Dai leader politici ai manager. E poi?

 

Una volta la politica era appannaggio dei politici. Detta così sembra una banalità, ma se ci si sofferma un momento sul concetto si capisce come oggi non lo sia affatto. Una volta esistevano le scuole di formazione politica, esistevano giovanili forti dove i ragazzi si formavano per diventare la futura classe dirigente: si iniziava a far politica da giovani, anche fra molte rinunce, e ci si costruiva un bagaglio di conoscenze e un percorso che avrebbero poi portato a raggiungere i più prestigiosi incarichi istituzionali. Poi, a cavallo fra gli anni ottanta e gli anni novanta, qualcosa iniziò a cambiare.

Soprattutto in Italia, i primi anni novanta furono quelli della scoperta di una vasta corruzione nella politica. Una scoperta che si è accompagnata alla disaffezione verso questo mondo, che ha formato una specie di “brodo primordiale” per far nascere quello che oggi potremmo definire come il partito dei manager. Progressivamente i leader non vennero più individuati soltanto fra chi usciva dalle giovanili, fra chi compiva un percorso politico, ma si iniziava a guardare ai cosiddetti Papi stranieri, persone completamente slegate da un mondo politico percepiti come corrotto e sempre più distante dalle persone. I partiti, percependo questo scollamento, non pensarono di risanare la propria classe politica favorendo le nuove leve, semplicemente pensarono di cercare nuovi leader già pronti nel mondo manageriale o civico, di fatto quasi dando ragione a chi li accusava di essere incapaci e incompetenti.

Qui non si tratta solo di Silvio Berlusconi. Lui fu il primo lampante esempio, quello più famoso, ma non si esaurì tutto con la sua discesa in campo. Anzi, questo suo entrare in politica con il ruolo di salvatore, in un momento in cui la politica attraversava questo grandissimo momento di crisi e di perdita della credibilità, spinse molti a intravedere in quel modello un esempio da seguire: restituire una verginità ai partiti tramite manager non implicati nella politica, tramite persone della cosiddetta società civile. Tanti i nomi che abbandonarono la propria carriera per entrare in politica, o che vennero corteggiati per farlo: fra i più noti si possono citare Antonio Di Pietro, Bruno Ferrante, Luca Cordero di Montezemolo, Alessandro Profumo, Corrado Passera, Massimo Mucchetti, Sergio Cofferati, Sergio D’Antoni, Beppe Sala, Guido Bertolaso, Alfio Marchini, Luigi De Magistris, Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Maria Flick, Lamberto Dini, Tiziano Treu, Ferruccio De Bortoli.

Il modello però mostra da tempo segni di logoramento. E li mostra anche per un semplice motivo: molti di questi tecnici, nelle loro passate attività lavorative, hanno avuto direttamente o indirettamente a che fare proprio con la politica, quella stessa politica che sarebbero chiamati a mondare da ogni macchia e da ogni peccato. Una parte dell’elettorato lo ha capito, e la figura del tecnico salvatore della patria non sembra funzionare più così bene. Ma ancora oggi la politica insiste nel pescare da quel mondo per sopperire alla mancanza di leader politici credibili, o per nascondere la paura ad esporsi in prima persona di quelle poche personalità politiche che potrebbero farlo. A soffrirne di più sono i cosiddetti politici più moderati, sia di centrodestra che di centrosinistra: i messaggi politici più rassicuranti, tranquillizzanti, pacati, sono visti ormai come segno di debolezza e quindi di inadeguatezza al ruolo, schiacciati come sono fra il modello (in decadenza) tecnico e quello (in ascesa) del politico radicale. È questa una delle nuove tendenze che si possono osservare oggi: la riaffermazione del ceto politico tramite i suoi rappresentanti più radicali, quelli che veicolano i messaggi di maggior rottura, di profondo cambiamento, di radicale rivoluzione.

Noi restiamo ancorati a un modello affermatosi negli anni novanta, intanto il mondo cambia. Lo possiamo vedere dall’affermarsi di politici che fanno della radicalità (non dell’estremismo, occhio a non confondere) il proprio messaggio politico. Radicalità ovviamente riferita al proprio contesto politico nazionale: e così vediamo vincere Alexis Tsipras in Grecia, conquistare consenso Pablo Iglesias in Spagna, vincere le elezioni Viktor Orban in Ungheria e Andrzej Duda in Polonia, vediamo l’ascesa di Bernie Sanders negli Stati Uniti e di Jeremy Corbin in Gran Bretagna, oltre all’osservare il crescere dei consensi di Marine Le Pen in Francia, Nigel Farage in Gran Bretagna e Matteo Salvini in Italia, tanto per fare degli esempi. Idee e posizioni forti che iniziano ad attrarre sempre più persone, stanche dei modelli proposti precedentemente. Ma una politica che recupera il proprio ruolo in questo modo è un buon segno?

Un giudizio univoco è impossibile darlo, ma un’indicazione generale di massima la si può comunque ricavare. Ed è quella che l’affermarsi di politiche e idee più radicali può compromettere degli equilibri politici che, se smossi, possono dare il via a una serie di reazioni concatenate difficili poi da controllare. Ovviamente questo non vale per tutti quelli citati prima, o può valere con pesi e valutazioni assai differenti. Ma fra una visione più di compromesso e una più radicale è normale che la seconda risulti essere quella più pericolosa, diciamo, per tutti gli equilibri esistenti, che non sono tutti dannosi o frutto di indebiti privilegi acquisiti nel tempo, ma a volte sono il frutto di delicate mediazioni successive tese a ottenere il massimo risultato possibile per tutti. Per assurdo, anche un leader oggi percepito come moderato e di compromesso come Matteo Renzi ha iniziato la sua scalata al potere nazionale con un messaggio forte e radicale: la cosiddetta rottamazione, spesso criticata per essere un messaggio troppo violento ma che gli ha consegnato un consenso molto vasto. In passato l’affermarsi di politiche radicali sono state l’anticamera per l’affermazione successiva di regimi dittatoriali, che hanno poi condotto alla guerra. Come detto prima, con tutte le dovute distinzioni e limitazioni del caso, non tutte le tendenze radicali conducono a questo scenario, ma alcune si. Solo il futuro ci dirà a quale orizzonte andremo a tendere.

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Categorie:Politica, Riflessioni

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