Vince (ancora) Donald Trump: quale futuro si prospetta per il Partito Repubblicano?

Image from Washington Post

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All’inizio Trump era visto un po’ come l’elemento folcloristico delle primarie repubblicane. Il ricco in cerca di pubblicità, di visibilità, il folle che parlava di idee pazze ed estremiste, colui che non avrebbe dovuto avere mezza chance di conquistarsi la candidatura, quello inviso si vertici del partito. Poi iniziano queste primarie, e Trump inizia a vincere. I candidati repubblicani favoriti stentano, inciampano, tentennano, si attaccano fra di loro lasciando campo libero al tycoon newyorchese. E lui invece attacca tutti gli altri, indistintamente, continuando a essere odiato dai vertici del partito. Rimasti in tre, lui, Cruz e Kasich, si ritrova con i due avversari che annunciano una specie di “Santa Alleanza” per fermarlo e per cercare almeno di non fargli avere il numero di delegati necessari per ottenere la nomination. Il banco di prova di questa alleanza era l’Indiana, e qui Trump ha vinto col 53,3% dei voti.

Il voto in Indiana è stato un altro piccolo terremoto nel GOP. Perché oltre la nuova affermazione di Trump, c’è stato anche il conseguente ritiro di Ted Cruz, il secondo candidato con più delegati, l’unico in teoria che avrebbe potuto contrastarlo ma che non è riuscito a farlo nemmeno stringendo il famoso patto col terzo candidato per non ostacolarsi a vicenda contro Trump. Dice Cruz: “Insieme abbiano lasciato tutto sul campo dell’Indiana. Abbiamo dato tutto quello che abbiamo, ma gli elettori hanno scelto un’altra strada. Così, con il cuore pesante ma con sconfinato ottimismo per il futuro a lungo termine della nostra nazione, sospendiamo la nostra campagna”. Un discorso che appare quasi una resa incondizionata a Trump, sebbene Cruz affermi che continuerà comunque la sua battaglia in altro modo. Cercherà indirettamente di favorire Kasich per portare comunque Trump a una brokered convention? Già, perché Kasich non si ritira (sebbene come numero di delegati sia quarto, dietro pure a Rubio che si è già ritirato da molto tempo) mentre Reince Priebus, il Presidente della Commissione Nazionale Repubblicana, in un tweet dice “Tutti noi ci dobbiamo unire e concentrarci su come battere Hillary Clinton”. Praticamente siamo già alla chiamata alle armi in vista delle elezioni vere e proprie di novembre.  

Ma Trump, che tipo di candidato sarà, dove porterà i Repubblicani? Sebbene il partito si sia ormai praticamente arreso a questa situazione, conviene iniziare a domandarsi che tipo di campagna elettorale vorrà impostare Trump e dove questa condurrà il Partito Repubblicano. Anche se a livello mondiale è ormai noto lo scivolamento della politica verso gli esponenti che propagandano idee tendenzialmente più estremiste, al momento Trump non gode affatto di buona fama in patria. Secondo alcuni sondaggi sarebbe staccatissimo da Hillary Clinton, sebbene questi sondaggi siano ancora prematuri e rilevino soltanto il gradimento a livello nazionale, mentre per vincere le elezioni serve vincere Stato per Stato, e fra Stato e Stato la situazione può mutare radicalmente. Il tempo, le risorse e le capacità per rimontare esistono, ma il Partito Repubblicano dovrà obbligatoriamente iniziare a credere in Trump e assecondarlo nella strategia: imporgli qualcosa che lo snaturi sarebbe doppiamente deleterio, oltre che impossibile da fare visto quanto Trump sia indomabile.

Quale futuro si prospetta allora per i Repubblicani? Personalmente rimango dell’opinione che mi formai a marzo: Trump non è affatto un candidato da mezze misure, non potrà quindi essere calato in una campagna anonima e impersonale. O farà inaspettatamente molto bene rianimando quei Repubblicani andati un po’ in sofferenza nel doppio mandato di Obama, oppure rischierà di essere un flop di proporzioni epiche. E anche nell’ipotesi che dovesse vincere le elezioni, e diventare quindi il nuovo Presidente degli Stati Uniti, la sua presidenza non sarà affatto anonima o impersonale. Anzi, in entrambi i casi il problema di Trump è proprio l’eccessiva personalizzazione che fa della propria campagna politica. Ricordate quando disse che i programmi politici sono inutili, solo una lista di promesse che non verranno comunque mantenute? Affermò che lui avrebbe soltanto promesso di mettere al servizio del Paese le sue straordinarie (a suo dire) doti manageriali di negoziazione per ottenere sempre l’accordo migliore e più vantaggioso per tutti. Metteva se stesso davanti anche alle idee, alle proposte. E anche in relazione alle poche idee di cui parla, pone se stesso come l’unico in grado di poterle realizzare. La sfida a novembre è ormai già lanciata, una sfida che molto probabilmente porterà il Partito Repubblicano a subire una profonda trasformazione.

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Categorie:Politica

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