Vi ricordate quelli che “Facciamo come l’Islanda”?

Sigmundur Davíð Gunnlaugsson

Sigmundur Davíð Gunnlaugsson

Dello scandalo generato dal cosiddetto Panama Papers se ne parlerà a lungo. Un intreccio simile di potere, denaro e società offshore prima era solo immaginabile, oggi con queste prove diventa tutto reale è terribilmente concreto. Anche se non è un mistero che chi è ricco cerchi da sempre di eludere il fisco trasferendo denaro in paradisi fiscali, è comunque impressionante la quantità di persone coinvolte, soprattutto sul fronte dei leader politici. Comunque sia, per capirci qualcosa di più vi rimando a questa spiegazione dei Panama Papers fatta da Il Post e poi vi consiglio la lettura di quest’altro articolo che spiega cos’è Mossak Fonseca, la società con sede a Panama oggetti di questa immensa fuga di notizie. In aggiunta, per completezza, ecco una spiegazione di cos’è e di come funziona una società offshore e poi la lista dei primi nomi degli italiani coinvolti.

In tutto questo c’è però una cosa curiosa: il coinvolgimento dell’Islanda. Ve la ricordate l’Islanda? Quella piccola nazione che dopo la crisi economica del 2008 non cedette (secondo vulgata popolare) ai mercati e all’austerity, ma convinse le banche creditrici a ripagare per intero i debiti delle proprie anche nazionali. Allora questa scelta fu indicata da molti come un esempio, l’intera Islanda fu additata come un esempio da seguire, come un modello di come si doveva fare politica. “Facciamo come l’Islanda!” si leggeva un po’ ovunque sui social network. E fa niente se il buco islandese era infinitamente più piccolo da coprire del buco di altre nazioni (Italia compresa), fa niente se le due cose erano assai difficilmente paragonabili, ormai la moda era prendere l’Islanda come modello da applicare ovunque. Fare i duri con chi aveva speculato sulle banche nazionali rifiutandosi di pagare interessi ritenuti indegni, anche se poi in realtà i debiti vennero pagati secondo le norme vigenti, e fu possibile farlo anche grazie a dei soldi messi a disposizione dall’FMI e grazie a una serie di tagli e riforme di austerità (toh, che caso!) che l’Islanda si impegnò a fare.

Ma torniamo allo scandalo Panama Papers e all’Islanda: cos’è successo? È successo che Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, primo ministro in carica, si ritrova direttamente coinvolti per una società offshore (la Wintris) fondata nel 2007 grazie a Mossak Fonseca. Sostanzialmente questa società aveva un grosso credito nei confronti di tre delle maggiori banche islandesi, banche che poi fallirono nella crisi del 2008 e vennero nazionalizzate. Le banche erano la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir. Dopo la nazionalizzazione e con Gunnlaugsson già in parlamento, Wintris continuava a vantare questo credito per un ammontare di 3,5 milioni di euro. Nel dicembre 2009 il primo ministro cede la sua quota del 50% della società a sua moglie, che già deteneva l’altro 50%, per la quota simbolica di 1 euro, ma per un breve periodo sommò l’essere proprietario di una società offshore con la carica di primo ministro, anche se in un’intervista dell’11 marzo scorso Gunnlaugsson negava di averne mai posseduta una e affermava come tutti gli asset di famiglia fossero pubblici. Insomma, aveva una società offshore con crediti importanti verso banche che vennero nazionalizzate per salvare chi vi aveva investito i propri soldi. Secondo l’ICIJ, l’associazione di giornalisti che indaga sui Panama Papers, Gunnlaugsson avrebbe commesso delle violazioni delle leggi islandesi in tema di etica e sarebbe accusato dai cittadini e politici islandesi di esser stato molto opaco nella gestione di questa società.

“Facciamo come l’Islanda!”, ci dicevano. Ma fare come loro implicherebbe dei grossi conflitti d’interesse, e questi non mi pare siano così esattamente graditi da chi poneva il piccolo stato nordico come un esempio da seguire. Oggi qui ci ritroviamo a crocefiggere un (ex) ministro per una telefonata inopportuna, cosa avremmo detto alla scoperta di un ministro con una società offshore con un credito di milioni di euro composto da soldi dovuti da banche italiane fallite e salvate con soldi pubblici? Avremmo chiesto la gogna in pubblica piazza e poi la morte sul rogo? Già mi immagino il casino che sarebbe stato alzato se questa cosa fosse successa qui, in Italia: altro che petizione per chiedere delle dimissioni, altro che manifestazioni davanti al palazzo del governo. Probabilmente alla fine questo ci potrebbe servire da lezione per evitare in futuro di assumere acriticamente dei modelli da seguire come se fossero salvifici e puri, quando invece non lo sono affatto.

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Categorie:Attualità

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