Siamo alla fine del sogno rottamazione nel Pd?


Sembra inutile e banale scriverlo ora, ci si fa la figura di quelli che scrivono col senno di poi, ma va scritto ancora una volta. Va scritto che Matteo Renzi sta già pagando il conto di uno dei suoi più grandi fallimenti, quella della rottamazione. Brandita come una clava nel 2012, riproposta con toni leggermente più soft nel 2013, con l’avvento di Renzi alla segreteria del Partito Democratico ci si aspettava quel cambiamento radicale necessario per svecchiare e aggiornare un partito che stava lentamente morendo a causa della sua chiusura, del suo essere antiquato, del suo essere terribilmente autoreferenziale. Da quel dicembre del 2013 ci si aspettavano grossi cambiamenti, che purtroppo non sono avvenuti.

Se nei primi mesi del 2014 questa attesa era corroborata da alcuni primi segnali, dopo le europee del maggio 2014 e passata la successiva estate le cose si bloccarono. Colpa della scalata di Renzi al governo? Colpa dello smantellamento della prima segreteria per portare al governo alcune persone? Colpa della necessità di istituzionalizzare i toni barricadieri di Renzi? Non saprei proprio. So solo che parlai di rottamazione incompiuta nel maggio del 2015, parlai del potere intonso dei capibastone locali a inizio giugno del 2015, parlai del fatto che nel Pd i cosiddetti renziani ci si guardavano ma stentavano a riconoscercisi quando a metà giugno lo stesso Renzi ammise che anche nel partito doveva tornare a fare il rottamatore, e infine diedi ragione a Richetti quando a novembre disse che erano i territori a diversi svegliare, senza chiedere imposizioni dall’alto, ma accusando al tempo stesso anche la segreteria nazionale di essere troppo latitante nel dialogo coi territori. E, aggiungo io, pessima nella comunicazione a partire dall’inizio del 2015: quello che nel 2014 fu un punto di forza del Pd targato Renzi, che contribuì all’exploit delle Europee 2014, a inizio 2015 tornò inspiegabilmente indietro, un’involuzione che riportò la comunicazione del Pd alla sciagurata situazione delle elezioni politiche del 2013.

Riprendiamola questa intervista a Renzi dello scorso anno, fatta dopo aver perso una regione come la Liguria e una città come Venezia. Sconfitte durissime che già diedero lo slancio a quelle teorie secondo cui “c’è un voto contro Renzi e contro il governo”, anche se in alcuni casi si trattò di sconfitte maturate a causa di un Pd che non seppe proporre candidature un minimo decenti. Come in Liguria, dove alle primarie per la scelta del candidato presidente si candidarono la Paita, ovvero la continuità con l’allora tanto criticato governatore Burlando, oppure Cofferati, un residuato di un modo di fare politica che era già vecchio da almeno dieci anni. Ma cosa diceva allora Renzi?

“…Devo tornare a fare il Renzi pure lì. E farlo davvero. Infischiandomene delle reazioni per aprire una discussione dentro il mio partito. Al governo non c’è mai stata un’infornata di persone in gamba come a questo giro. Penso alle nomine che abbiamo fatto: De Scalzi all’Eni, Starace all’Enel e Moretti a Finmeccanica. La vera accusa che mi si dovrebbe rivolgere non è di avere messo i miei al governo, ma di non averli messi nel partito.

[…]

Non ho messo bocca perché pensavo che astenermi fosse un presupposto per stare tutti insieme. E poi ci siamo dimenticati cosa scrivevano di me? L’arroganza al potere, la democratura… Ah, ma adesso basta, si cambia. Anche perché tra un anno si vota nelle grandi città. Torino, Milano, Bologna, Napoli, forse Roma…”

Questo mea colpa pubblico però pare non sia servito a nulla, se dopo un anno il Pd continua a essere impalpabile e bloccato nel passato. Sui territori non è cambiato quasi nulla, molti vecchi arnesi imbarcati con Renzi nel 2013 non hanno modificato di una virgola il loro modo di fare politica e il loro approccio ai militanti e agli elettori, mentre i vari capibastone locali e le varie correntucole locali continuano a mantenere e ad esercitare il proprio potere. Tutto come prima. La mancata rottamazione e le continue polemiche interne non hanno fatto altro che creare una situazione invivibile, in cui al nazionale si trovano più impegnati a rintuzzare gli attacchi della vecchia guardia senza occuparsi del rinnovamento del partito. Il riformista Renzi starà pure svecchiando il Paese, ma rischia di vedersi implodere sotto i piedi il partito che lo sostiene. I grandi appuntamenti elettorali di cui parlava nel 2015 sono ormai qui, e il vento che tira non è affatto amichevole.

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Categorie:Politica

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