Le opposizioni, i referendum e le ammucchiate improponibili

 

Appena concluso un referendum, eccone pronti subito degli altri. Sono quelli che i promotori hanno chiamato “referendum sociali”, e riguardano molti argomenti: ci sono i quesiti sulla scuola per abrogare quattro punti della riforma La Buona Scuola, c’è il quesito contro gli inceneritoti, c’è il quesito per bloccare tutte le trivellazioni, c’è il quesito sull’acqua pubblica. A questi si aggiungono i tre referendum della Cgil contro il Jobs Act, che riguardano la normativa sui licenziamenti, sugli appalti e sui voucher che si vorrebbero proprio eliminare.

Scrivevo giusto ieri contro l’uso e l’abuso dei referendum, oggi scopro questa nuova infornata. Altro che democrazia rappresentativa: una parte dei cittadini ormai è splendidamente convinta di poter mettere il becco in ogni argomento possibile, forse indotti dal fatto che sui social network ognuno può dichiararsi e sentirsi esperto di qualsiasi cosa. E se si sentono esperti di energia, ambiente, scuola, industria, sanità, costituzione, infrastrutture, welfare e chi più ne ha più ne metta, perché non sfruttare questi master conseguiti alla scuola di internet affinché ognuno possa provare a trasformare la propria visione particolare in legge dello Stato? Visioni che vengono riassunte efficacemente da questo titolo de Il Manifesto: “Al via i referendum sociali contro Renzi e il Pd”.

Una campagna referendaria che appare chiara fin dai suoi inizi, in cui il fine non sembra rappresentato dagli argomenti di cui trattano i quesiti ma sembra più il voler dare una spallata al governo Renzi. Insomma, siamo di nuovo allo stesso punto: referendum indetti non per parlare e discutere approfonditamente di qualcosa, ma indetti per essere usati come prolungamento di una campagna elettorale che per alcuni non è mai realmente terminata. Valeva anche per il comitato NoTriv, quello che ha promosso il referendum di domenica scorsa, che fra i suoi obiettivi dichiarava di voler dare una spallata a Renzi in merito alle riforme costituzionali e di poter avere diritto di parola sulla strategia energetica nazionale. Tutti argomenti che con il referendum non c’entravano un benemerito nulla.

Continuiamo a restare drammaticamente fermi al fare politica contro qualcuno. Usiamo anche degli strumenti di consultazione popolare non per discutere nel merito degli argomenti, ma per usarli come arieti contro qualcuno o qualcosa. Il contenuto resta secondario, sullo sfondo. Ci si limita a chiamare a raccolta tutti quelli contro Renzi in una fantasiosa e variegata coalizione a difesa dei beni comuni con l’obiettivo di farne un germoglio per una futura opposizione. Ma quale futuro può avere questa sgangherata e confusa ammucchiata che già domenica ha visto uniti contro il governo partiti di destra, di sinistra, movimenti nazionalisti, liberali, socialisti, comunisti, in un caleidoscopio di colori quasi infinito? Davvero credono che sia questa la strada maestra da percorrere per opporre una seria alternativa a Renzi e al suo governo?

Come dice bene Jacopo Tondelli l’unico elemento comune sembra l’antirenzismo. E questa è una cosa un po’ scarsa e fragilina per costruirci una vera opposizione. Se il fare politica oggi si riduce a chiedere l’indizione di referendum per cercare di coagulare il proprio eventuale consenso politico in lotte “contro” qualcuno, allora Renzi può dormire fra due guanciali guardando sorridente queste raffazzonate opposizione sciogliersi come neve al sole. I suoi avversari continuano indefessamente ad essere anche i suoi migliori alleati. Insomma, care opposizioni: davvero per voi il fare politica si limita a organizzare eterogenee ammucchiate su continue richieste di referendum?

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Categorie:Politica, Riflessioni

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