Giustizia e Giustizialismo

È inutile, non se ne esce: continuiamo a essere la società del “o tutto bianco, o tutto nero”. O sei un cattivo, un criminale, un corruttore, un ladro, e allora meriti lo stigma sociale a vita, oppure sei un innocente e candido giglio di campo e allora puoi essere libero di fare quel che vuoi. Ad oggi, nel 2016, siamo ancora a questo livello quando dobbiamo parlare di giustizia. Non importa l’esistenza di principi e leggi a cui tutti devono attenersi, no, qualcuno vuole sempre qualcosa di più. La gogna, l’esclusione da un gruppo sociale o da un ambiente lavorativo perché “se hai sbagliato anche solo una volta poi non sei più degno di farne parte”. Una concezione in cui, di fatto, non esiste il perdono: basta un errore, magari anche piccolo o involontario, per renderti di fatto un paria, un escluso.

Continuiamo a confondere la giustizia con il giustizialismo. Consultando l’enciclopedia Treccani, alla voce “giustizia” trovo: “In senso assoluto e più oggettivo, il riconoscimento e il rispetto dei diritti altrui, sia come consapevolezza sia come prassi dell’uomo singolo e delle istituzioni”. Intendiamo la giustizia principalmente come riconoscimento e rispetto dei diritti altri. Violarli equivale a violare la giustizia, e le leggi che la compongono. Ma devo comunque garantire sempre i diritti di tutti, anche di commette un reato. Per questo esistono i tribunali, i giudici. Per questo esistono i processi dove il reo viene giudicato, dice viene analizzata la sua condotta per stabilire se sia o no colpevole dei reati che gli si contestano. Una cosa che vale, o dovrebbe valere, per tutti. Se invece consulto la voce “giustizialismo” trovo questo: “il termine è stato adottato nel linguaggio giornalistico per definire l’atteggiamento di chi, per convinzione personale o come interprete della pubblica opinione, proclama la necessità che venga fatta severa giustizia (magari rapida e sommaria) a carico di chi si è reso colpevole di determinati reati, specialmente quelli di natura politica, di criminalità organizzata, di amministrazione pubblica disonesta, in opposizione ai cosiddetti garantisti e a quanti si mostrano favorevoli a sanatorie e «colpi di spugna» generalizzati”. Giustizia rapida e sommaria.

Fin dai tempi di Tangentopoli, e ancora oggi, ricevere un avviso di garanzia equivale a essere considerati colpevoli. Nessun’altra opzione è possibile. Colpevoli. Prima del processo, prima delle sentenze. Colpevoli. E fa niente se dopo un calvario giudiziario di anni ci si ritrova in Cassazione a essere assolti perché il fatto non costituisce reato o perché il fatto non sussiste, nel frattempo si è già stati bollati come colpevoli. Dalle persone, dalla stampa, dai media. Da quanti hanno un concetto della giustizia più affine a quello del giustizialismo, dove la giustizia deve essere immediata, forte, esemplare. Deve mirare a escludere chi ha sbagliato, senza possibilità di redenzione. L’articolo 27 della nostra Costituzione recita: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”. Quante volte è stato disatteso questo articolo? Quante volte lo sarà ancora? Quante volte, solo per essere stati iscritti nel registro degli indagati, chiediamo alle persone di farsi da parte, di dimettersi, di andarsene? Senza contare il punto sulla rieducazione del condannato: scontare una pena dovrebbe servire a recuperare le persone, insegnare loro a capire dove hanno sbagliato, insegnare loro a non sbagliare più. Invece il giustizialismo li redime ma a metà: scontata la condanna ritorni libero ma non del tutto, puoi fare quel che vuoi ma non del tutto. Per eventuali limitazioni esistono delle leggi, norme che eventualmente regolano l’accesso a certe posizioni, ma l’andare oltre quelle norme significa passare da un sentimento di giustizia a uno di vendetta.

Viviamo nell’equazione onesto=preparato. Siamo al punto che la caratteristica principale e spesso unica che ci interessa in una persona (specialmente se è un politico) è che sia onesta. La preparazione, la conoscenza, l’esperienza, le doti personali scendono tutte in secondo piano. Fa niente se poi in nome dell’onestà assoluta si finisce per spianare la strada a degli incapaci o a degli imbecilli, “almeno sono onesti”. Su, creeranno danni onestamente, ecco. L’unico valore importante resta l’onestà, e basta un avviso di garanzia per perderla. Senza più possibilità di riacquisirla, tra l’altro: del resto il processo mediatico stabilisce a priori la colpa, non può aspettare i tempi della giustizia, e se si viene alla fine assolti nessuno si ricorderà più del caso, dei titoli di condanna sui media, delle dita puntate a indicare il criminale da condannare, ma che alla fine criminale non lo era per nulla. Il problema è che il popolo non è molto abituato a ragionare di fino, ad analizzare ciò che gli si para davanti, preferisce valutazioni sommarie e immediate, fatte in modo grossolano. Ma l’equilibrio fra onestà, etica e politica è un equilibrio molto complesso e precario. Del resto, un grande intellettuale francese come Andrè Malraux diceva: “Non si fa politica con l’etica, ma neppure senza”.

Dobbiamo maturare ancora tanto. Il concetto di giustizia, che fa parte del più grande concerto di democrazia, è qualcosa di estremamente complesso nella sua vastità eppure apparentemente semplice nella sua comprensione. Basterebbe iniziare ricordare quelle poche parole scritte nella Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.” Non possiamo essere contemporaneamente l’eventuale parte lesa, il giudice e la giuria messe assieme, non possiamo perché non è il nostro compito. Non possiamo perché esistono persone preposte e preparate per farlo mentre noi, popolo che legge i giornali o affolla i social network, non lo siamo. Il sintomo maggiore di questa immaturità è l’aver fatto di questo concetto un argomento politico: conta solo l’onesta, null’altro, conta solo l’essere immacolati. Conta che una sola ombra basta a stroncarti, anche se quell’ombra alla fine di rivela un semplice rifrazione, una deviazione della luce che crea un effetto ottico. Nulla di vero, nulla di concreto, solo una percezione sbagliata. Dice Fucci, sindaco Pomezia del Movimento 5 Stelle: “Anche io ho ricevuto un avviso di garanzia, ma è tutto archiviato […] Pensate che disastro se mi fossi dimesso per un avviso di garanzia basato su accuse inconsistenti e reati inesistenti!” Gli rispondo io: sarebbe stata un’ingiustizia. Ecco perché occorre più giustizia, e non più giustizialismo.

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Categorie:Riflessioni

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