Campari, Grand Marnier e il nostro senso d’inferiorità

 

La notizia è stata data ieri, ma è passata un po’ in sordina: Campari ha acquistato Grand Marnier. Un’operazione finanziaria dal valore di 684 milioni di euro che batte tra l’altro la concorrenza di Lvmh, che già controlla Dom Perignon, Moët & Chandon e Ardberg. Insomma, l’Italia si espande e acquisisce importanti asset all’estero, in barba a chi sostiene che le aziende italiane sono solo capaci di svendersi agli stranieri.

Già, perché non faccio in tempo a rallegrarmi per questa operazione che subito mi sento dire che “per un marchio stranieri acquistato ne esistono 400 italiani svenduti all’estero”. Ora, tralasciando le proporzioni, vorrei sommessamente far notare che le aziende italiane non sono tutte in vendita a compratori stranieri, abbiamo anche noi grandi nomi che imbastiscono acquisizioni all’estero. Però quando accade facciamo finta di non vederlo, di non celebrarlo, fingiamo che sia una notizia come un’altra. Se fosse accaduto il contrario, la notizia avrebbe guadagnato le copertine dei giornali con tanto di titoli allarmistici che avrebbero urlato al Made in Italy svenduto e alla qualità definitivamente compromessa. Eh, signora mia, non sa che tragedia.

La storia che l’Italia è solo terra di conquista per le aziende straniere è suggestiva (e comoda per certi soggetti politici) ma non è esattamente vera. Per iniziare si potrebbe leggere questo articolo del 2013 del Corriere Della Sera, che ci illustra come “per ogni due miliardi in acquisizioni fatte da aziende straniere in Italia, un miliardo viene investito dalle nostre per espandersi oltreconfine. Insomma, non esattamente un saldo così pesantemente negativo come qualcuno vuole far credere. Qualcuno aggiunge poi che sono acquisizioni fatte da aziende italiane che operano già all’estero, ma questo appunto vale anche per le aziende straniere che vengono a compiere acquisizioni in Italia.

Facciano qualche nome? Partiamo dall’ENI: sesto gruppo petrolifero mondiale per giro d’affari, che ad esempio ha acquisito Distrigas, azienda che distribuisce gas naturale in Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Francia e Germania. Oppure possiamo parlare di Amplifon: detentrice del 9% del mercato mondiale nel suo settore, fra le altre acquisisce la Sonus Corporation in Usa, la National Hearing Care in Nuova Zelanda, Australia e India e la Maxtone in Turchia. E che dire di Autogrill: ha acquisito Sogerba in Francia, AC Restaurant in Belgio e Olanda, Wienerwald in Austria e Germania, Host Marriott Service in USA (società leader nella ristorazione di aeroporti e lungo le strade), Receco in Spagna, Carestel in Belgio (primo operatore nella ristorazione). E poi Campari, che controlla Appleton Estate, SKYY Vodka e Wild Turkey. E poi Salini, la Ferrero che acquisisce la britannica Thorntons, la Lavazza che acquisisce Carte Noire, la Sambonet che si prende la francese Ercuis e le porcellane di Limoges, Luxottica che ha comprato Ray-Ban, Oakley e Wellpoint, con il suo rivoluzionario sito di acquisto online di occhiali. Senza dimenticare Fiat che rileva e risana il gruppo Chrysler, con i complimenti niente meno che del Presidente statunitense Obama.

Certo, è vero che molti Marchi italiani sono finiti in mano estera. Ad esempio Pirelli, Gucci, Indesit, Motta, Ducati, Lamborghini. E per ognuna di queste cessioni ci sono stati titoloni sui giornali, appelli a non vendere e svendere l’italianità, a non depauperare un patrimonio di conoscenza e investimenti, anche se poi praticamente sempre le aziende non sono state delocalizzate ma hanno ricevuto nuovi investimenti per aumentare i volumi. Se accade il contrario, silenzio. Guardate ad esempio al clamore che suscitò il passaggio di Italcementi alla Heidelberg: pareva che da quel momento l’Italia non dovesse più produrre cemento. Ma in pochi hanno parlato della Buzzi Unicem che acquisisce un’azienda tedesca, la Dycherhoff. Su Economyup trovate altre aziende italiane che hanno fatto acquisizioni all’estero, spesso nel silenzio della nostra stampa.

Forse dovremmo imparare a essere un pizzico più orgogliosi di noi stessi. Dovremmo imparare a sostenere maggiormente le nostre multinazionali che lavorano e si ingrandiscono anche all’estero, celebrarle quando conquistano fette di mercato e non solo parlare di loro solo quando si vuole attaccarle per un errore commesso o una polemica pretestuosa. Su questo ha ragione Matteo Renzi: per quanto lo si possa prendere in giro per il suo tentativo di iniettare ottimismo nell’Italia, è proprio quello che ci manca, il credere in noi stessi, il credere che possiamo farcela anche noi, che non siamo sempre e soltanto inferiori a tutti gli altri. Certamente a volte siamo oggettivamente inferiori agli altri, ma non lo siamo sempre, e questo nostro complesso d’inferiorità a volte è davvero senza giustificazioni. È una totale mancanza di fiducia in noi stessi.

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Categorie:Attualità, Riflessioni

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