Il diritto (e la libertà) di votare come si vuole

In merito al prossimo referendum del 17 aprile si è aperto un grande dibattito sul diritto di voto e sull’astensione. Il merito (o la colpa, scegliete voi) va in gran parte data al Partito Democratico che, come posizione ufficiale, ha scelto quella dell’astensione: una scelta dettata dalla necessità di non far raggiungere il quorum al referendum per invalidarne il risultato. Una scelta apertamente e aspramente criticata da tutti gli avversarti politici e anche da una parte dello stesso Pd, con un generale e forte richiamo al dovere di andare a votare. Qualcuno, nella più classica delle critiche, ha anche provato a metterla sul piano de ”i nostri partigiani hanno dato la vita per farti votare e adesso tu ci sputi sopra?”, un’argomentazione molto emotiva e spesso di sicuro effetto. Però alcune cose non mi tornano.

Sappiamo, come recita l’articolo 48 della Costituzione, che ”l’esercizio del voto è un dovere civico”. Lo stesso articolo ci dice anche che ”il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”. Votare è quindi un diritto di tutti, senza alcuna distinzione di sesso, religione, idee, razza o ceto sociale, a parte le situazioni espressamente previste per legge. Ed è anche un dovere civico, perché la nostra società funziona correttamente se tutti vi partecipano e se tutti contribuiscono nel loro piccolo col loro apporto. Quando si va a votare si hanno più opportunità: nel caso di un referendum, ad esempio, si può votare favorevolmente (si) alla richiesta oppure negativamente (no), ma volendo si può anche votare scheda bianca o la si può invalidare scrivendo sopra qualcosa. E qui nasce la mia domanda: ma la tanto bistrattata astensione è una legittima manifestazione del corpo elettorale o no? È una legittima scelta al pari di quelle espresse prima? È, cioè, un legittimo diritto che gli elettori possono liberamente esercitare oppure no?

C’è da dire che fare campagna per l’astensione può essere considerato un reato, ma non lo è sempre. Infatti l’articolo 98 del D.P.R. numero 361 del 1957 prevede che ”il pubblico ufficiale, l’incaricato di un pubblico servizio, l’esercente di un servizio di pubblica utilità, il ministro di qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, si adopera a costringere gli elettori a firmare una dichiarazione di presentazione di candidati od a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati a ad indurli all’astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da Lire 3.000 a 20.000”. Insomma, un privato cittadino può fare campagna per l’astensione, una multinazionale può fare campagna per l’astensione. Addirittura anche i politici o i funzionari pubblici potrebbero farlo ma solo se nel caso in cui non abusino del proprio ruolo e senza essere nell’esercizio delle proprie funzioni pubbliche. Ma questo non riguarda la possibilità e la legittimità di poter scegliere di astenersi, per cui la domanda resta ancora valida: è un’opzione che chiunque può scegliere liberamente o no? Aggiungo: l’affermare che il voto è un diritto e che l’astensione invece non lo è comporta implicitamente la trasformazione del diritto di voto in obbligo di voto, dato che secondo alcuni non è considerabile un diritto scegliere di non votare?

Spesso durante le elezioni politiche abbiamo letto aspre critiche agli astenuti. Anch’io spesso ho commentato criticamente il dato sull’astensione, ma non l’ho fatto per criticare chi ha liberamente scelto di astenersi quanto per attaccare i partiti e movimenti politici che non sono stati in grado di coagulare attorno a loro il maggior numero possibile di persone e di consenso. Se esiste la libertà di poter scegliere di astenersi da una qualsiasi votazione allora si deve anche iniziare a rispettare questa scelta, considerandola non più o non soltanto come un segno di menefreghismo verso la cosa pubblica ma iniziando a considerarla anche come un preciso segnale che una parte di elettorato manda alla propria classe politica. L’astensione diviene il mezzo principe per sottolineare a rimarcare, ad esempio, uno scollamento fra elettori e classe politica. Nel caso di un referendum può quindi essere inquadrato come una precisa posizione politica che manifesta la propria contrarietà a un quesito ritenuto inutile, fuorviante o poco chiaro.

La famosa retorica del “i partigiani hanno combattuto per permetterti di votare” è per me una retorica approssimativa. Perché i partigiani non hanno semplicemente lottato per darmi e darci il diritto di andare a votare chi vogliamo, i partigiani hanno lottato per darci la libertà di potere scegliere, la libertà di poterci esprimere, la libertà di poter pensare e agire come meglio crediamo. E se tra queste libertà rientra anche la possibilità di astenermi da una votazione politica o referendaria, allora ho tutte le ragioni per reclamare questo diritto e per chiedere che venga trattato come tale. Dopo anni passati a considerare, come altri, gli astenuti come degli ignavi, da qualche anno comprendo meglio come la loro scelta sia una scelta politica tanto quanto quella di andare a votare, o quanto quella di annullare o lasciare bianca la propria scheda. Se dovessimo non riconoscere questa possibilità di scelta come un diritto esercitabile da chiunque, non rischieremmo di trasformare quel dovere civico espresso dalla nostra Costituzione in un dovere giuridico?

Se vogliamo definirci custodi delle libertà individuali non possiamo poi imporre degli obblighi civici o morali che, formalmente, limitano queste libertà. E non possiamo nemmeno pensare di imporre il voto per legge, perché anche quella sarebbe a tutti gli effetti una soppressione delle libertà individuali. In merito all’astensione ho anche scoperto l’esistenza di un Movimento Astensionista Politico Italiano, che si pone proprio come difensore della scelta astensionista e come punto di riferimento per chi opera questa scelta. Certo, rivendicano l’astensionismo come diritto e come mezzo strategico salvo poi attaccare chi usa l’astensionismo per far fallire un referendum in cui loro stessi si sono schierati, un comportamento che oserei definire un tantinello ambivalente, ma di contraddizioni la politica italiana me è piena. E nonostante l’azione di questo movimento continua a rimanere sul campo la stessa rosa di domande: l’astensione è quindi una libera scelta possibile? La possiamo considerare un’opzione valida insieme a quelle del voto, della scheda bianca e della scheda nulla? In questo caso, ritenendola cioè un’opzione valida possibile e una chiara scelta politica, la si può considerare al pari delle altre possibili scelte e quindi considerarla come un’opzione che non lede il dovere civico di partecipazione? E se è una libera scelta possibile e un’opzione valida, possiamo di conseguenza iniziare a considerarla a tutti gli effetti come un diritto esercitabile da ogni privato cittadino? Forse dare una risposta definitiva a queste domande potrebbe permetterci di fare un passo avanti verso dibattiti pubblici più orientati al contenuto e non fermi soltanto alla forma.

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Categorie:Riflessioni

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