Dove sta andando la Turchia?

Non moltissimi anni fa si parlava di una Turchia destinata ad entrare nell’Unione Europea. Era il 2005 quando iniziarono i negoziati per il suo ingresso nell’Unione, ingresso per altro approvato in linea di principio dal Parlamento Europeo nel 2004, e allora si contava molto su un’evoluzione positiva di questo negoziato. La Turchia era considerata come un Paese grande, in costante crescita, e l’ingresso nella UE avrebbe rappresentato un ponte ideale con l’Asia e il Medio Oriente. Insomma, allora l’Unione Europea credeva che l’ingresso della Turchia avrebbe portato soltanto grandi benefici, oltre che aiutare la Turchia stessa a restare sulla strada della democrazia. Oggi, undici anni dopo, questo scenario sembra incredibilmente lontano e distante.

Oggi la Turchia di Recep Tayyip Erdogan vive sul filo del rasoio. Già nel 2013, durante le manifestazioni di Piazza Taksim a Istanbul, l’eccessiva forza usata dalle Forze dell’Ordine turche fu aspramente criticata dal Parlamento Europeo, cosa che portò Erdogan a dichiarare di non riconoscere il Parlamento di Strasburgo. Questo iniziò a sgretolare l’immagine di Paese in procinto di entrare un’Unione che salvaguarda e protegge le libertà civili e la libera e non violenta manifestazione del pensiero. Le ultime notizie non fanno altro che aumentare la distruzione dell’immagine democratica di un Paese che rischia sempre più di andare alla deriva.

Osserviamo gli ultimi mesi, guardiamo come si sta muovendo la Turchia. In accordo con l’Arabia Saudita ha pensato di inviare truppe di terra nella guerra in Siria, mentre la propria aviazione continua a bombardare. Ma non bombarda soltanto le postazioni dell’Isis, attacca anche le postazioni dei ribelli curdi, usando pure l’artiglieria, come accaduto il 13 febbraio. Una contrapposizione, quella contro i curdi, che dura da molto tempo e che si fa via via sempre più violenta. Il 14 febbraio a Istanbul, ad esempio, ci sono stati violenti scontri fra polizia turca e manifestanti filo curdi nel quartiere di Gazi, dove fortunatamente si sono registrati solo due feriti. Addirittura il 17 febbraio ad Ankara è esplosa un’autobomba al passaggio di un pullman militare vicino ad una base, provocando 28 morti e oltre 60 feriti. Attentato che il governo turco ha subito attribuito ai curdi del Pkk, affermando inoltre che l’attentatore era un membro delle milizie curdo-siriane dellìYpg, quelle stesse milizie che in Siria stanno combattendo contro l’Isis. Da sabato 27 febbraio sarebbe in vigore un cessate il fuoco in Siria, sulla base di un accordo raggiunto fra Stati Uniti e Russia, ma anche qui pare che la Turchia lo abbia violato, bersagliando con l’artiglieria i miliziani curdi dell’Ypg.

Le ultime notizie riguardano i due giornalisti arrestati a novembre. Si tratta di Can Dundar e Erdem Gul, direttore e caporedattore del quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet, arrestati per uno scoop che fecero riguardo il traffico di armi verso la Siria. Parlavano dell’interesse di Ankara ad armare una minoranza turcomanna da usare come testa di ponte per entrare nella spartizione del territorio siriano, in un’inchiesta uscita il 7 giugno scorso, alla vigilia delle elezioni turche. Erano incarcerati ma la Corte Costituzionale turca ha giudicato la loro detenzione in attesa di giudizio una violazione dei diritti, una ”violazione dei diritti individuali, della libertà di espressione e di stampa”. La risposta di Erdogan non si è fatta attendere: ”Sono rimasto in silenzio quando la Corte si è espressa. Ma io non devo rispettare o accettare la sentenza. Voglio fare questa precisazione. Io non devo obbedire”. Ha aggiunto poi che tutto questo non ha nulla a che vedere con le questione di libertà di stampa, ma va considerato come un caso di spionaggio. Il Presidente che afferma di non dover rispettare la propria Corte Costituzionale: In altri tempi, dichiarazioni simili avrebbero visto una reazione da parte dell’esercito turco, sotto forma di memorandum inviati al governo o addirittura di colpi di stato più o meno evidenti.

Ma quindi, dove sta andando la Turchia? Un Paese che con Atatürk divenne risolutamente laico, che eliminò il califfato, eliminò l’Islam come religione di stato, introdusse un secolarismo che portò la Turchia a esser mal considerata dal mondo arabo-musulmano. Un paese che oggi è governato dall’AKP, il partito di Erdogan, un partito islamo-conservatore che avrebbe dovuto conciliare la religione islamica con le buone pratiche democratiche, ma che sta finendo per virare esclusivamente verso un autoritarismo che svilisce tanto la religione quanto la democrazia. Lo smarcarsi dalle tradizioni kemaliste, le purghe nell’esercito per piazzare dei vertici più compiacenti, la reintroduzione dell’uso del velo che venne abolito nel 1980, un latente riavvicinamento alle tradizioni islamiche, tutti segnali di uno Stato che sta via via perdendo quelle caratteristiche progressiste che si era conquistato nei decenni precedenti. Ma non aspirava ad entrare nell’Unione Europea?

Già, una nazione che sta scivolando verso un autoritarismo sempre più spinto. Una nazione che resta formalmente democratica, ma che vede i propri leader brigare affinché il potere resti ben saldo nelle proprie mani, di fatto svuotando progressivamente la struttura repubblicana da ogni traccia di democrazia. Una nazione che sottobanco ha prima finanziato l’Isis, per poi iniziare in modo riluttante a combatterlo. Una nazione che non ha esitato ad alzare il livello della tensione con Mosca, quando questa ha dimostrato i traffici turchi con Isis e i bombardamenti ai miliziani curdi che in Siria combattono i terroristi islamici. Una nazione che non si fa problemi ad usare il pugno duro, ma anche la violenza pura, contro i dissidenti interni. Una nazione che si avvia a una trasformazione: da potenziali alleato e nuovo membro europeo, a grosso problema alle porte dell’Europa. Un problema che alimenta quel pericoloso vento di guerra che sta soffiando incessante, che dovrebbe far pensare e fare paura a tutti.

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Categorie:Attualità

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