Un nuovo approccio per gestire esondazioni e alluvioni

Resist, Delay, Store, Discharge: a comprehensive urban water strategy (OMA Architecture)

Resist, Delay, Store, Discharge: a comprehensive urban water strategy (OMA Architecture)

Spesso le cronache ci raccontano come delle piogge più intense del normale generino dei veri e propri disastri. Una situazione purtroppo diffusa in Italia, basti considerare l’alluvione del 14 settembre 2015 in Emilia, quella del 15 novembre 2014 in Liguria, quella dell’ottobre 2014 in Maremma, ma anche le frequenti esondazioni che subisce Milano. Territori densamente abitati, densamente costruiti e cementificati che non permettono alle acque che scorrono nei fiumi e che cadono con la pioggia di avere quei naturali sfoghi che la natura ha sempre garantito. Le soluzioni? A volte si è proposto di alzare gli argini, altre volte si è progettato di scavare delle enormi buche per contenere le acque in eccesso nelle ondate di piena, le cosiddette vasche di laminazione. Un po’ come a Senago, piccola cittadina dove abito, destinataria di una vasca di laminazione che avrà il compito di raccogliere le ondate di piena del Seveso, per evitare che esondi a Milano. Per saperne di più, ho raccolto qui quanto scritto negli ultimi anni.

Un progetto, quello delle vasche di laminazione, pieno di incongruenze, lati oscuri e forzature abbastanza evidenti. Un progetto venduto come l’unico possibile e l’unico fattibile, sebbene negli anni sia stato dimostrato che era possibile esplorare altre opportunità, specialmente evitando di proseguire con urbanizzazioni eccessive o comunque che non consideravano questo problema. Ecco, io oggi voglio porre l’accento su un’opportunità, su un’alternativa. Una possibilità che richiederà sicuramente già tempo, e probabilmente investimenti anche maggiori, ma un’opportunità che affronta alla radice il problema, lo studia e cerca di risolverlo in orbi suo aspetto e con una soluzione sistemica che punti alla radice del problema stesso. L’ho scoperta mentre leggevo un articolo che riguardava Milano, non specificatamente del problema esondazioni, che mi ha portato sul sito di uno studio di architettura, l’OMA: ”OMA is a leading international partnership practicing architecture, urbanism, and cultural analysis. OMA’s buildings and masterplans around the world insist on intelligent forms while inventing new possibilities for content and everyday use”. Il progetto a cui faccio riferimento è quello creato per l’area costiera del New Jersey, un progetto che usa queste quattro parole d’ordine: Resist, Delay, Store, Discharge.

Ma cosa propone esattamente questa nuova idea? In sintesi: ”Our comprehensive urban water strategy deploys programmed hard infrastructure and soft landscape for coastal defense (resist); policy recommendations, guidelines, and urban infrastructure to slow rainwater runoff (delay); a circuit of interconnected green infrastructure to store and direct excess rainwater (store); and water pumps and alternative routes to support drainage (discharge)”. Interessante è la parte che riguarda lo stoccaggio delle acque in eccesso: un circuito di infrastrutture verdi interconnesse che immagazzinino l’acqua in eccesso, infrastrutture che non comprendono mega invasi dal grande impatto e che necessiterebbero di grandissime aree libere, ma la creazione di tante aree verdi attrezzate per essere adeguatamente permeabili dalle acque in eccesso (il terreno ora è quasi completamente impermeabile) da immettere tramite piccole pompe poi in un reticolo di piccoli canali che convogliano le acque verso il drenaggio. Si tratta di un progetto innovativo che mira a ridefinire tutte le principali linee guida che riguardano la costruzione e la gestione urbanistica delle città, specialmente di quelle afflitte da problemi simili. Lo racconta questo articolo dello Hudson Reporter, che descrive il terreno come impermeabile al 94% e descrive la creazione di un parco che, senza vasche di laminazione, abbia la capacitò di “trattenere” 200.000 galloni d’acqua, oltre 750.000 litri.

Il punto della questione è: vogliamo continuare con opere grandemente impattanti e molto controverse, o vogliamo iniziare a ribaltare la prospettiva da cui guardare? Continuiamo ad affrontare questi problemi cercando soluzioni tampone, che arginino l’emergenza e aiutino a ridurre l’impatto di eventuali avvenimenti catastrofici, ma invece dovremmo iniziare a guardare questi problemi dalla prospettiva di chi vuole iniziare a gestire il territorio affinché non ci sia più il rischio di certe emergenze. Dovremmo iniziare a gestire il nostro territorio in modo non doverci più trovare con potenziali pericoli creati paradossalmente dalla nostra stessa opera di urbanizzazione, specialmente territori come quello milanese che sono da sempre ricchi di acque e di torrenti. Soluzioni che mirino un po’ più in là di un arco temporale predefinito e molto piccolo, ma che inneschino una spirale virtuosa di gestione del territorio e delle sue caratteristiche. Riusciremo prima o poi a capirlo?

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Categorie:Attualità

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