facciata. Giustamente il cambiare semplicemente nome non servirebbe, non darebbe l’idea di quella cesura necessaria a stabilire un prima e un dopo. Anche i protagonisti non potrebbero essere quelli attuali, fatta eccezione per una minima parte del gruppo dirigente attuale, altrimenti anche in questo caso tutto sarebbe visto come una mera operazione di maquillage. E invece il sacrificio dovrebbe essere profondo, doloroso, di grande rottura. Qualcosa di molto più radicale rispetto alla svolta che modificò il Pci in Pds, o che cambiò la Democrazia Cristiana nel Ppi. Enrico giustamente dice che oggi il Pd è visto come una bad company, quella che contiene tutto ciò che oggi le persone odiano, visto che incarnano nel Pd il partito di governo, quello dei poteri forti, la valvola di sfogo contro cui indirizzare ogni tipo di malcontento. Il Pd è ormai il parafulmine di ogni problema esistente. E ha ragione: con l’avvento di Renzi a Palazzo Chigi il Pd ha smesso di macinare politica ed è semplicemente diventato megafono del governo, quindi nel bene e nel male ne segue le sorti.

Le questioni sono: verso cosa si dovrà evolvere? Chi dovrà farne parte? E gli esclusi, cosa vorranno fare?
Una rottura del genere, oltre a essere traumatica per l’elettorato, lo è spesso anche per i leader e i quadri intermedi. Non tutti accettano passivamente certe trasformazioni, probabilmente alcuni non solo vorranno farne parte ma vorranno anche indirizzare questo cambiamento, guidarlo dove più ritengono opportuno, col rischio di creare una semplice migrazione di tutto il corpaccione dell’attuale Pd da una sigla all’altra. Ma come convincere certe persone a farsi semplicemente da parte? Come convincerle a compiere il proprio “suicidio politico”? Sicuramente si dovrà stabilire che il nome Partito Democratico dovrà andare definitivamente in soffitta, accantonato forse in attesa di un futuro migliore. E quella vocazione maggioritaria su cui si era basato il Pd, visto il coalizzarsi di tutti gli avversari contro in eventuali ballottaggi, finirà anch’essa nel dimenticatoio? Ci sarà spazio per quelle nuove idee di partecipazione che si iniziarono ad abbozzare a inizio 2014? E si recupererà quel modo di fare comunicazione che fu alla base del grande successo alle elezioni Europee del 2014? Come potrà il Pd ricostruirsi poi dei terreni di incontro con le altre forze, terreni che oggi sono tutti bruciati? Forse questa radicale svolta è l’unica strada percorribile per rilanciare quel rinnovamento di cui parla spesso Matteo Richetti:

”…In questo senso si può dire che la Leopolda era piena di Appendini e Appendine… Insomma, quello che dico io è che la rottamazione, per come l’abbiamo immaginata all’inizio, è un insieme di cose. Non solo facce nuove ma idee innovative, talento e non cooptazione, partito con le porte aperte nella società e non partito che non c’è, meritocrazia e non cerchio magico, potere come mezzo e non governissimo con Verdini…”

Oggi mi chiedo seriamente se questa nuova visione sia applicabile all’interno di questo Pd ormai già vecchio e consunto. Oggi mi chiedo se davvero questa unione spuria di due anime differenti sia il contenitore adatto per dare vita al partito che Richetti immagina, visione che personalmente condivido. Mi chiedo chi dovrebbero essere i fondatori di questa nuova avventura: Renzi (ma quello del 2012)? Delrio? Boschi? Barca? Orlando? Zingaretti? Gori? Emiliano? Chi altro? Personaggi come Merola, Chiamparino, Fassino, Rossi, Guerini, Serracchiani, Lotti, Orfini, Letta, Amendola, Bettini, Carbone, Taddei, Fiano, Puglisi, Rotta, Zanda, Rosato, giusto per fare qualche nome, che ruolo dovranno avere, se ne avranno uno? E gli altri, quelli che oggi sono in minoranza e relegati ai margini del partito? i vari Bersani, D’Alema, Speranza, Cuperlo, Marino, loro che fine dovranno fare? Avranno il loro spazio nel nuovo soggetto o finiranno alle deriva in un secondo soggetto che raccoglierà quella parte di partito con una visione rivolta più al passato? Ci sarà una netta divisione fra una bad company e una good company? Assisteremo a una nuova costituente che dovrà dare vita a un nuovo soggetto di centrosinistra?

Di certo c’è solo che il momento è delicato, e i prossimi mesi saranno davvero cruciali. Una sconfitta al prossimo referendum non è più un’ipotesi così remota e difficile, e le ripercussioni che ci potranno essere potrebbero andare ben oltre la “morte” del Partito Democratico. Renzi ha ripetuto più volte che in quel caso lui si assumerebbe tutte le responsabilità della sconfitta e rassegnerebbe le dimissioni, aprendo di fatto una crisi che porterebbe o a un nuovo esecutivo e ad elezioni anticipate. In quel caso la strada verso il sacrificio del Pd sarebbe ancora più facile, visto che sarebbe il partito stesso a implodere sotto il peso della sconfitta. Qualcuno, sottovoce, già ipotizza che una sconfitta al referendum di ottobre potrebbe non essere poi una cosa così negativa. Che sia davvero questo il destino che aspetta il Partito Democratico?

Annunci


Categorie:Politica

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

2 replies

Trackbacks

  1. Qualche consiglio (non richiesto) al Partito Democratico – Iperattivo Categorico
  2. Ridare un senso alla sinistra (e al Pd) – Iperattivo Categorico

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: