Autocritica chi?

  

È sempre colpa degli altri. Se c’è un teorema in politica che vive e sopravvive a qualsiasi cambiamento, se c’è una regola non scritta che viene sempre rispettata è proprio questa: quando si perde, la prima cosa da fare è stabilire che la sconfitta è arrivata a causa di qualcun altro o qualcosa d’altro, rigorosamente estranei al proprio candidato o alla propria compagine politica. Fateci caso, dalla più piccola elezione del più piccolo comune alle elezioni politiche nazionali o a quelle europee e fino alle primarie (per chi le fa) il refrain è sempre lo stesso, la colpa sta sempre altrove.

Fare autocritica, almeno un pochino, mai. Nel 2014 il Movimento 5 Stelle perse le europee non perché sbagliò campagna, ma perché Renzi diede i famosi 80 euro. Nel 2013 il Partito Democratico “non vinse” alle politiche non perché fece una campagna suicida, ma perché gli elettori non li capirono (copyright di Chiara Geloni). Nel 2006 Berlusconi fu sconfitto di un soffio da Prodi alle politiche perché gli elettori furono dei coglioni, citando le sue parole. In Liguria, alle regionali dello scorso anno, la candidata del Pd Raffaella Paita perse perché a sinistra la candidatura di Pastorino fu fatta contro di lei. Fino ad arrivare alla recentissima attualità, dove la candidata alle primarie milanesi del centrosinistra Francesca Balzani ha perso per colpa di Pierfrancesco Majorino, un altro candidato.

Chiunque perda, in qualsiasi modo perda, lo fa incredibilmente senza sbagliare mai. Fanno sempre tutto perfettamente, correttamente, meravigliosamente, rigorosamente, che se poi la vittoria non arriva è palese che la colpa risieda altrove. Specialmente negli “elettori che non ci hanno capito”, e qui scatterebbero delle sonore risate, oppure in un avversario che non si è ritirato favorendo la nostra corsa. Quanto meno, nel secondo caso, la cosa sarebbe anche possibile pianificando un’accurata strategia, ma se questa non esiste e si spera che qualcun altro ci favorisca per una vacua speranza di unità, allora si può pure restare ad aspettare in eterno.

Un problema diffuso quello della mancanza di autocritica. Non è un tratto distintivo di una sola parte politica o di un solo partito, anzi, non è nemmeno un problema solo circoscritto al mondo politico per la verità. Basta guardarsi attorno e notare come spesso si giustifichino i propri errori e i propri insuccessi addossando colpe ad altri. Si, ti ho tamponato io ma tu davanti non dovevi comportarti così. Si, ho sbagliato a scrivere la relazione ma tu potevi essere più chiaro. Si, ho fatto una figura di merda con il capo ma la colpa è sua che non si è annunciato. Si, potevo fare meglio il lavoro ma la colpa è di chi mi ha dato materiali scadenti. Si, vi avevo promesso di abbassare le tasse e aumentare il lavoro ma è stata l’Europa a impedirmelo. Praticamente ci si ammanta dell’aura dell’infallibilità, neanche si fosse il Papa.

Forse anche per questo Matteo Renzi ebbe così tanto successo dopo le primarie del 2012. Le famose primarie di coalizione, quelle che dovevano determinare il candidato da presentare alle elezioni politiche del 2013, quelle primarie dove vinse Bersani e dove Renzi arrivò al ballottaggio, perdendo poi in modo netto. Ecco, in quell’occasione Renzi fece un discorso che destò molta attenzione e che venne sottolineato da molti come uno dei migliori discorsi politici sentiti ultimamente in Italia, un discorso in cui Renzi faceva banalmente una cosa: si assumeva la colpa di non aver saputo comunicare bene, di non aver saputo convincere le persone ad andarlo a votare ai gazebo. In una parola, fece autocritica. Un gesto talmente semplice da apparire rivoluzionario, e così rivoluzionario da essere subito accantonato come se fosse un comportamento eretico.

Il bello è che regolarmente ce lo diciamo che questa mancanza di autocritica è tristemente comica. E regolarmente, quando arriva una sconfitta notiamo come questa cosa non cambi mai e ci ritroviamo ad ascoltare la lista delle motivazioni e dei personaggi che ci hanno fatto perdere, che hanno reso vana una strategia perfetta, un programma sublime, una preparazione ineguagliabile. Ma tutta questa infallibilità tradisce prima di tutto una grave mancanza, la mancanza di umanità. Umanità, che significa anche l’essere fallibili, lo sbagliare e il conseguente chiedere scusa assumendosi le proprie colpe. Tra l’altro è anche indicatore di una buona leadership la capacità di assumersi le responsabilità quando qualcosa non funziona, di assumersi le colpe di un fallimento. Forse anche questo spiega l’ormai drammatico distacco con la politica, la mancanza di leader disposti a metterci la faccia anche quando le cose vanno male, senza scaricare le colpe ad altri come un pavido qualsiasi.

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Categorie:Riflessioni

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