Il tarlo del dubbio che ci scava dentro

 

Stamattina in treno le persone parlano dell’attentato di ieri a Bruxelles. Gente che si chiede perché si venga colpiti, che si chiede perché colpire luoghi pubblici, che si chiede spaventata se potrebbe accadere anche a loro di ritrovarsi coinvolte in un attentato simile. Ci raccontiamo che questi attacchi non devono farci paura, non devono condizionarci, non devono modificare la nostra vita, ma l’amaro realtà è che l’hanno già modificata instillandoci il germe del dubbio: magari poi fra qualche giorno lo accantoneremo in un angolo della nostra testa, ma intanto vi è entrato e ci si è stabilito. Ieri su Facebook scrivevo che “Si dice che il terrore è cieco alla ragione, e noi non dobbiamo chiudere gli occhi. Non dobbiamo scordarlo mai”, ma questo coraggio non annulla il dubbio che, subdolo, si insinua nella testa togliendoti la tranquillità.

A me la tranquillità l’ha tolta, e me ne sono accorto perché sul treno, sulla metropolitana, ho guardato in giro più attentamente del solito. E dirò di più, a costo del rischio di passare per razzista: in un paio di occasioni mi sono scoperto a fissare delle persone che parlavano arabo, come se la mostrata le identificasse in automatico come un potenziale pericolo. Questione di attimi, di pochi secondi, però mi ha dato la dimensione di come eventi simili ci condizionino sempre, anche se per darci forza non lo vogliamo ammettere. Ha ragione Chiara quando scrive che “Casa mia è l’‪Europa‬, e oggi ci sentiamo violati. Ma non vincerà la paura, non vinceranno i violenti”, anche se iniziò a nutrire qualche dubbio sul fatto che non soccomberemo sotto queste paure. È ovvio che non ci si debba lasciare andare e non ci si debba dare già per sconfitti, ma quanto è dura farlo? Quanto è dura convivere con quel tarlo nella testa che si occupa ogni giorno e in ogni occasione simile di espandere ancora un po’ il dubbio e la paura?

Non voglio scrivere di strategie, soluzioni, cose che si debbono assolutamente fare. Di quelle ne siamo già stati inondati ieri, in presa diretta col fluire delle notizie che arrivavano da Bruxelles. Al limite posso segnalarne una, fra le tante, che prova a dare un contesto chiaro al perché il Belgio sia diventato un crocevia del jihadismo. Ma nell’ondata di ieri alcuni chiedono più interventismo, altri chiedono più integrazione, altri propongono di andare a fargli la guerra, altri la mettono sul piano dello scontro di civiltà, altri lamentano come l’Europa sia debole perché non rivendica abbastanza le proprie radici cristiane, altri accusano l’Islam di provare a distruggere il Cristianesimo da almeno sedici secoli, altri partono con le immancabili teorie complottiste, altri imputano all’Occidente un eccesso di laicismo, altri ancora sfruttano il momento per riportare in voga l’equazione profugo = terrorista. Tutti hanno una soluzione che, a detta di ognuno, è indiscutibilmente quella giusta. Io invece resto sempre con una marea di domande a cui non riesco mai a dare risposte sufficienti. Mi accadde anche dopo gli attentati di Parigi, quando non potei fare antri che dare parola alle mie angosce senza però riuscire a zittirle. E così come allora, anche oggi trovo interessante questa riflessione di Nicolò Scarano dove la domanda centrale era “che tipo di guerra è questa?”, domanda a cui mi pare non si sia ancora trovata una risposta, stante i continui problemi a fronteggiare tutta questa situazione.

  
Come scrivevo a novembre, le domanda fondamentalmente sono sempre le solite due: cosa fare? E come fare? Può sembrare ridicola la banalità di questi due quesiti, ma non riesco a riderci pensando al fatto che non abbiamo nessuna risposta efficace per nessuna delle due domande. Figuratevi, siamo ancora al punto di battibeccare su quelle che sono o dovrebbero essere le radici della nostra Europa, fra chi le rivendica più orientate verso il Cristianesimo e chi invece ne ribadisce il carattere illuministico. Su questo mi trovo concorde con un post di Edoardo su Facebook (lo trovate come Addolorato Inietto): “Comunque, prima di lanciarci in appelli in difesa nei “nostri valori”, ricordiamoci bene una cosa. “I nostri valori” non sono fedi o credenze. Il nostro valore fondante, come europei figli dell’illuminismo, non è un “valore”, ma la procedura di rinegoziabilità costante dei valori stessi”. Intanto continuiamo a restare drammaticamente impreparati a questo confronto, scontro, guerra, chiamatelo come volete.

Probabilmente, ma non ho sicurezze per affermarlo, ragioniamo su questo problema adottando schemi di pensiero e strategie vecchie e ormai superate. Continuiamo a pensare all’esistenza di regie occulte che tutto organizzano fin nei minimi dettagli, come una gigantesca Spectre che tutto controlla, anche quando poi scopriamo che gli attentatori erano si stati ben addestrati ma lasciati poi agire come cellule indipendenti. Continuiamo a indicare colpevoli precisi e circostanziati, tipo il wahhabismo, come se eliminarli risolvesse di colpo il problema, quando invece rappresentano solo una delle tante cause. Lo chiesi mesi fa, lo ribadisco oggi: servirebbe il coraggio di esplorare nuove strade, di guardare tutti da punti di vista differenti, di cercare soluzioni e proposte inedite. Certo, è facile scriverlo e pensarlo mentre è assai più difficile applicare queste parole al piano pratico, ma sono passi che serve compiere, che dovremo compiere. Nel mare di cose dette ne segnalo una da cui partire, scritta da Gabriele Catania su Gli Stati Generali, riguardo la necessità di un servizio di intelligence integrata europea, stile FBI. Questo perché la supposta unità europea che tutti a voce vogliono difendere è anche questa, è rappresentata anche da queste integrazioni, da questi sistemi condivisi.

Intanto, però, abbiamo un nuovo nemico da dover affrontare e da dover neutralizzare: quello che dicevo all’inizio, il dubbio generato dalla paura. Non sottovalutatelo, non pensate che basti farsi forza e mostrarsi senza paura e col sorriso per zittire il dubbio, è qualcosa di inconscio che scava nel profondo, con cui ognuno, personalmente, dovrà farci i conti. È un po’ come la “voglia di Isis” di molti giovani musulmani europei ben raccontata in questo pezzo di Christian Elia su Gli Stati Generali. Un malessere interiore che non trae spunto tanti dal propaga dato scontri di civiltà o di religione, ma investe problematiche sociali molto più concrete, che trae forza da paure e dubbi che scavano dentro profondi spazi in cui trova facilmente posto l’estremismo. No, non mi vergogno di dire che ho paura, che sono molto preoccupato, che non vedo al momento adeguate proposte per affrontare questa situazione. Non mi vergogno di ammettere che si, dobbiamo reagire per non dargliela vinta e non mostrarci impauriti, ma a lungo andare senza reali e praticabili soluzioni anche queste esortazioni rischieranno per ritrovarsi vuote e senza significato.

Annunci


Categorie:Riflessioni

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: