Contro lo strumento referendario

Preparativi in un seggio per il referundum sulle Trivelle a Roma, 16 aprile 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Preparativi in un seggio per il referundum sulle Trivelle a Roma, 16 aprile 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Passato il referendum del 27 aprile sulle concessioni delle piattaforme di estrazione posso scriverlo: inizio a essere profondamente contrario all’utilizzo dei referendum. Più precisamente, inizio a essere profondamente contrario a come si utilizzano i referendum in Italia, un misto di opportunismo e di calcolo politico che spesso non hanno nulla a che vedere con l’argomento stesso del quesito referendario. Referendum minacciati o che si arenano alla raccolta firme utilizzati per acquisire visibilità, referendum su argomenti specifici che vengono caricati di significati che nulla c’entrano con l’argomento in discussione, referendum utilizzati per dare spallate o chiedere dimissioni a governi o governatori in carica.

Vivemmo questa cosa già nel periodo in cui Berlusconi era al governo. Anche allora le discussioni spesso si incentrarono maggiormente non sul discutere della reintegrazione dei lavoratori ingiustamente licenziati o sulla questione degli elettrodotti (nel 2003) ma sul dare un colpo al governo. Peggio ancora quanto avvenne con il referendum sulla Legge 40 (nel 2005), quando lo scontro divenne puramente politico con la discesa in campo addirittura della Chiesa. O ancora più giù si finì coi referendum sulla legge elettorale (nel 2009), usati come grimaldello per esasperare uno pseudo confronto fra la democrazia e il rischio dittatura. In tutto questo, a memoria mia, le persone informate sono sempre state poche, spesso soverchiate e schiacciate da propagande urlate e dal poco approfondimento. Che senso ha un referendum in cui non ci si preoccupa di approfondire seriamente il tema trattato ma ci si limita ad attaccare l’avversario? Che senso ha un referendum se la propaganda viene incentrata maggiormente sul discutere di cose estranee al quesito?

Beninteso, non considero il referendum come uno strumento totalmente inutile. Su argomenti che riguardano i diritti civili o le questioni etiche ritengo che si possa e si debba ascoltare cosa ha da dire la popolazione. Sono invece molto più scettico quando si imbastiscono referendum su questioni industriali o energetiche, su questioni inerenti la giustizia o i magistrati, su questioni che riguardano le privatizzazioni o il giornalismo o le concessioni televisive (giusto per fare qualche esempio concreto). Questioni sulle quali la popolazione non ha una visione d’insieme e sulle quali sia i promotori che gli oppositori del referendum non la forniscono. Prendete l’ultimo referendum di ieri: in barba al quesito referendario, molti hanno chiesto di andare a votare per “dare un segnale al governo sulle politiche energetiche”, limitandosi a dire che servono maggiori investimenti nelle energie rinnovabili. Tutto vero, tutto bello, il problema è che una strategia energetica non la fai con le dichiarazioni d’intenti o con i desiderata, ma pianificando interventi e vagliando tutte le opzioni da più punti di vista (quantità energia, qualità energia, investimenti, costo produzione, ricadute occupazionali, guadagni da eventuali royalties o da vendita dell’energia stessa, incidenza sulla dipendenza energetica da altri Paesi e via discorrendo). Nell’ultimo referendum sulle concessioni delle piattaforme di estrazione quando si è discusso di tutto questo in modo approfondito e non per slogan o con dichiarazioni esageratamente iperboliche?

Il referendum dovrebbe essere una cosa seria, in una democrazia rappresentativa dovrebbe essere una estrema ratio della politica quando non riesce a fare sintesi e a prendere una decisione. Ciò significa che la nostra classe politica dovrebbe maturare la capacità di saper prendere le decisioni, anche rischiando se necessario. Invece assistiamo a una richiesta sempre maggiore di utilizzo di questo strumento per gli argomenti più disparati, sempre più spesso non con l’intento di discutere dell’argomento che si vuole sottoporre a referendum ma con l’intenzione di usare questo mezzo come continuazione della battaglia politica che normalmente si dovrebbe svolgere durante le elezioni. Qualcuno, in passato ma anche in relazione all’ultimo referendum, ha detto che sembra quasi si voglia utilizzare questo strumento come una sorta di elezione di medio termine, eventualmente per screditare il governo in carica e spingerlo verso la fine. Un ricorrere a una consultazione di popolo in cui il popolo stesso viene usato per scopi diversi da quelli ufficialmente dichiarati. Il rischio di un uso eccessivo e massiccio dello strumento referendario è quello di snaturare la democrazia rappresentativa in cui viviamo, facendola virare invece verso un modello democratico più simile alla oclocrazia, una forma di governo in cui le decisioni vengono prese dalle masse. Una forma di governo considerata da molti come una specie di involuzione della democrazia, un caos che annulla tutte le spinte ma che nella ricerca e nel bisogno di consenso può portare davvero all’instaurazione di una tirannide.

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Categorie:Riflessioni

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