Il futuro del cibo sarà liquido?

 

Si chiama Soylent (Joylent per l’Europa) la potenziale rivoluzione del cibo. Nessuna sostituzione, almeno non a breve nè a medio termine, ma forse una più probabile integrazione con il cibo tradizionale. Ma di cosa si tratta? Sostanzialmente di un beverone che contiene tutti gli elementi nutritivi come ad esempio vitamine, proteine, zuccheri, carboidrati sotto forma di semplici sostanza nutritive. Praticamente è come se contenesse i principi attivi di ogni elemento, senza la sostanza, la consistenza e il gusto del cibo: come mangiare un piatto di pasta ma sotto forma di bibita. Strano, vero?

Tutto inizia alcuni anni fa. Le prime notizie risalgono al 2013 con un articolo di Ninja Marketing, e ci raccontano come l’inventore sia un certo Rob Rhinehart, un ingegnere di San Francisco che lavora in Silicon Valley. Una bevanda semplice da preparare, a bassissimo costo e in grado di nutrire come un normale pranzo. A guardarla in questi termini pare il proverbiale uovo di Colombo, la soluzione per combattere la fame e garantire a tutti un’alimentazione adeguata. Nel 2014 il Soylent si merita un lungo articolo sul New Yorker, in cui ci si chiede se davvero questo beverone, ideato nel dicembre del 2012 e finanziato in crowdfunding, può davvero rappresentare la soluzione ai tanti problemi nutrizionali oggi esistenti, se davvero sostituirà il cibo. Del resto Soylent prende il nome da un film di fantascienza, Soylent Green, dove ci sono delle gallette create partendo da carne umana, ed è proprio nei gol di fantascienza che vediamo come il cibo ve ha radicalmente trasformato, spesso presentandosi sotto forma di pillole che replicano, oltre agli elementi nutritivi, anche il gusto del cibo prescelto.

Il punto è: possiamo davvero nutrirci solamente con il Soylent? La Food and Drug Administration lo ha classificato come cibo vero e proprio, anche se i loro inventori lo considerano come un cibo base ingegnerizzato. Riporto le parole di Maura Franchi, sociologa dei consumi all’Università di Parma: “L’estrema funzionalizzazione del cibo risponde al mito della resposansabilità sul nostro corpo, che dà l’illusione che sia possibile individuare una dieta pefetta a cui attenersi scrupolosamente per mantenersi in salute. Non è la prima volta che pasti sostitutivi entrano sul mercato. E l’accentuarsi della mobilità ne induce la riproposizione. Ma non basta bere una brodaglia per dire ho mangiato. Il cibo non è solo un insieme di sostanze nutrienti, è molto altro. E privarsi di tutto ciò che il cibo offre, a partire dal piacere dei sensi e dalla convivialità, è un grave danno alla salute del corpo e della mente”. Ma i dubbi non sono semplicemente questi basati sui sensi e la convivialità.

  
Sappiamo ad esempio che le diete liquide vengono usate in campo medico, per quelle persone che hanno perso determinate funzioni dell’apparato digestivo. Ma parliamo di casi particolari, in cui il normale processo di nutrizione non può più avvenire. Giorgio Calabrese, docente di Alimentazione e nutrizione umana presso l’Università del Piemonte orientale, di Alessandria e dell’Università di Torino e di Messina, in questo articolo su Wired spiega proprio questo. Riporto: “È vero che quello di cui abbiamo bisogno sono i componenti del cibo ma sottoporsi ad una dieta composta solamente da liquidi per un lungo periodo determina il serio rischio di una perdita di funzione degli organi e dei muscoli impiegati per la digestione, che si atrofizzano e determinano seri problemi di salute”. Insomma, qualche rischio per la salute esiste, anche perché non dobbiamo dimenticare che il corpo umano è una macchina molto complessa e delicata, e stravolgere in questo modo il processo nutrizionale non può essere privo di conseguenze. E poi non si può creare una ricetta che dia il corretto apporto nutrizionale a tutti: ognuno ha le proprie richieste e le proprie necessità, anche se a questo Rhinehart ha ovviato pubblicando quasi subito la ricetta online e permettendo ad altri di lavorarci per migliorarla, o per creare una ricetta più specifica per i propri bisogni. Insomma, più che un sostituto il Soylent appare come una variazione da poter assumere ogni tanto, ma mai con regolarità e non troppo spesso.

Viene anche contestata l’altra idea di Rhinehart, quella di poter usare il Soylent per combattere la fame nel mondo. Dice Laura Rossi, nutrizionista e ricercatrice del Centro Ricerca Alimenti e Nutrizione, del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura: “Contro la grave malnutrizione infantile nei Paesi poveri esiste già un preparato fatto con pasta di arachidi, zucchero, olio, proteine del latte e un multimix di vitamine e minerali. Sono più di vent’anni che si sta lavorando per arrivare a questo prodotto, il primo è stato messo a punto nel 1992. Prima si dava ai bambini malnutriti un latte formulato, ma si poteva distribuire solo negli ospedali. Ora abbiamo questa pasta venduta in sacchetti da 500 calorie dea costo di 5 euro: il Plumpy’Nut, pronto da mangiare, e che regge bene il calore, dunque non crea problemi per il trasporto e la conservazione. Si tratta di un prodotto studiato da nutrizionisti, operatori umanitari e tecnologi alimentari e destinato espressamente a un bambino malnutrito che deve recuperare la crescita. Non è stato neppure brevettato dalla società francese che lo produce, perché le comunità locali possano replicarlo con le risorse che hanno a disposizione. Per esempio si è visto che nel bambino gravemente malnutrito è importante l’apporto lipidico, più di quello proteico, dunque il Soylent non andrebbe proprio bene. Nel Plumpy’Nut, distribuito anche dall’Unicef, i nutrienti sono studiati al milligrammo, anche perché il prodotto è destinato appunto a bambini fragili a rischio di morte, in cui un eccesso di ferro o di proteine potrebbe essere gravemente dannoso per l’organismo. Più in generale per le persone malnutrite, anche adulte, il problema non si risolve in questo modo, portando cibo preconfezionato dal Nord al Sud del mondo. Semmai la soluzione è aumentare l’accesso al cibo, favorendo la produzione e la diffusione di risorse locali”.

Insomma, interessante invenzione ma ancora troppo acerba per rappresentare ora il futuro. Dovremo rassegnarci a considerare pasti simili ancora e soltanto come invenzioni del cinema di fantascienza: usare solo il Soylent come fonte di cibo presenta ancora troppi rischi, oltre al non conoscere quali altri effetti possa avere sul corpo umano, al di là del rischio di atrofizzate alcuni apparati muscolari utilizzati nella digestione del cibo. Sicuramente la tecnologia applicata all’alimentazione può e potrà avere delle interessanti evoluzioni, e potrà apportare dei miglioramenti alla vita quotidiana delle persone, ma questo traguardo appare ancora come discretamente lontano. Di sicuro la porta è stata aperta e le ricerche e le sperimentazioni in questo campo non si fermeranno. Probabilmente saranno le prossime generazioni a vedere questa rivoluzione del cibo.

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Categorie:Attualità

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