La storia della Tucker Torpedo, o Tucker 48


Il mondo dell’automobile è interessante, a volte abitato da geni e altre volte abitato da abili truffatori. Alle volte invece, più raramente, si scorgono personaggi che si pongono a metà strada fra le due categorie: questo potrebbe essere il caso di Preston Tucker, imprenditore statunitense che nel 1948 diede vita alla Tucker Torpedo. Per molti un pioniere che presentò un’autovettura che avrebbe fatto fare un enorme salto in avanti alle automobili dell’epoca, per altro un banale truffatore che trovò un modo accattivante per raggirare le persone e raccogliere denaro. Ma che era in realtà Preston Tucker?

Ingegnere e imprenditore, Preston Tucker realizzò nel 1938 la sua prima creazione in campoo automobilistico, un autoblindo leggero. La guerra si stava avvicinando, così creò questo autoblindo ruotato con un motore Packard V12, armato con mitragliatrici calibro .30 e .50, un cannone antiaereo da 37 millimetri, capace di viaggiare a 125 Km/h su terreno accidentato e fino a 180 Km/h su terreno livellato. Prestazioni troppo più in la di quelle richieste dall’esercito americano che rifiutò il progetto, a eccezione per una particolarità: la torretta girevole in vetro. Quella fu adattata e usata sulle torpediniere della Marina e sui bombardieri B-17 e B-24. Dopo la guerra, nel 1946, fondò la Tucker Corporation con l’intento di produrre automobili: da qui nacque la Tucker Torpedo, o Tucker 48.

La Torpedo doveva essere innovativa e all’avanguardia in tutto. Le specifiche iniziali parlavano di un mastodontico motore di 9650 centimetri cubici, ma limitato a un regime di rotazione di soli 1000 giri al minuto per garantire silenziosità e comfort. Si parlava poi di freni a disco su tutte e quattro le ruote, alimentazione a iniezione diretta, cinture di sicurezza su ogni sedile, parabrezza infrangibile e eiettabile in caso di incidente, un cx di 0,27 che garantiva un’elevata aerodinamicità, porte con l’apertura che proseguiva verso il tetto per facilitare l’ingresso, piantone di tipo collassabile, sospensioni indipendenti e un caratteristico faro centrale collegato direttamente con lo sterzo, in grado quindi di orientare il fascio di luce a seconda della direzione della vettura. Certo, il faro era già un’invenzione vista nel 1935 sulla Tatra 77A, nulla di eccezionalmente nuovo.


Doveva essere un successo, ma i problemi furono molti. Si iniziò col motore, troppo grande e malfunzionante, sostituito da uno più piccolo originariamente destinato agli elicotteri: un 5500 centimetri cubici da 166 cavalli, modificato per funzionare con un raffreddamento ad acqua. Poi ci fu la trasmissione, troppo delicata per quelle potenze e presa da una Cord che aveva la trazione anteriore. Si passò da una trasmissione automatica a una manuale, poi si prese in prestito quella automatica delle Buick derivandone una propria chiamata Tuckermatic. Ma rimasero problemi nell’inserimento della retromarcia, risolti poi in seguito. Non aiutò nemmeno la presentazione alla stampa, dove di solito si presenta un progetto funzionante in ogni sua parte per farsi pubblicità, ritardata di due ore perché l’automobile non voleva saperne di funzionare.

Le auto erano prodotte in uno stabilimento che Tucker rilevò dal governo degli Stati Uniti. Era una di quelle fabbriche che durante la guerra erano servite ad assemblare i bombardieri, che il governo concedette a Tucker con l’obbligo di produrre almeno 50 autovetture ogni anno. Ma già nel 1948 Tucker fu travolto da uno scandalo finanziario, accusato di bancarotta fraudolenta, di pubblicità ingannevole e di pratiche commerciali scorrette. Da queste accuse fu completamente assolto nel 1950, ma il contratto per lo stabilimento era ormai stato annullato, stante la sua incapacità di produrre almeno 50 vetture all’anno per via del blocco della produzione a seguito delle sue vicende giudiziarie. Non gli restava più nulla, se non 51 vetture prodotte, 47 delle quali oggi ancora esistenti. Finiva così il sogno di Preston Tucker.

Qualcuno parlò di un avventuriero, qualcuno di un genio boicottato dalle grandi Case automobilistiche e da politici corrotti. Di certo sappiamo che la macchina, pur con molti difetti tecnici, presentava soluzioni all’avanguardia per il periodo, e sappiamo anche che Tucker alla fine venne assolto dalle accuse che gli vennero mosse. Probabilmente fece quello che si chiama “il passo più lungo della gamba”, finendo per restare azzoppato. Due curiosità: la prima è che questa storia fu raccontata anche dal cinema, nel film “Tucker, un uomo e il suo sogno” diretto da Francis Ford Coppola nel 1988. La seconda è che dalla figura di Tucker trasse ispirazione l’imprenditore italiano Mirco Eusebi, divenuto famoso per aver inventato la “Marmitta Tucker”, dispositivo che prometteva di dimezzare sia i consumi delle caldaia che le relative emissioni inquinanti. Anche lui fu travolto da accuse di bancarotta e truffa. Anche lui assolto, ma in Cassazione e solo grazie alla prescrizione, coi giudici che comunque ribadirono in pieno tutte le colpe degli imputati. Geni o truffatori: una linea sottile divide le due categorie, e cascarci è spesso fin troppo facile.

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Categorie:Motori

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