Le polveri sottili e i motori diesel

Alfa Romeo JTDm

L’inquinamento è uno di quegli argomenti che stanno sempre più prendendo rilevanza nel dibattito pubblico. Già da molto tempo è un argomento importante, su cui la stessa politica si impegna e su cui produce promesse che poi vengono più o meno mantenute. In campo automobilistico, ad esempio, per combattere l’inquinamento si cerca di incentivare le auto ibride o elettriche, si cerca di dissuadere le persone dall’utilizzare la propria macchina favorendo l’utilizzo dei mezzi pubblici, si cerca di favorire le varie forme di car sharing in modo da diminuire il numero di autovetture circolanti. E soprattutto si impongono limiti sempre più stringenti per le emissioni dei motori, costringendo quindi le Case automobilistiche a creare propulsori che producano percentuali sempre più basse di particolato e di elementi inquinanti.

Proprio per il particolato sul banco degli imputati ci sono da sempre i motori diesel. Motori che sono sempre stati famosi per essere molto inquinanti, puzzolenti, utili per chi macina molti chilometri ogni anno ma sconvenienti per tutti gli altri. Poi con gli anni i turbodiesel sono diventati di cilindrate più piccole, con potenze più contenute, e contemporaneamente hanno visto l’adozione di catalizzatori e filtri per trattenere il particolato, che li hanno portati a essere più ben visti dai clienti finali. Normative antinquinamento sempre più stringenti hanno poi fatto il resto, portandoci alla situazione attuale, con i turbodiesel odierni che risultano la motorizzazione ormai più diffusa in tutta Europa. Nonostante questi passi avanti sono comunque rimasti inquadrati come i principali colpevoli della produzione del temibile particolato, sia il PM10 che il PM2,5. Ma, come scrivevo ad esempio a dicembre, riguardo alla produzione del particolato non si dovrebbe puntare il dito solo ed esclusivamente sulle automobili. Uno dei principali responsabili è ad esempio il riscaldamento domestico, spesso dovuto a caldaie vecchie e malfunzionanti che non ricevono gli adeguati controlli per restare in piena efficienza. I motori diesel non sarebbero quindi questi “grandi cattivi” che molti continuano a descrivere, e la loro colpa non sarebbe così grande come la vulgata popolare (e spesso politica) sostiene. Ma guai a dirlo, ti guarderebbero storto.

Ora arriva l’Arpa Lombardia a comunicare i dati di un nuovo studio che scagionerebbe i diesel di ultima genetazione dal ruolo di grandi colpevoli. Ne parlano sia un articolo di Quattroruote che un articolo dell’Ansa: il PM10 generato dai motori diesel è diminuito in questi anni a tal punto da pesare ormai sul totale delle polveri sottili quanto quello prodotto dall’usura degli pneumatici o dei freni delle automobili. Anche di questo già ne avevo parlato: il carbonio delle pastiglie dei freni, quando sfregano contro il disco, genera un pulviscolo in cui sono contenuti residui che danno origine sia al particolato che al cosiddetto “black carbon”, un altro inquinante arrivato alla ribalta delle cronache negli ultimi anni. Stessa cosa vale per gli pneumatici: il rotolamento contro l’asfalto e il loro relativo consumo genera un sottilissimo pulviscolo, anch’esso responsabile del particolato e del “black carbon”. Giusto per ricordarlo, questo “black carbon” è usato per la colorazione degli pneumatici, e fa parte della famiglia dei particolati carboniosi che sono classificati come PM2,5. Quattroruote ha condotto un test su tre autovetture turbodiesel per verificare queste informazioni e ha rilevato che su vetture dotate di Fap e Dpf, la concentrazione di particelle è prossima o addirittura inferiore a quella ambientale.

Già mi immagino le polemiche se a dirlo fossero state le Case automobilistiche stesse. E lo provarono anche a dire, sottolineando come i motori diesel fossero diventati veramente poco inquinanti rispetto alla nomea che avevano anche solo 15 o 20 anni fa. Vennero additate come pazze, come nemiche dell’ambiente, i dirigenti visti come persone preoccupate soltanto di continuare a fare profitti in barba all’ambiente. Ora a dirlo è l’Arpa della Lombardia, per giunta durante un convegno sull’inquinamento atmosferico e sulla mobilità sostenibile. La soluzione? Ridurre (in geberale) l’uso dei veicoli privati (tutti), rinnovo costante del parco auto circolante, incentivazione di stili di guida più ecologici e, soprattutto, l’attuazione di nuove idee per favorire l’accessibilità dei lavoratori a uffici e fabbriche, concentrandosi su termini come il numero dei viaggi, sulla loro durata, sulle distanze coperte. Ma anche considerando l’istituzione di servizi interni connessi al welfare aziendale, come ad esempio la creazione di un servizio di baby sitting o di asili aziendali, utili per diminuire il numero di spostamenti dei dipendenti, iniziative coordinate da figure specifiche come quelle del mobility manager. Insomma, l’inquinamento dovuto alle automobili dipende sempre meno dai motori diesel ma sempre più da altre componenti di cui praticamente nessuno si occupa mai. Che sia arrivato il momento di smetterla con la caccia alle streghe verso i motori, e si possa iniziare ad occuparsi seriamente di tutto ciò che produce inquinamento?

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Categorie:Motori

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