Schengen e la mancante società europea

 

Si fa un gran parlare in questi giorni di sospendere o abolire il Trattato di Schengen. Diversi Paesi europei hanno chiesto questa misura per far fronte alla crisi dei migranti, proponendo una sospensione di due anni del Trattato e la relativa ripresa dei controlli alla frontiera. Intanto sfrutto questo articolo de Il Post per chiarire la differenza fra sospensione e abolizione del trattato (dato che molti fanno confusione) e per capire se è possibile farlo.

L’abolizione è quasi impossibile da ottenere. Partendo dalla procedura di “revisione semplificata”, per ottenerla ci vorrebbe un voto unanime da parte del Consiglio dell’Unione Europea, e questa abolizione dovrebbe poi essere ratificata da tutti gli Stati membri, pena il non poter entrar in vigore. Più facile ottenere una sospensione, cosa già prevista dal trattato che dà la possibilità di sospensione per un determinato periodo, solitamente al massimo sei mesi, a fronte di situazioni particolari di emergenza per la sicurezza nazionale. Una sospensione collettiva invece può essere decisa dal Consiglio dell’Unione Europea, sempre con decisione all’unanimità, per un periodo di due anni.

Alcuni Stati europei hanno chiesto proprio questo, una sospensione collettiva. E subito è infuriata la polemica, che ha visto anche l’emergere di una posizione che ho trovato abbastanza curiosa: sostanzialmente si dice che devono essere le giovani generazioni (la cosiddetta “generazione Schengen) a salvare la libera circolazione delle persone, perché i vecchi che governano in Europa si sono dimenticati di cosa significhi l’Unione Europea. Si chiede che siano i nativi di Schengen a intervenire, che intervenendo potranno rappresentare quelli che “…superarono le vecchie miopie e si appropriarono del loro diritto d’Europa…”. Questo dà per scontato una contrapposizione di carattere anagrafico, un vecchi contro giovani che assomiglia molto alla contrapposizione comunicativa italiana dei gufi contro gli ottimisti. Ma per quello che posso vedere è una contrapposizione debole, se non senza senso.

Davvero tutti gli “anziani” hanno dimenticato cosa sia l’Europa? Davvero tutti i “giovani” nati e cresciuti con Schengen vogliono mantenere in vita questo Trattato? Basterebbe girare oltre la propria cerchia di amicizie per rendersi conto di come le posizioni siano incredibilmente più sfumate, di come i due blocchi non si siano stabiliti a seconda dell’età anagrafica ma a seconda delle idee e delle prospettive in cui si è scelto di credere. Si vedrebbe come moltissimi giovani ripristinerebbero i controlli alla frontiera anche domani mattina, e come moltissimi anziani invece considerano deleterio una sospensione del Trattato. Perché questo? E allora questi nativi di Schengen che vogliono ripristinare i controlli come li dovremmo considerare, come anziani dentro?

A sostegno di questa divisione anagrafica si dice che i governanti europei sono anziani. Ma allora, a onor di completezza, si dovrebbe dire che neanche tutti loro sono convinti della necessità di sospendere questo Trattato, rendendo già di fatto nulla questo tipo di contrapposizione. Si ritorna quindi a chiedersi perché alcuni vogliano questa sospensione, e alla luce delle complicate procedure per ottenerla mi viene da pensare che la carta della sospensione della libera circolazione venga usata in modo provocatorio per poter poi puntare ad altro. Si minaccia un concetto che sta alla base dell’Unione Europea per spaventare e ottenere ciò che si vuole. Ma cosa si può volere esattamente? Qui le risposte possono essere multiple: dalla possibilità di respingere i migranti alla possibilità di rispedirli indietro, dalla necessità di avere più fondi per gestire la situazione alla possibilità di non conteggiare certe spese a bilancio per non aggravare i conti, dalla possibilità di selezionare chi può e chi non può entrare allo schedare tutti quanti per poterli monitorare, quasi come fossero uccelli migratori da monitorare passo passo.

Chi ci governa in Europa non ha dimenticato cos’è l’Europa. Tutti, soprattutto loro, sanno benissimo quali sono le ceneri da cui è nata questa idea, ma vivono come tutti nell’idea distorta di come è impostata questa Unione. Un’idea che la vede unita su basi economiche, commerciali, bancarie e politiche, ma che ignora completamente la costruzione di quella società civile che è alla base di ogni Stato esistente. Da anni si sentono alzarsi voci che chiedono più Europa, più integrazione, e la chiedono indicando la necessità di potenziare gli apparati politici, di aumentare la centralità del governo europeo, di spingere per una maggiore Unione bancaria ed economica, un’Unione che sia militare e che contempli una sola politica estera, come un vero Stato. Ma manca drammaticamente la base, la “costruzione” di quei cittadini europei che devono essere il cuore dell’Unione Europea, una base che ottieni investendo sulla formazione e sulla cultura, una base che ottieni integrando non il lato finanziario, politico o militare, ma integrando gli aspetti educativi, sociali e assistenziali. Certo, è basilare anche l’aumento di peso del governo europeo (magari rendendolo direttamente elettivo) trasformando l’Unione Europea in una vera confederazione di Stati, ma è a partire da queste cose che crei la consapevolezza di essere tutti cittadini europei, ed è su questi argomenti che le opposizioni nazionalistiche puntano maggiormente i piedi.

Abdichiamo al nostro essere europei, alla nostra cultura e alla nostra Unione nata dalle sofferenze di una Guerra Mondiale non per questioni d’età dei governanti, ma per le crescenti spinte centrifughe dei nuovi nazionalismi. E queste, credetemi, hanno ben poco a che vedere con l’età delle persone. La sfiducia, la volontà di chiudersi in se stessi è propria anche di quelle giovani generazioni che qualcuno vorrebbe investire del ruolo di salvatori, generazioni che seppur giovani e cresciute in questa Unione vivono oggi il mito dell’Europa come un qualcosa di distante, ostile, negativo. Non possiamo permetterci questa sfiducia, non possiamo permetterci di dimenticare la nostra dimensione europea, lo ribadisco oggi nella Giornata della Memoria, la ricorrenza internazionale per ricordare le vittime dell’Olocausto, le vittime di odi razziali e nazionalismi esasperati. Abdicare alla nostra dimensione europea apre al rischio di una disgregazione della nostra Unione, di un ritorno di questi infausti ricordi. Apre al rischio di essere, di nuovo, travolti dal precipitare degli eventi.

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Categorie:Attualità, Politica

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