La minoranza Pd e la riforma costituzionale

Pierluigi Bersani

Pierluigi Bersani

Voglio bene alla minoranza del Partito Democratico. Gli voglio bene perché, in generale, le minoranze sono utili e dovrebbero sempre avere l’opportunità di esistere e di resistere. Come detto più volte in passato, un leader senza una vera opposizione rischia di restare senza un adeguato pungolo sulla sua azione politica, cosa che può portarlo a sedersi e a perdere il proprio slancio. La cosa vale anche e soprattutto per Matteo Renzi: uno che è abituato sempre a rilanciare, a rinnovare le sfide, ha necessità di avere una minoranza che lo pungoli e lo tenga in quella giusta tensione necessaria per non perdere di vista l’obiettivo finale. Però. Però le minoranze, le opposizioni interne, dovrebbero almeno evitare di scadere in pietismi e uscite scomposte che danneggiano solo loro stessi.

Prendiamo ad esempio la riforma costituzionale. Ora nella minoranza Pd è un fiorire di velate critiche, di dubbi, di “prendiamo a schiaffoni la Costituzione”. È praticamente partita la corsa a smarcarsi da una riforma che definiscono sottovoce come pericolosa, sebbene poi dicano (con riluttanza) che voteranno si. Ecco, cara minoranza, ma se non ti piace non sarebbe più onesto dire che si voterà no? Anche questa corsa a disconoscere la riforma, come se fosse piovuta dal nulla con l’arrivo di Renzi al governo, è abbastanza stucchevole. Serve forse ricordare un paio di cose.

Facciamo un salto indietro al 2013. In questo articolo di Repubblica del 13 settembre si possono leggere le parole dell’allora primo ministro Enrico Letta affermare che “dobbiamo ammodernare la Costituzione fatta dai padri costituenti”. Fino a qui, nulla di strano. Solo che aggiunge: “Due camere che hanno esattamente gli stessi compiti, e una legge elettorale che da maggioranze diverse, non può funzionare, è una follia”. E c’è anche di più. Prosegue l’articolo, citando le parole di Letta: “Dare importanza alle larghe intese. «E’ da qui che possiamo trovare un grande vantaggio», quindi basta «vergognarsi» di quello che si sta facendo insieme perché nessuno sarà «contagiato»”. Oggi per richiami simili Renzi viene dipinto dalla stessa minoranza Pd che sosteneva il governo Letta come uno che vuole distruggere il partito e allearsi con un farabutto (che allora era alleato del governo Letta).

Restiamo ancora nel 2013, solo qualche giorno più tardi. Il 17 settembre Il Sole 24 Ore pubblica un articolo in cui si riporta la relazione conclusiva della commissione dei 40 saggi, quella commissione fortemente voluta dall’allora Presidente Napolitano e avallata dallo stesso Letta. Una relazione che, leggo, “Il premier ha ricevuto il documento «con particolare soddisfazione»”. E cosa dice questa relazione finale, che conteneva le indicazioni su cui basare le riforme da fare? Riporto uno stralcio dell’articolo:

“Consapevolezza quasi unanime della necessità di uscire dal bicameralismo paritario e differenziare il ruolo» di Camera e Senato.

Quattro le possibilità proposte per arrivare a un nuovo sistema: collegio uninominale; collegio plurinominale di dimensioni ridotte nel quale venga eletto un numero ristretto di deputati; circoscrizione, «nel senso proprio della legge elettorale in vigore sino al 1994»; proporzionale con circoscrizioni ampie e voto di preferenza.

Il tipo di Governo proposto è un Governo parlamentare del primo ministro, con «una coerente legge elettorale». In particolare il presidente della Repubblica nomina il premier sulla base dei risultati delle elezioni per la Camera, per le quali occorre indicare il candidato alla presidenza del Consiglio. Il primo ministro, ottenuta la fiducia, può proporre nomina e revoca dei ministri; può chiedere il voto a data fissa sui disegni di legge del Governo; può essere sostituito solo dopo l’approvazione di una mozione di sfiducia costruttiva. Al presidente del Consiglio è riconosciuto il potere di chiedere lo scioglimento della Camera, ma i componenti della commissione divergono sulle conseguenze che può determinare questa richiesta: da un lato i fautori del modello tedesco, con possibilità appunto di sfiducia costruttiva; dall’altro i sostenitori del sistema spagnolo, per cui di fronte alla scelta del premier il ricorso a elezioni è inevitabile.

Con un sistema di premierato forte (il terzo modello di «governo parlamentare» previsto nella bozza dei saggi) si potrebbe applicare una legge elettorale che prevede un secondo turno di ballottaggio se nel primo nessuna lista ha raggiunto la soglia per far scattare il premio di maggioranza. Questo sistema sarebbe «simile» all’elezione dei sindaci, rendendo il premier come una sorta di sindaco d’italia, ha spiegato Luciano Violante. Questo sistema consentirebbe di avere «un premier forte, una maggioranza forte e di sapere il giorno dopo del voto chi é il presidente del consiglio e con quale maggioranza”

Non ricorda qualcosa? Una Camera, il Senato trasformato in Camera delle Regioni, premierato forte, legge elettorale con premio ed eventuale ballottaggio, un sistema che indichi chiaramente chi vincer che gli consegni una maggioranza per farlo. Praticamente la riforma di cui stiamo discutendo e su cui si dovrà votare con il referendum in autunno. Una riforma, quindi, che non è piovuta dal cielo o apparsa dal nulla, ma che affonda parte delle sue radici nel lavoro di quella commissione su cui il governo Letta (e la minoranza Pd) si dissero soddisfatti. Delle due, l’una: la minoranza Pd ci prendeva in giro allora, o ci prende in giro ora?

Post Scriptum:

Bersani ieri è uscito su Facebook con uno status un po’, diciamo, curioso. Scrive: “Quando ero segretario, sulla legge elettorale discutevamo con chi ci mandavano. Ma vorrei ricordare a Renzi che io non ho voluto fare il governo con Berlusconi e Verdini. Avrei potuto farlo il giorno dopo. Se lo ricordassero”. Ecco, caro ex segretario, diciamo che le cose erano un po’ più complicate di così. Diciamo che il governo di larghe intese non l’hai voluto fare perché altrimenti, dopo quella campagna elettorale disastrosa, avresti perso definitivamente la faccia. E infatti le larghe intese le benedicesti spingendo Enrico Letta, tuo vice segretario, a capo del governo. O il gesto della vittoria voleva dire qualcosa d’altro?

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Categorie:Politica

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